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Nato a due velocità: il piano “Pay to Play” di Trump e lo scoglio del 5% per la Difesa europea
Trump lancia un ultimatum alla Nato: o i Paesi membri portano la spesa militare al 5% del PIL, o perderanno il diritto di voto. Nel frattempo, gli USA spostano fondi dall’Ucraina per preparare un’offensiva in Iran.

Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente stanno per innescare un terremoto istituzionale all’interno della Nato. La frustrazione del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nei confronti degli alleati europei ha raggiunto il livello di guardia in seguito al rifiuto di inviare navi da guerra per riaprire lo Stretto di Hormuz. La risposta di Washington non si è fatta attendere e si traduce in una proposta che potrebbe riscrivere le regole dell’Alleanza Atlantica: un modello “pay to play”, dove chi non paga non decide.
Secondo quanto riportato da The Telegraph: L’amministrazione americana sta infatti valutando la possibilità di escludere dai processi decisionali i Paesi membri che non raggiungono un nuovo, e decisamente ambizioso, target di spesa militare pari al 5% del Prodotto Interno Lordo. L’idea di base è puramente transazionale: non dovresti avere il diritto di votare su spese future o su interventi militari se non contribuisci adeguatamente al bilancio comune.
Una simile iniezione di liquidità nel settore industriale e della difesa fungerebbe da formidabile moltiplicatore economico per la ricerca e l’innovazione, ma si scontra frontalmente con le attuali regole di bilancio dei Paesi europei e con la loro cronica riluttanza al deficit strutturale.
Attualmente, tutti i membri hanno raggiunto la soglia minima del 2% fissata nel 2014, ma il salto richiesto ora è di un’altra magnitudo. Il Segretario Generale della Nato, Mark Rutte, ha confermato che i leader discuteranno i piani per raggiungere questo nuovo traguardo durante il prossimo vertice di Ankara, anche se il profilo temporale è decennaio.
Qualora il piano di Trump divenisse operativo, le conseguenze sarebbero repentine. Le nazioni inadempienti verrebbero di fatto congelate e perderebbero il diritto di veto su:
- Piani di espansione dell’Alleanza.
- Partecipazione alle missioni congiunte.
- Attivazione dell’Articolo 5 (la clausola di mutua difesa).
Di seguito una tabella che illustra il divario tra la situazione attuale (dati dell’ultimo rapporto annuale) e le richieste di Washington:
| Paese / Area | Spesa Difesa Attuale (% PIL) | Nuovo Obiettivo USA (% PIL) |
| Regno Unito | 2,33% | 5,00% |
| Romania, Bulgaria | ~2,30% | 5,00% |
| Soglia Minima Attuale | 2,00% | 5,00% |
La frattura non è solo economica, ma profondamente diplomatica. Il rapporto tra Trump e il Primo Ministro britannico Sir Keir Starmer si è gravemente deteriorato. La miccia è stata innescata dal rifiuto di Londra di concedere agli Stati Uniti l’utilizzo della base militare di Diego Garcia, nelle Isole Chagos. Fonti vicine alla presidenza definiscono il governo britannico “inaffidabile”, evidenziando la frustrazione del Pentagono nell’interfacciarsi con quello che un tempo era considerato il più grande alleato di Washington.
Nel frattempo, l’asse americano si sposta e ridefinisce le sue priorità. Il Pentagono ha notificato al Congresso la volontà di riassegnare circa 750 milioni di dollari, originariamente destinati agli armamenti per Kiev, per rimpinguare i propri arsenali nazionali. Questo disimpegno parziale dall’Europa orientale fa da contraltare a una massiccia mobilitazione in Medio Oriente.
Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha informato il G7 che il conflitto con l’Iran potrebbe durare ancora diverse settimane. Per supportare le operazioni, la Casa Bianca starebbe valutando l’invio di ulteriori 10.000 truppe, che andrebbero ad aggiungersi ai marines e ai paracadutisti già dispiegati nel Golfo, alimentando le speculazioni su una possibile invasione via terra dell’isola di Kharg, snodo cruciale per le esportazioni petrolifere iraniane. La pazienza americana verso un’Europa a rimorchio sembra, insomma, essersi definitivamente esaurita.







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