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MONARCHIA O REPUBBLICA? NON È QUESTO IL PROBLEMA DEI GIORNI NOSTRI (di Giuseppe Palma)

La differenza tra monarchia e repubblica, al di là delle connotazioni storiche, è oggi poco rilevante.

Le monarchie costituzionali o parlamentari funzionano pressappoco alla stessa maniera: il re regna ma non governa, al pari del presidente della repubblica. La differenza sta nella procedura di designazione: un re è scelto per diritto dinastico, un presidente della repubblica – nelle repubbliche parlamentari – dal Parlamento.
Il discorso cambia per le repubbliche presidenziali (es. Usa) dove il presidente della repubblica è sia capo dello stato che capo del governo, quindi governa. In tal caso il presidente di una repubblica presidenziale somiglia per certi versi ad un monarca assoluto, con tre differenze molto importanti: è eletto dal popolo, il suo mandato è limitato nel tempo e il suo potere è ben controbilanciato dal Parlamento (i cosiddetti contrappesi istituzionali).

Ma è su altro che vorrei porre l’accento. Negli ultimi decenni non è più né un re né una repubblica (parlamentare o presidenziale) ad incarnare il potere. Oggi il potere si è spostato altrove, verso i mercati, quindi verso la finanza.

Mi spiego meglio.
Il sistema feudale che ha retto l’Europa dal 476 d.C. al 1789 si fondava sostanzialmente su questo assetto: il re o imperatore era tale per diritto divino e dinastico, egli era lo stato e il potere spettava solo a lui. Punto. Non esisteva il diritto ma la questua. Il re poteva tutto, poteva elevare un contadino a nobile e mutare – nel bene o nel male – la vita di chiunque. Un sistema che, pur avendo retto il mondo per ben 1.300 anni, aveva un problema di fondo: la classe media, quella produttiva nata dalla seconda metà del Settecento in avanti, non riusciva a realizzare i guadagni come avrebbe voluto, schiacciata dai diritti nobiliari del primo stato e da un mancato riconoscimento politico (la neonata borghesia, il cosiddetto terzo stato).
Luigi XVI, quando seppe che suo fratello il conte d’Artois, il futuro re di Francia Carlo X, si era messo a produrre scarpe, si arrabbiò moltissimo. Così come era inaccettabile che un ministro indossasse le scarpe con le fibie.

La caduta del sistema feudale (avvenuto con la rivoluzione francese) e le sue ripercussioni in tutto il mondo spostarono il potere dal re (quindi dalla nobiltà), verso la borghesia, che iniziò ad esercitare il potere legislativo ed esecutivo attraverso (suoi) rappresenti in Parlamento. La monarchia conservò un mero potere di rappresentanza, cioè poteva continuare a regnare senza governare. Una istituzione simbolica, col potere altrove. Di qui la nascita delle monarchie parlamentari o costituzionali, ma anche della forma di stato repubblicana (ormai le differenze storiche erano state di gran lunga svilite). Sostanzialmente, il potere passava dalle secolari famiglie reali alle emergenti famiglie industriali, con una leva fiscale a favore di queste ultime.

Il potere della borghesia, cioè della classe media (industriale, agricola e terziaria), è stato quello che ha retto l’Europa (e il mondo in generale) dagli inizi dell’Ottocento alla fine del Novecento. Un capitalismo che, grazie alle sanguinose lotte sociali avvenute nel corso dei due secoli (protagonista il quarto stato), era stato ridimensionato all’interno delle cornici costituzionali: capitale sì, ma da far convergere coi diritti fondamentali e con una sempre crescente equità sociale. Anche operai, impiegati, commercianti, insegnanti e professionisti divennero, nella seconda metà del Novecento, classe media. Le diseguaglianze si erano assopite.

Dalla fine degli Anni Novanta in avanti un nuovo mutamento epocale. In Europa il capitale riprende la sua forza ottocentesca attraverso il sistema dei cambi fissi (svalutazione del lavoro e contrazione delle garanzie contrattuali e di legge del lavoratore), in un mondo in cui la forte competitività e la stabilità dei prezzi la fanno da padrone e fungono, schiacciando la politica e la democrazia, da principi supremi rispetto ai diritti fondamentali, rimasti lettera morta.

Non più dunque un re o un presidente della repubblica fanno la differenza; il potere si è spostato nuovamente verso il capitale, che da borghese e nazionale è divenuto internazionale e senza volto. Non più l’Uomo o il diritto al centro, ma il capitale e i suoi interessi sfrenati. Non che il capitale sia il male, tutt’altro, ma senza una governance politica molto forte finisce per dominare e reprimere i diritti sociali.

Il dato di fatto saliente è che quel glorioso partito socialista di fine Ottocento, unitamente al grande partito comunista del Novecento, hanno abbandonato la lotta a difesa dei diritti sociali e consegnato il lavoro agli scopi sfrenati del capitale, purtroppo senza una diga di governance politica. Orfani della caduta del comunismo, ex socialisti ed ex comunisti si sono gettati anima e corpo verso il nuovo sistema eurodiretto. Fa niente se è l’opposto dal quale provengono, è stata – ed è – una ghiotta occasione di sopravvivenza politica.
Non è un caso che la sinistra, orfana della spada a difesa dei diritti sociali (lavoro e salari), si sia buttata a capofitto sui diritti cosmetici, sulle piste ciclabili e sui monopattini.

Se non si torna indietro, sarà la fine dell’Uomo.

Ma indietro dove? Verso la monarchia assoluta di stampo feudale? Ovviamente no. E neppure verso il mondo estremamente borghese dell’Ottocento. La strada migliore sarebbe un ritorno agli equilibri tra capitale e diritti fondamentali che si sono avuti dal 1948 al 1992, al cosiddetto mondo pre-Maastricht dove capitale e lavoro viaggiavano insieme sotto il controllo della politica, un controllo che mirava a impedire che il primo schiacciasse il secondo.

C’è chi dice che la storia non torni mai indietro. Falso. A parte la tesi infallibile dei “corsi e ricorsi storici” di Giambattista Vico, è addirittura Giacomo Leopardi ad insegnarci che la Natura, intesa anche come forma di equilibrio vitale tra Uomini, prima o poi si riprende i suoi spazi, spazzando via ogni stortura creata dagli uomini stessi.

La vittoria di Trump negli Usa nel 2016 aveva dato vigore ad un ritorno verso certi equilibri tra capitale e lavoro, tra capitale e diritti della classe media. Non a caso proprio la classe media americana ha avuto uno dei suoi periodi migliori di sempre dal 2017 al 2019. E non è neppure un caso che le proteste di questi giorni negli Usa siano avallate dai Dem (americani e nostrani), fautori dello sviluppo senza freni del capitale apolide, quello che prolifera senza alcun intralcio dei diritti fondamentali. La scusa è il razzismo o il fascismo in assenza di razzismo e fascismo. Il copione è sempre lo stesso.

La terza via di Tony Blair e Bill Clinton, inaugurata dal 1997-98 in avanti, è proprio la globalizzazione selvaggia senza possibilità di poter tornare indietro. Trump rappresenta l’esatto opposto.

Per quanto ci riguarda, noi oggi festeggiamo la festa della Repubblica. Giusto. Evviva la Repubblica nata dal referendum del 46′!
Ma siamo proprio sicuri che abbia ancora un senso?

[Giuseppe Palma]

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di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, “DEMOCRAZIA IN QUARANTENA. Come un virus ha travolto il Paese“, Historica edizioni.

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