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MIOPIA SULLA GRECIA

Il rumore di fondo alla fine non è più percepito ma rimane fastidioso. Infatti, quando poi il fastidio riesce a risvegliare la coscienza, la reazione può essere di grande irritazione.
In tutta la vicenda della crisi greca il rumore di fondo è stato il punto di vista morale che affiorava continuamente nelle infinite discussioni e negli interminabili dibattiti. La Germania era cattiva, spietata, egoista, e ce l’aveva con un governo di sinistra. La Grecia era scialacquatrice, corrotta, imbrogliona. I Paesi europei si dimostravano insufficientemente solidali. Così si metteva in pericolo il grande ideale europeo. E via di seguito.
Si è sempre dimenticato che non si trattava di una discussione fra amici: qui agivano Stati sovrani. Animali a sangue freddo del tutto incapaci di sentimenti e di scrupoli, sensibili ad un’unica pulsione: l’interesse. Nel caso specifico il rappresentante più puro ed astratto dell’interesse: il denaro. Con quale coraggio andare a disturbare concetti come europeismo, valori culturali (“L’Europa senza la Grecia è inconcepibile!”), sensibilità per i problemi altrui e via dicendo? Gli Stati di tutto ciò sono incapaci. Ed anche se i governanti fanno scorrere quotidianamente fiumi di retorica, al riguardo, quei concetti sono destinati a far contenti gli ingenui che in quei termini ragionano e si aspettano che i politici facciano altrettanto.
Gli Stati badano soltanto al sodo e – nel caso della Grecia – soltanto al denaro. Forse, in occasione del primo salvataggio, si è anche pensato a salvare il grande progetto dell’unificazione europea, allora più attuale, ma oggi si tratta soltanto di sapere se costa di più aiutare la Grecia o lasciarla andare al suo destino. Se le grandi nazioni e le grandi istituzioni la salveranno, non sarà il caso di ringraziarle, perché l’avranno fatto nel loro interesse. E sarà stupido chiamarle ipocrite e spietate se invece si dimostrerà che con le promesse di queste giorni l’hanno illusa, perché l’avranno fatto per lo stesso motivo. O anche soltanto per dimostrare che non loro hanno espulso la Grecia.
Qualcuno potrebbe chiedere perché negare alla Germania, alla Francia, all’Italia la qualifica di generose, se già in passato hanno versato ad Atene rispettivamente circa ottanta, cinquanta e quaranta miliardi. La risposta è che già allora l’hanno fatto per interesse – anche se l’interesse di realizzare una comunità europea – ed ora sono arrivate alla conclusione che quello è un pozzo senza fondo.
E tuttavia è vero che a volte la storia sia determinata dai sentimenti, dagli ideali o perfino dalla follia di chi ha il potere. Se così non fosse, ricadremmo in quella visione puramente economica della storia che costituisce uno dei massimi errori di Karl Marx. Napoleone III sbagliò, intervenendo nel Risorgimento italiano, perché il costo del sangue versato dai francesi a S.Martino e Solferino fu troppo alto a paragone dei vantaggi conseguiti. Mussolini volle l’Impero senza capire che l’epoca degli imperi era già finita, prova ne sia che presto li liquidarono anche le nazioni che li avevano da tempo. Il motivo del Lebensraum, allegato da Hitler, fu inconcepibilmente insufficiente a motivare il massacro dell’intera Europa, e la totale distruzione della Germania. Ma – appunto – ciò costituisce la riprova che quasi sempre, quando ci si allontana dalla sana bussola dell’interesse nel senso più concreto della parola, le cose poi vanno male.
Il più recente esempio di un errore grandioso, commesso per motivi ideali, è stato l’istituzione dell’euro. L’intenzione – quella di giungere agli Stati Uniti d’Europa – era lodevole, e saremmo stati felici di vederne la realizzazione. Ma bisognava avere il coraggio di partire da questa epocale riunificazione. Viceversa, partire dalla moneta unica, mentre tutto il resto rimaneva come prima, è stata una balordaggine inconcepibile. Le nazioni che avrebbero dovuto riunificarsi non fanno che scambiarsi accuse, e siamo immersi in un disastro dal quale non sappiamo più come uscire. Se si finanzia la Grecia (pur di non denunciare che il progetto dell’euro è fallito) si rischia di doverlo fare all’infinito, senza mai recuperare il denaro. Se la si lascia uscire dall’euro, le conseguenze potrebbero essere drammatiche per l’intera Europa e non per motivi ideali. Innanzi tutto, le poste a credito (inesigibile) della Grecia passerebbero dall’attivo (per quanto fittizio) al passivo. Poi scatterebbero le credit default swaps (cds, assicurazioni contro il caso in cui il debito non sia pagato) il cui ammontare, contando le riassicurazioni, forse sale al triplo di quegli stessi debiti, col bel risultato di destabilizzare molte banche europee. Si avrebbe il fallimento di un Paese inserito nell’eurozona e la smentita dell’irreversibilità dell’euro. Si potrebbe insomma innescare una crisi di credibilità dell’intero sistema.
Oggi gli Stati, abbandonata ogni velleità europeistica, si sono messi semplicemente a far di conto, ognuno badando al proprio interesse. Tsipras ha bluffato, facendo credere che la Grecia era disposta ad uscire dall’eurozona, e l’Europa ha visto (con la tranquillità delle borse) che questo sarebbe stato meno destabilizzante della perdita dei suoi crediti. Tsipras è allora tornato con le pive nel sacco, accettando tutto, e il calcolo è divenuto: come possiamo dargli il minimo col massimo di garanzie? E come possiamo mandarlo al diavolo, se appena quelle garanzie si rivelano fasulle?
Ecco perché i discorsi sull’egoismo della Germania, sulle contraddizioni di Tsipras, sulla durezza di Schäuble e sul desiderio di Berlino di rovesciare un governo di sinistra (come sostiene sempre Norma Rangieri sul “manifesto”), e in generale il côté morale, sono divenuti un fastidioso rumore di fondo: alla Germania e ai contribuenti tedeschi di tutto ciò non potrebbe importargliene di meno. Si chiedono sempre e soltanto quanto gli costerà. E anch’io mi dispiaccio pensando che solo quest’ultimo salvataggio della Grecia a me personalmente, come ad ogni altro italiano, costerà quattrocento euro.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
14 luglio 2015

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