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Merkel è finita nella trappola che si è costruita da sola di F. Dragoni e A.M. Rinaldi.

La Germania è un problema per l’intera eurozona. E quindi per il mondo intero. Con i suoi quasi 330 miliardi di dollari di avanzo commerciale previsti dal Fondo Monetario Internazionale (World Economic Outlook di ottobre) per il 2018, Berlino supererà di oltre tre volte in valore assoluto quello della Cina previsto a poco meno di 100 miliardi. Con la non trascurabile differenza che in Germania vi sono poco più di 80 milioni di anime rispetto ai quasi 1,4 miliardi della Cina. Magia dell’euro.

Un marco abbondantemente sottovalutato condividendo la Germania la stessa moneta con paesi intrinsecamente più deboli che ne abbassano il valore rispetto alle altre più importanti valute del pianeta.

Ma se la Germania continua ad essere un grosso problema per Donald Trump –comunque ben posizionato per la riconferma della leadership in queste elezioni di midtermstando alle stime dell’early vote in stati chiave come la Florida- comincia ad esserlo pure per Frau Merkel reduce dall’ennesima batosta elettorale nel lander dell’Assia. La regione di Francoforte dove la CDU ha perso –così come il partito socialdemocratico- oltre 10 punti percentuali. Un capitombolo che replica fedelmente quello occorso appena due settimane fa nella ricca Baviera.

La domanda che vale la pena porsi è perché la cancelliera continua ad essere punita dal proprio elettorato nonostante gli indubbi vantaggi assicurati alla Germania dall’appartenenza all’eurozona? Una sconfitta elettorale dietro l’altra comunque tale da costringere la Merkel ad annunciare il proprio addio alla guida del partito.

I numeri nella loro crudeltà una risposta la danno sempre. Ed osservando le fredde statistiche della Commissione UE si scopre che i consumi delle famiglie nel 2001 ammontavano al 57% del PIL nel 2001 contro l’attuale 53%.

Uno sviluppo economico, quello di Berlino, costruito su un patologico sviluppo dell’export a dispetto della più importante componente dei consumi interni. La deflazione salariale ottenuta con le varie riforme Hartz, ha reso le imprese tedesche più competitive all’estero scaricandone però il prezzo sul tenore di vita delle famiglie che quindi non stanno sicuramente meglio rispetto al 2001. A condire il tutto le solite bugie profuse dai media tedeschi che continuano a dipingere l’Europa in generale –e l’Italia in particolare- come realtà sussidiate e sostenute dal contribuente tedesco quando invece l’Italia dalla Germania non ha mai ricevuto un euro anzi tutt’altro avendo noi versato un contributo capestro di oltre 60 miliardi ai vari fondi salva stati serviti a finanziare soprattutto la Grecia affinché rimborsasse le incaute banche francesi e tedesche che le avevano fatto fin troppo credito.

Alimentare il risentimento anti-italiano sembra comunque essere una strategia perdente dal momento che a guadagnare voti è la destra di AfD mentre la Merkel si trova di fatto intrappolata e costretta a dire no di fronte a qualsiasi progetto di riforma dell’eurozona, pur di non apparire troppo accondiscendente nei confronti di un elettorato sempre più in fuga. E con ciò condannando l’eurozona alla sua inesorabile implosione  con sommo dispiacere della Confindustria tedesca che sul marco svalutato travestito da euro ha di fatto costruito il suo successo senza però condividerlo con i consumatori. Chi è causa del suo mal pianga se stessa cara Angela.

Fabio Dragoni e Antonio M. Rinaldi, MF 30 ottobre 2018


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