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Mentre si scatena la tempesta perfetta, la Commissione UE resta ignava
Tra shock geopolitici e rigidità ideologiche, Bruxelles rischia di imporre una nuova stagione di tagli: più deficit e QE sono l’unica alternativa a una crisi economica e sociale.

L’Europa si trova ancora una volta intrappolata nelle proprie contraddizioni strutturali. Alla scelta strategicamente miope di rinunciare alle forniture energetiche russe — adottata più per allineamento geopolitico che per una valutazione economica razionale — si somma oggi l’ulteriore shock derivante dalla crisi iraniana. Il risultato è una tempesta perfetta: prezzi dell’energia in forte aumento, filiere produttive sotto pressione, famiglie strangolate dal caro bollette e un sistema industriale sempre meno competitivo rispetto ai grandi blocchi globali, a partire da Stati Uniti e Asia.
In questo contesto, il ritorno ai vincoli di bilancio europei non è solo intempestivo: è profondamente irresponsabile. Ripristinare regole pensate per una fase ordinaria mentre l’economia è colpita da uno shock esogeno di natura geopolitica significa ignorare la realtà. Peggio ancora, significa scegliere deliberatamente di comprimere la capacità di risposta degli Stati proprio quando sarebbe più necessaria.
La Commissione europea continua a rifugiarsi in un formalismo contabile che appare sempre più distante dalle esigenze concrete di cittadini e imprese. Si tratta di un’impostazione ideologica che privilegia la disciplina di bilancio come fine in sé, anziché come strumento al servizio della stabilità economica. Ma la stabilità, oggi, è già compromessa. E fingere il contrario non la ripristinerà.
Il punto è che, in assenza di una vera flessibilità fiscale, l’alternativa concreta all’immobilismo di Bruxelles è una sola: costringere gli Stati membri a reperire risorse attraverso tagli di spesa. Non esistono scorciatoie. Se non si consente un aumento controllato dei disavanzi, i governi saranno inevitabilmente spinti a finanziare gli interventi contro il caro energia comprimendo altre voci di bilancio.
E qui emerge il nodo più critico e politicamente esplosivo. Perché quei tagli non potranno che colpire, in modo diretto o indiretto, la spesa sociale e gli investimenti pubblici. Significa meno risorse per sanità, welfare, istruzione. Significa rallentare — se non bloccare — programmi infrastrutturali e piani di sviluppo già in ritardo. In altre parole, significa scaricare il costo della crisi energetica sulle fondamenta stesse della coesione economica e sociale.
È esattamente il copione già visto nella stagione dell’austerità: di fronte a vincoli rigidi e a shock esterni, si sacrificano le spese più produttive e quelle più sensibili socialmente. Il risultato non è il risanamento, ma l’indebolimento strutturale dell’economia. Meno crescita, meno investimenti, più disuguaglianze. E, alla fine, conti pubblici persino peggiori.
Il minimo sindacale, in una situazione di emergenza energetica come quella attuale, dovrebbe essere invece una flessibilità automatica e generalizzata dei disavanzi pubblici. Non una concessione discrezionale, ma una regola chiara e immediatamente applicabile. Tradotto in termini operativi: consentire agli Stati membri un incremento del deficit pari almeno al 20-25% rispetto agli obiettivi fissati per il 2025. Se il parametro era ad esempio del 3%, deve essere possibile salire senza stigma al 3,6-3,75%.
Non si tratta di “fare più debito” per leggerezza, ma di evitare un danno economico ben più grave. Senza interventi pubblici massicci, il caro energia rischia di tradursi in chiusure aziendali, delocalizzazioni accelerate e perdita irreversibile di capacità produttiva. È esattamente ciò che sta già accadendo, in misura crescente, in diversi settori energivori.
Le risorse aggiuntive devono essere indirizzate in modo mirato: sostegno diretto alle famiglie, riduzione del carico fiscale sulle imprese, compensazioni per i settori più esposti. In parallelo, è indispensabile sospendere, o almeno rivedere profondamente — senza ambiguità — la disciplina sugli aiuti di Stato. In una crisi sistemica, continuare a invocare regole pensate per evitare distorsioni marginali della concorrenza significa scambiare il mezzo con il fine. Oggi il vero rischio non è la distorsione della concorrenza, ma la desertificazione industriale del continente.
Ma il vero banco di prova resta la politica monetaria. La Banca Centrale Europea sembra oscillare tra rigidità dottrinale e pericolosa amnesia storica. Il precedente del 2011 dovrebbe essere scolpito nella memoria delle istituzioni: in presenza di un aumento dei prezzi energetici, si decise di alzare i tassi d’interesse, innescando una crisi dei debiti sovrani che ha segnato un’intera generazione.
Oggi il rischio di replicare quell’errore è tutt’altro che teorico. L’inflazione attuale è in larga misura importata, legata a shock energetici e tensioni geopolitiche. Non nasce da un eccesso di domanda interna. Rispondere con una stretta monetaria, cioè con un aumento dei tassi, significherebbe colpire la crescita senza incidere sulle cause dell’inflazione, aggravando al contempo il costo del debito pubblico e comprimendo gli spazi fiscali.
La BCE dovrebbe invece agire in modo coerente con la natura della crisi: avviare un robusto programma sul modello del quantitative easing, capace di garantire condizioni di finanziamento stabili e sostenibili per gli Stati membri. Solo così si può evitare una nuova frammentazione dei mercati e consentire ai governi di intervenire con efficacia.
Continuare lungo la strada attuale significherebbe esporre l’Europa a un duplice fallimento: economico e politico. Economico, perché si rischia una recessione autoindotta in un momento già fragile. Politico, perché la distanza tra istituzioni europee e cittadini si sta trasformando in una frattura sempre più profonda.
La verità è che l’Europa sta pagando il prezzo di scelte ideologiche travestite da necessità tecniche. Ha rinunciato a fonti energetiche competitive senza costruire alternative credibili. Ha imposto vincoli fiscali rigidi senza prevedere adeguati meccanismi anticiclici. E oggi rischia di riproporre, in forme nuove, la stessa logica dell’austerità che ha già dimostrato tutti i suoi limiti.
Se davvero si vuole evitare un declino industriale irreversibile e una crisi sociale diffusa, è necessario un cambio di paradigma immediato. Più flessibilità fiscale, piena libertà di intervento sugli aiuti di Stato, politica monetaria espansiva. Non è una scelta radicale: è il minimo indispensabile.
Perché l’alternativa è chiara: o si consente agli Stati di sostenere l’economia, oppure li si costringe a tagliare proprio ciò che tiene insieme il tessuto sociale e produttivo. E allora non sarà una crisi congiunturale, ma una scelta politica consapevole di arretramento.
E viene inevitabile il richiamo a Dante Alighieri, che nella Divina Commedia collocava gli ignavi tra coloro che non seppero mai scegliere, condannati non tanto per il male fatto, quanto per il bene non compiuto. È lì che rischia di finire oggi l’Europa: non per errori inevitabili, ma per l’incapacità di decidere e se l’Europa non cambia rotta ora, non sarà il mercato a punirla ma i suoi stessi cittadini.
Antonio Maria Rinaldi
Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID, capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.








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