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Meloni a Spalato, la regia italiana sul mediterraneo tra crisi mediorientale, Africa e flessibilità europea

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La missione di Giorgia Meloni al Med9 di Spalato ha una posta politica precisa: costruire una convergenza tra i Paesi mediterranei capace di pesare sulle decisioni europee. Migrazione, sicurezza energetica, rapporti con l’Africa e crisi mediorientali sono i dossier attraverso cui l’Italia cerca di rafforzare questa alleanza. Sullo sfondo c’è anche la richiesta di maggiore flessibilità di bilancio per proteggere famiglie e imprese dal caro energia. Il vertice offre alla premier l’occasione di raccogliere sostegno prima dei prossimi appuntamenti a Bruxelles.

Il calendario spiega la rilevanza della tappa croata: il 9 ottobre si riunisce l’Ecofin, mentre il 15 e 16 ottobre è previsto il Consiglio europeo. Meloni ha già scritto a Ursula von der Leyen chiedendo che le regole tengano conto dell’inflazione alimentata dalla crisi energetica. La linea italiana punta a ottenere ulteriori margini per gli interventi di sostegno. Arrivare al confronto con una convergenza mediterranea rafforzerebbe la richiesta: questa è la lettura politica della missione, anche se un accordo comune sulla flessibilità resta da costruire.

Le cifre chiariscono il negoziato. A settembre Roma ha chiesto l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia per circa 36 miliardi di euro: 14 miliardi per l’energia, corrispondenti allo 0,6% del Pil cumulato fino al 2028, e circa 22 miliardi per la difesa. La successiva iniziativa di Meloni riguarda una flessibilità aggiuntiva per affrontare gli effetti del caro energia sui bilanci familiari e sulle imprese. Sono due passaggi distinti della trattativa europea.

Un primo interlocutore è la Grecia. Il Financial Times ha riferito che anche Kyriakos Mitsotakis ha scritto alla Commissione per chiedere maggiore spazio nelle regole fiscali. La convergenza con Atene offre quindi una base concreta al tentativo italiano di allargare il consenso. Bruxelles rimane cauta e richiama la flessibilità già disponibile: proprio per questo, il peso degli alleati conta.

L’Italia porta al tavolo un patrimonio di relazioni che il Piano Mattei ha contribuito a organizzare. Secondo la terza relazione annuale, aggiornata al 30 giugno 2026, i Paesi partner sono diventati 18, rispetto ai 9 iniziali del gennaio 2024 e ai 14 del gennaio 2025. A marzo sono entrati Gabon, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Zambia. Il governo riferisce inoltre l’avvio di oltre 70 progetti: un perimetro che supera il Nord Africa e collega la politica mediterranea a una presenza più ampia nel continente.

Anche sul versante finanziario ci sono numeri da considerare. Il Comitato tecnico del Fondo italiano per il clima ha deliberato circa 1,2 miliardi di euro per 15 interventi in Africa, dei quali 936,7 milioni nel periodo luglio 2025-giugno 2026. Sono risorse deliberate, il cui impatto dipenderà dall’attuazione dei progetti. Il secondo vertice Italia-Africa, tenuto ad Addis Abeba il 13 febbraio, ha riunito 35 delegazioni a livello di capi di Stato e di governo: un indicatore della rete diplomatica costruita attorno all’iniziativa.

La strategia consiste nel coinvolgere finanziamenti e istituzioni europee in questo lavoro. La relazione segnala il crescente raccordo con il Global Gateway, gli accordi con la Banca mondiale e la Banca africana di sviluppo e il contributo delle garanzie europee. Per Roma, ampliare questa architettura significa dare maggiore scala ai progetti e condividere con i partner il costo della stabilità e dello sviluppo della sponda Sud.

È un’impostazione che trova un riscontro nell’analisi di Arturo Varvelli, direttore dell’ufficio romano dell’European Council on Foreign Relations, e Kelly Petillo, responsabile del programma Medio Oriente e Nord Africa. I due esperti invitano l’Italia a «europeizzare» la propria politica estera e a integrare maggiormente Piano Mattei e Global Gateway. La loro indicazione coglie il punto della missione: la capacità italiana di iniziativa diventa più incisiva quando riesce a mobilitare una coalizione europea.

Un caso concreto è Elmed, il collegamento elettrico Italia-Tunisia: circa 220 chilometri, prevalentemente sottomarini, e 600 megawatt di capacità. L’opera sviluppata da Terna e Steg consentirà lo scambio di elettricità tra le due sponde. Energia, investimenti e cooperazione si incontrano qui in un’infrastruttura che rafforza il ruolo italiano nei collegamenti tra Africa ed Europa.

Le tensioni mediorientali danno a questa strategia un’urgenza ulteriore. Nel pranzo di lavoro con il principe ereditario giordano Al Hussein bin Abdullah II, il confronto previsto riguarda Gaza, Iran, Siria e Libano, insieme alla sicurezza marittima ed energetica. Sono crisi diverse, ma con conseguenze che raggiungono direttamente l’Europa: instabilità delle forniture, rischi per i trasporti e pressione sui prezzi. Per l’Italia, mantenere il dialogo con la Giordania e con i Paesi del Golfo significa proteggere interessi economici essenziali e contribuire alla ricerca di soluzioni diplomatiche.

È qui che la politica mediterranea si collega alla richiesta di flessibilità. Nella lettera alla Commissione, Meloni ha richiamato il protrarsi della crisi in Medio Oriente e le tensioni sui mercati energetici. Il ragionamento italiano è concreto: uno shock internazionale che colpisce famiglie e imprese europee richiede margini comuni per intervenire. Spalato può servire a rafforzare questo argomento con il sostegno dei partner più esposti alle conseguenze dell’instabilità regionale.

Il Piano Mattei si inserisce anche in questa prospettiva. Rafforzare i rapporti con l’Africa e sviluppare collegamenti come Elmed amplia le possibilità di cooperazione e diversificazione energetica. La centralità italiana prende forma attraverso questa rete: rapporti con la sponda Sud, interlocuzione con il Medio Oriente e capacità di portare le esigenze mediterranee al tavolo europeo. L’obiettivo politico di Meloni è trasformare tale posizione in un fronte comune, capace di incidere tanto sulla sicurezza quanto sulle risorse disponibili per affrontare la crisi.

Sul tema migratorio, Meloni cerca di consolidare protezione delle frontiere, rimpatri e cooperazione con i Paesi di origine e transito. Il Piano Mattei affianca questa azione attraverso investimenti in formazione, servizi e attività economiche. Non si possono attribuire automaticamente ai progetti di sviluppo effetti immediati sulle partenze; si può però riconoscere il valore politico di una relazione che affronta insieme sicurezza e opportunità. È questa continuità di rapporti che Roma propone di rafforzare in sede europea.

La centralità italiana si misura dunque nella capacità di trasformare relazioni e progetti in decisioni condivise. A Spalato Meloni prova a collegare il lavoro africano del Piano Mattei, le priorità dei Paesi mediterranei e il negoziato economico con Bruxelles. Il risultato più utile sarebbe un fronte comune capace di sostenere investimenti strategici e ottenere margini per cittadini e imprese: dare forza europea a interessi che l’Italia, per posizione e rapporti costruiti, può rappresentare con particolare credibilità.

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