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Melodie Artificiali: USA e Cina si sfidano sullo spartito dell’AI. Chi vincerà?

USA e Cina si sfidano sulla musica AI: tra il modello basato sulle sentenze americane e il controllo centralizzato di Pechino, il diritto d’autore cambia volto.

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Il mondo della musica sta vivendo il suo momento “tsunami”, come lo ha definito Josh Antonuccio, direttore della Ohio University School of Media Arts. Se un tempo il timore degli artisti era legato all’introduzione del sintetizzatore o dell’Auto-Tune, oggi la sfida si è spostata su un terreno decisamente più scivoloso: quello della generazione integrale di brani tramite Intelligenza Artificiale. Da una parte gli Stati Uniti, con il loro approccio pragmatico basato sulla Common Law, cioè sulla giurisprudenza dei tribunali; dall’altra la Cina, che risponde con una pianificazione centralizzata e un controllo statale ferreo. Nel mezzo, noi ascoltatori, che spesso non riusciamo più a distinguere un riff di chitarra suonato da un essere umano dai bit di un algoritmo.

Due modelli a confronto: dirigismo contro pragmatismo giudiziario

Il panorama globale si è spaccato in due filoni filosofici e giuridici ben distinti. La Cina ha già gettato le basi per un sistema di diritti d’autore coerente con la propria visione dirigista. Qui, tutto si muove secondo norme centralizzate: Pechino ha imposto regole ferree sull’etichettatura dei contenuti — il cosiddetto watermarking digitale — per garantire la tracciabilità di ogni nota prodotta da una macchina. Come sottolineato dallo scienziato Shengcheng Yuan, la priorità cinese è la trasparenza e la sicurezza degli algoritmi, integrando l’AI come una “funzione secondaria” o un plug-in sperimentale all’interno di ecosistemi già controllati come quelli di Tencent o NetEase. Il problema per la Cina è la tecnica dietro la musica. 

Negli Stati Uniti, invece, si preferisce la strada della Common Law. Non esiste una legge federale onnicomprensiva che detti le regole del gioco; la palla passa quindi ai giudici. Sono le sentenze a tracciare il solco, in un sistema certamente più complesso e litigioso, ma indubbiamente più flessibile e capace di adattarsi alle repentine evoluzioni tecnologiche.

Mentre la Cina costruisce l’infrastruttura normativa prima della diffusione di massa, gli USA lasciano che siano le parti sociali — major discografiche e colossi tech — a scontrarsi per definire i confini della proprietà intellettuale.

Il cuore della disputa americana: Fair Use o furto digitale?

Negli USA, il sistema della Common Law sta affrontando l’invasione dell’AI musicale con lo stesso metodo usato per Napster o i primi campionatori negli anni ’90. Il cuore della disputa risiede nel concetto di Fair Use (uso legittimo). Le aziende tech come Suno e Udio sostengono che “addestrare” un’intelligenza artificiale su milioni di brani protetti sia un atto trasformativo e, dunque, non necessiti di licenze. Di parere opposto sono le major come Sony, Warner e Universal, che vedono in questo processo un’appropriazione indebita di proprietà intellettuale su scala industriale.

Recentemente, però, il clima è mutato verso una forma di cooperazione forzata. Warner Music e Suno hanno siglato accordi storici per sviluppare modelli AI addestrati esclusivamente su cataloghi licenziati, trasformando il potenziale nemico in un partner commerciale. Un punto fermo, ribadito dall’US Copyright Office, rimane però l‘origine umana: un brano generato con un semplice clic non è proteggibile. Il diritto d’autore scatta solo se l’autore umano dimostra un controllo creativo significativo, un confine che i critici definiscono sempre più labile e che lascia spazio a intepretazioni complesse: un prompt è intervento umano?

Sono questi i compositori del fuuro?

L’approccio cinese: priorità alla stabilità e alla filiera

In Cina, le priorità sono diametralmente opposte. Se l’americano punta alla massimizzazione del profitto e alla difesa del singolo copyright, il legislatore cinese mira alla stabilità della filiera e alla sovranità tecnologica. Le regole entrate in vigore nel settembre 2025 impongono che ogni contenuto sintetizzato sia chiaramente etichettato per evitare disinformazione o instabilità sociale.

Secondo esperti come Ben Ma di Rivet, le aziende cinesi sono state più rapide nell’automazione e nell’integrazione di questi strumenti nei canali di marketing e social media come Weibo. Tuttavia, dal punto di vista qualitativo, i modelli cinesi come Mureka tendono ancora a inseguire quelli americani in termini di fedeltà audio, concentrandosi però maggiormente sulla corretta pronuncia del mandarino e sull’allineamento tra melodia e testo, elementi fondamentali per il mercato domestico.

Il caso “The Velvet Sundown” e il declino dell’uomo-artista

Il fenomeno non è più confinato ai laboratori. Prendiamo il caso dei The Velvet Sundown: look da rockstar anni ’70 e milioni di ascolti. Peccato che non esistano. Sono un prodotto sintetico che ha ingannato migliaia di fan, scatenando reazioni contrastanti. “Questo è desolante”, ha commentato un utente sui social, accusando il progetto di rubare il talento a chi ha passato anni a studiare musica. Altri, invece, ne lodano la qualità fantastica.

Secondo i dati di Deezer e Ipsos, il 97% degli ascoltatori non è più in grado di distinguere un brano umano da uno generato dall’AI. Questo dato è inquietante non solo per l’industria, ma per il concetto stesso di arte. La musica si sta spostando verso una dimensione in cui l’uomo perde il controllo. Se in Cina il processo è guidato dallo Stato per fini di efficienza e controllo, negli USA è guidato dal mercato per fini di monetizzazione delle licenze.

Un futuro senza anima?

C’è una sottile ironia nel pensare che abbiamo passato secoli a perfezionare strumenti musicali per poi finire a scrivere un prompt su una tastiera. Se è vero che l’AI democratizza la creazione, permettendo a chiunque di comporre, è altrettanto vero che rischia di omologare tutto in un flusso infinito di “muzak” sintetica: roba innocua, mediocre, da ascolto in ascensore. Perché se tutti possono fare musica, i risultato è un progressivo appiattimento.

Mentre gli algoritmi generano l’equivalente dell’intero catalogo di Spotify ogni due settimane, ci chiediamo se riempiremo mai uno stadio per vedere l’avatar di un algoritmo. La Cina e gli Stati Uniti hanno scelto spartiti diversi per gestire questa rivoluzione, ma il risultato finale — la perdita della centralità umana nell’arte — sembra essere, purtroppo, lo stesso.

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