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Mattarella, sul palcoscenico e dietro le quinte (di Paolo Becchi su Libero on-line)

Per chi volesse farsi un’idea di tutto quello che è successo in questi due anni e mezzo di governi Conte I e Conte II e del modo in cui ha agito il Presidente della Repubblica, il nuovo libro di Paolo Armaroli è un testo davvero utile, direi indispensabile.  Conte e Mattarella. Sul palcoscenico e dietro le quinte del Quirinale, pubblicato da La Vela, è un libro di 252 pagine fitte, con tanto di indice dei nomi, scritto in forma di racconto sulle istituzioni e quindi di agevole lettura, ma al contempo ricco di notizie e di particolari della nostra storia repubblicana.  Il suo autore unisce il dono della scrittura del giornalista di un tempo alla sapienza del giurista che nel corso degli anni (e sono ora ottanta) ha accumulato esperienze sia nell’attività accademica sia nell’attività politica.

Il libro ha già avuto diverse recensioni su diversi giornali, tutte ampiamente elogiative. Mi aggiungo al coro anche io, un po’ in ritardo e mi fa piacere constatare che anche un giurista con grande esperienza parlamentare, membro della Bicamerale D’Alema per le riforme costituzionali, sia giunto a criticare l’uso indiscriminato dei DPCM con cui si sta gestendo – peraltro in modo fallimentare considerato l’elevato numero dei morti – l’emergenza sanitaria. Condivido anche l’idea che Mattarella in questo caso abbia aperto “l’ombrello solo a metà”, a protezione del Presidente del Consiglio, solo a metà. Peraltro almeno una volta, il 25 aprile del 2020, il Quirinale l’ombrello lo aprì del tutto, ma fu, se male non mi appongo, l’unica volta e credo, con Armaroli, che “dietro le quinte” Mattarella abbia cercato di frenare una prassi pericolosa che almeno inizialmente aveva posto il parlamento in letargo e tutte le decisioni venivano prese “dall’uomo solo al comando”.

Giusto quindi l’aver cercato di frenare questa deriva, ma credo che sia il caso di avanzare alcune critiche rispetto al ruolo che Mattarella sul “palcoscenico e dietro le quinte” ha esercitato in questi anni e a differenza dell’autore del libro ritengo che il Capo dello Stato le “colonne d’Ercole” in almeno due occasioni le abbia superate. È su questo che intendo ora soffermarmi.

Sul “palcoscenico” Mattarella c’è stato sul caso Savona al tempo del Conte I. Tutto regolare e normale secondo Armaroli. Sicuro?  Partiamo dal “sacro testo”. Art. 92 della Costituzione, secondo comma: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri”. La nomina dei Ministri del Capo dello Stato è un mero atto formale. Egli può certamente consigliare il Presidente del Consiglio, cioè – come si suol dire – può fare moral suasion, ma non può impedire al Presidente del Consiglio di scegliersi un ministro. Costantino Mortati docet.L’avere condizionato la nomina dei ministri alla proposta del Presidente del consiglio (che deve ritenersi strettamente vincolante pel capo dello stato) è pura e semplice applicazione del principio di supremazia conferita al medesimo, e della responsabilità a lui addossata per la condotta politica del gabinetto: responsabilità che, ovviamente, non potrebbe venire assunta se non potesse giovarsi, per il concreto svolgimento della medesima, di un personale di sua fiducia”. La “prassi” repubblicana – scrive da ottimo conoscitore della materia Armaroli – però è stata diversa. E su questo non gli si può dar torto, direi anzi che proprio la prassi dimostra che col tempo  la nostra forma di governo è rimasta sì parlamentare, ma con correttivo presidenziale. Bisogna peraltro arrivare sino al 1994 per avere un Presidente della Repubblica che impedisce ad un Presidente del Consiglio di nominare un ministro in un determinato ministero. Si tratta ovviamente di Scalfaro con Berlusconi: Previti alla giustizia. Berlusconi dovette rinunciare, ma Previti (che era pure il suo avvocato) entrò comunque al governo e andò alla difesa. Alla giustizia ci andò comunque un uomo di fiducia di Berlusconi, Alfredo Biondi. Di Carlo Azeglio Ciampi non si sa nulla, mentre sappiamo che Napolitano (trascuriamo qui il ruolo da lui avuto nella caduta dell’ultimo governo Berlusconi) ha influito sulla nomina di Passera allo sviluppo economico nel governo Monti, di Saccomanni all’economia nel governo Letta e di Padoan – sempre all’economia – nel governo Renzi e  ha impedito la nomina di Nicola Gratteri alla Giustizia, dove ci andò Andrea Orlando.

Nel 2018 accade però qualcosa di diverso dalla semplice moral suasion. Mattarella mette il veto su Paolo Savona all’economia, impedendo a Giuseppe Conte – la sera del 27 maggio 2018 – di formare il governo. Conte insiste con la richiesta di nominare Savona all’economia, d’accordo coi partiti di maggioranza che lo sostengono secondo un preciso accordo politico, ma il Presidente della Repubblica si rifiuta e il giorno dopo arriva ad affidare l’incarico a Carlo Cottarelli. La querelle, che aveva animato gli animi a tal punto da spingere Di Maio a chiedere la messa in stato di accusa di Mattarella, si risolverà dopo quattro giorni (31 maggio) con lo spostamento di Savona dall’economia agli affari europei. Il 1° giugno il governo giurò, con Mattarella che ottenne anche la nomina di Moavero Milanesi – ex ministro del governo Monti – agli affari esteri. Il veto di Mattarella su Savona è stato illegittimo e Mattarella ha travalicato i suoi poteri perché per la nostra Costituzione è da escludere che il Capo dello Stato abbia il potere di rifiutare la nomina di un Ministro e a causa di questo persino tentare di formare un nuovo governo “del Presidente”. Punto e a capo.

“Dietro le quinte” è avvenuto – a mio modestissimo avviso – qualcosa di ancora più grave. La faccio breve, è tutto raccontato in un mio libro (scritto con Giuseppe Palma, dal titolo “Ladri di democrazia“), che come quello di Armaroli è un “racconto sulle istituzioni”, ma a differenza di quello di Armaroli è stato accolto da un silenzio assordante. Agosto 2019, Salvini apre la crisi di governo, convinto ingenuamente che la strada per le elezioni sia percorribile. Un grave errore perché Grillo apre subito al PD e Renzi si dice immediatamente d’accordo con Grillo. Zingaretti inizialmente chiede elezioni anticipate e Salvini crede di poter dormire sonni tranquilli. Ma la crisi di governo finisce, come naturale, nelle mani di Mattarella e tutto cambia. Salvini fiuta il pericolo e non gli resta che offrire a Di Maio la Presidenza del Consiglio per fare un nuovo governo giallo-verde. Di Maio, a differenza di quello che crede Armaroli, accetta. Il 25 agosto, nella mattinata, Salvini chiama Mattarella, che però è in volo di ritorno da Fivizzano (Toscana). Atterrato a Roma il Presidente della Repubblica richiama Salvini, il quale gli comunica che la crisi si può risolvere con una riedizione del governo giallo-verde, con Di Maio premier. In serata “Repubblica” impagina il giornale per il giorno dopo confermando che sul nome di Conte, Zingaretti non è d’accordo e che le trattative per la formazione del governo sono destinate a naufragare. Il 26 agosto Zingaretti apre però improvvisamente a Conte. Nel pomeriggio Centinaio (Lega) conferma che il Carroccio è disponibile ad una riedizione del governo giallo-verde (Ansa batte la notizia). Ma i giochi sono ormai fatti. È destinato a rimanere un mistero cosa sia accaduto “dietro le quinte” dal pomeriggio del 25 e la mattina del 26 agosto. Il fatto è che dopo la telefonata tra Mattarella e Salvini, Zingaretti accetta il nome di Conte, rifiutato fino al giorno prima e il Conte II ha così il via libera. Il 28 agosto Zingaretti alla direzione del suo partito spiega così il senso della sua  giravolta: “E voglio sottolinearlo, con la sola certezza di trovare una volta di più nel presidente della Repubblica l’equilibrio e la saggezza necessarie a governare un passaggio tanto delicato. Dunque, noi non ci siamo sottratti”. Il Pd, dunque, non si è sottratto al governo con il M5s perché lo ha chiesto il Presidente della Repubblica? 

Insomma, a me pare che Mattarella sul “palcoscenico e dietro le quinte” ne abbia fatte di cotte e di crude, certo non alla maniera del suo predecessore che era un comunista, ma da abile democristiano, anzi da quel “democristiano inossidabile”, che proprio Armaroli, in un articolo direi quasi profetico del 1997, definiva “padre della patria”. Ho parlato tanto di Mattarella e poco di Conte. In effetti non c’è paragone tra il primo e il secondo. Con il “mattarellum” Mattarella ha fatto nascere la seconda Repubblica, con il Conte II ha fatto abortire la terza. Chapeau!

Su Conte me la cavo con una battuta. Nel Conte I Conte era politicamente inesistente, il Conte II è una “costruzione” di Mattarella e ora Conte può solo aspirare a prenderne il posto. Non è certo il solo a nutrire questa aspirazione, per questo deve fare molta attenzione, deve arrivare vivo al “semestre bianco”, e non sarà facile quando in primavera con la “peste” arriverà anche la carestia. Può sempre contare sul miracoloso vaccino. Con l’aiuto, “dietro le quinte”, di Mattarella però ce la può fare. “Adelante, José, con juicio, si puedes”.

di Paolo Becchi su Libero on-line: https://www.liberoquotidiano.it/news/commenti-e-opinioni/25704922/sergio-mattarella-paolo-becchi-sempre-per-sinistra-contro-matteo-salvini-libro-racconta-ultimi-due-anni.amp?__twitter_impression=true

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Sul tema, si consiglia la lettura del libro di Paolo Becchi e Giuseppe Palma “LADRI DI DEMOCRAZIA. La crisi di governo più pazza del mondo“, Giubilei Regnani, ottobre 2019:

Qui alcuni link per l’acquisto:

https://www.ibs.it/ladri-di-democrazia-crisi-di-libro-paolo-becchi-giuseppe-palma/e/9788833371368

https://www.amazon.it/Ladri-democrazia-crisi-governo-pazza/dp/8833371360

 

 


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