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MARCO ORSO GIANNINI: la mia risposta a Luigi Marattin (docente a Bologna di Economia Politica e consigliere per l’economia del Governo)

….mi prendo la libertà di fare alcuni appunti che sono sicuro l’esimio consigliere saprà apprezzare:
1) Volutamente o meno l’articolista dimentica che la maggiore spesa pubblica comporta anche maggiori consumi effettuati nelle pmi (da parte di chi riceve un salario pubblico). Anche in presenza di una maggiore tassazione esse quindi non vedono verificarsi una perdita netta di benessere ma anzi un incremento.
Una maggiore domanda aggregata peraltro comporta anche l’apertura di più attività e quindi una minore pressione fiscale. Il segreto sta nel non spostare più soldi da una parte di cittadinanza (piccole e medie imprese) ad un’altra (stipendiati) ma nel prendere soldi al parassitismo finanziario delle banche (chi specula sui Titoli di Stato, sui TdS) e redistribuirli sulla cittadinanza. Colpire la speculazione rafforzerebbe l’economia e non la soffocherebbe e lo dimostrano tutti i paesi “evoluti” (i quali hanno tassi reali sui TdS pari a 0% o quasi). Questo avviene quando si verifica il modello auspicato da Brancaccio.
2) Le imprese non alzano i prezzi a meno che non ci sia una saturazione della domanda. Senza piena occupazione più che un incremento del costo della vita è molto più probabile che si assuma personale per rispondere alla maggiore domanda. Improbabile quindi l’aumento dei prezzi. Friedman ha dimostrato che l’aumento dei prezzi non avviene per forza in piena occupazione ma il sistema non va considerato così poco elastico da affermare che senza piena occupazione si assista a un incremento dell’inflazione.
E’ un dato di fatto e non una opinione che il costo della vita italiano sia “doppio” a causa delle privatizzazioni che hanno interessato alcuni servizi: quando si parla di “liberalizzare” bisogna fare attenzione che non si intenda “privatizzare” i due termini non sono interscambiabili.
3) L’autore afferma: “La domanda da porre a Brancaccio sarebbe la seguente: da dove ritiene che debbano provenire le risorse necessarie per far fronte a questi aumenti di spesa pubblica? Le risposte matematicamente possibili sono solo tre:
a. da un aumento della pressione fiscale
b. da un aumento del debito pubblico
c. da un taglio di componenti meno produttive della spesa pubblica”
Le rispondo per come la vedo io: in realtà come accennato esiste anche un quarto punto (insieme ovviamente al benefico punto c in cui quella spesa non va abolita ma sostituita con assunzioni in settori produttivi ).
Il punto “d” è togliere l’anarchia dei capitali e riconcedere ai governi la possibilità di mettere in pratica politiche fiscali con una BC prestatore verso lo stato.
Il punto “b” peraltro è un falso problema in quanto il “debito pubblico” sono i nostri TdS (il nostro credito privato sotto forma di Bot, Btp…) ed è proprio il sistema neoliberista tecnocratico mediante l’euro ad aver spostato questo debito in mano estera (il valore marco 990 lire del 24/11/96 fu dovuto a giochi puramente finanziari e non rispecchiava l’economia). A causa di questo valore abbiamo ceduto, di colpo, una parte della nostra fetta di mercato internazionale e nazionale ai competitors esteri (c’era un deficit tecnologico ma se si crolla di colpo è chiaro che fino a un minuto prima compensavamo in altro modo). Importando dal”estero e riducendo l’export ci siamo indebitati e finanziati “con i soldi degli altri”.
4) Non è corretto sostenere che aumentando il debito pubblico si aumenti la spesa per interessi visto che questi si decidono in tutt’altra maniera (quando un BTP viene emesso a deciderne il rendimento % è la domanda da parte del settore finanziario privato e lo Stato è lasciato indifeso senza un vera BC a protezione); è vero semmai che una inflazione moderatamente più alta rende il costo del debito più basso (faccenda dei tassi reali sul debito pubblico) e quindi è un allarmismo ingiustificato quello sull’inflazione. Peraltro livelli tropo bassi di inflazione corrispondono ad alta disoccupazione e non le pare questo secondo aspetto la vera emergenza?
Questo “monopolio privato dei TdS” ci costa una cifra pari a 63 md l’anno al netto delle tasse. Emettendo un TdS con un rendimento pari all’inflazione non si avrebbe un costo ma una opportunità in quanto permetterebbe un incremento della domanda aggregata (senza contare che questo paese è soffocato da un livello troppo basso di massa monetaria. Emettendo più moneta potremmo defiscalizzare il sistema in modo concreto).
5) Le ricette neoliberiste che indicano come soluzione la precarizzazione del mercato del lavoro (senza diritti universalistici è solo precariato), uno stato sociale “snello” (io direi da terzo mondo) e l’anarchia del capitale (tasse sui ceti produttivi, sulle pmi, per mantenere un sistema di banche internazionali che si arricchisce su carta) sono smentite da 20 anni di dati su chi le ha applicate:non creano lavoro! (Cito la pubblicazione Brancaccio/Garbellini).
Altro appunto è che non sempre la pressione fiscale deprime l’economia se il gettito va in redistribuzione verso il basso (i principali consumatori).
redditometro
6) Detto questo la riduzione dei “cartelli”, l’abbattimento di certe rigidità microeconomiche mediante un incremento della concorrenza e la semplificazione delle pratiche burocratiche sono sicuramente vantaggi ma non sono la “ricetta”.
7) Quando si parla di “attrarre capitali” si vorrà mica intendere quelli che ho descritto sopra? Quelli interessati al mero profitto sulla carta? La speculazione sulle casse dello Stato? Quelli che chiedono in cambio un diritto del lavoro da terzo mondo (che comprime la domanda data la precarietà della propria condizione lavorativa)?
Le aziende che imprendono in economia reale hanno certamente bisogno dell’opposto: un sistema che mantenga la flessibilità ma che crei anche coesione sociale tramite diritti universalistici dando ai lavoratori/consumatori sicurezza, una giustizia efficiente che tuteli la concorrenza, la certezza della pena e minore burocrazia fine a se stessa. Chi vorrebbe la corsa al dumping salariale in nome di una pseudo globalizzazione (pseudo perché manca quella dei diritti) contribuisce a portarci sulla via della della svendita della propria civiltà millenaria, la quale, ha sicuramente bisogno di conoscere anche l’inglese ma ha ancor più l’esigenza di tutelare le proprie radici culturali (come la lingua italiana).
I giovani non possono che essere soffocati da queste carenze strutturali ed ideologiche da sempre presenti nel paese italiano. L’attuale neoliberismo perpetua di generazione in generazione questo stato di cose.
8) Mi si permetta altresì di rimarcare che non ho mai sentito parlare di questa forma di “flessibilità” (mi si passi il sarcasmo) in cui i lavoratori, quando gioca il Napoli o la Juve, si assentano dal lavoro.
Ricordo che il lavoratore italiano è in cima alla classifica di chi lavora più ore.
9) Concludo indicandole alcuni settori che necessitano di maggiore spesa pubblica i quali fornirebbero un servizio impagabile alle imprese e subito sotto quelli da rivedere al ribasso perché troppo esosi (ad essere migliorata deve essere la qualità della spesa):
a) Ricerca & Sviluppo, Affari Economici, Sicurezza, Cervelli, Territorio.
b) Costi della politica, Burocrazia clientelare fine a se stessa, Difesa (rete consolare), Grandi sprechi (TAV, F35 ecc).
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Nb: La spesa nella Sanità (come quella nell’Ambiente) non va né incrementata, né diminuita: è necessario spendere molto meglio le risorse che vi impieghiamo (vedasi mazzettopoli sulle forniture).
La saluto e la ringrazio invitandola alla lettura del mio “Il neoliberismo che sterminò la mia generazione” in uscita (novembre 2015) per Andromeda Edizioni e ad un più opportuno approfondimento (in particolare quando fa una liberissima critica a un docente serissimo come il Prof. Emiliano Brancaccio).

Cordialità,
Marco Giannini.

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