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L’Unione è un Far West. Festeggia solo la Germania. di P. Becchi e C. Sacchetti

Oggi a Roma si riuniscono capi di Stato, capi di governo e dignitari dell’Unione Europea per celebrare i 60 anni del Trattato di Roma del 1957. La motivazione ufficiale dell’appuntamento odierno è questa, ma in realtà oggi la corte degli statisti europei celebra l’Europa di Maastricht, del patto di stabilità e del Trattato di Lisbona. Come si è passati dalla CEE, istituita nel 1957, che prevedeva un’unione commerciale ad un Trattato che va palesemente contro la nostra Carta costituzionale e affida i più importanti poteri dello Stato ad un’entità sovranazionale come l’UE?

Per capirlo, dobbiamo partire dall’inizio. Al di là di quello che molti scherani a difesa dell’UE e di Maastricht pensano, chi critica l’attuale impalcatura dell’Unione non è affatto contrario alla possibilità che i paesi europei collaborino pacificamente e nel pieno rispetto delle loro sovranità a comuni obbiettivi di crescita e sviluppo. L’Europa del secondo dopoguerra è sorta da un cumulo di macerie. Le nazioni europee si sono combattute nel più sanguinoso scontro militare che la storia ricordi, e la sincera esigenza di stabilire una piattaforma comune per migliorare le relazioni tra gli Stati era giustamente avvertita come indispensabile dai governanti dell’epoca. All’alba dei primi anni ’50, nascono le prime forme di cooperazione comune con il Trattato della CECA, la comunità europea del carbone e dell’acciaio, nata nel 1951 a Parigi con lo scopo di mettere in comune produzione queste due materie prime.

L’Italia è uno dei paesi fondatori di questo accordo, anche se la vera regia della nascita di questa organizzazione è diretta dall’asse franco-tedesco rappresentato all’epoca da Jean Monnet e Robert Schuman, un’alleanza che troveremo sempre presente anche negli anni successivi del processo di integrazione europea. Si arriva poi al Trattato di Roma, l’architrave della CEE, nata per sviluppare un mercato comune tra i sei Stati fondatori al quale successivamente aderiranno anche gli altri Stati come la Gran Bretagna nel 1973 e la Spagna nel 1986. Già la CEE, certo, era una comunità sovranazionale con determinati poteri e organismi che ne rappresentavano le funzioni esecutive, ma era ben diversa per poteri dell’attuale UE, una unione sovranazionale che ha avocato a sé molti poteri degli Stati nazionali, soggetti alla Commissione UE, che è in grado di mettere il veto sui bilanci dei singoli Stati dell’Unione ed è dotata di un potere sanzionatorio nei confronti degli Stati membri che non rispettano le sue direttive (dal momento che la Commissione dispone anche di poteri legislativi). Siamo dunque passati da una semplice comunità, fondata per mettere insieme determinate politiche economiche per raggiungere un scopo comune, ad una unione che sovrasta gli Stati nazionali, ne indirizza e ne decide le politiche fiscali, agricole e commerciali molto spesso in aperto contrasto con le costituzioni dei singoli Stati.

Se lo scopo originario era quello di limitare le conflittualità tra gli Stati europei e agevolare i reciproci rapporti commerciali, nel corso degli anni successivi in particolare dagli anni ’70 in poi, il processo di integrazione europea inizia ad assumere una direzione orientata a favorire un determinato gruppo di Stati e a penalizzarne altri considerati più immaturi democraticamente e più corrotti di altri.

IL SISTEMA MONETARIO

L’esempio più lampante di questo cambiamento è l’istituzione del primo bozzolo di unione monetaria, lo Sme nel 1979, il sistema monetario europeo, nato ufficialmente per stabilizzare le fluttuazioni dei cambi tra le singole valute europee e impedire politiche commerciali troppo aggressive fondate sulle svalutazioni competitive. In realtà, quella prima unione monetaria fu pensata proprio dall’asse franco-tedesco per limitare la competitività delle merci italiane sui mercati europei. Eminenti economisti e politici dell’epoca ne compresero appieno i danni che avrebbe potuto arrecare all’economia italiana, perché fondata a beneficio esclusivo dell’economia tedesca più orientata sulla deflazione e su bassi tassi di interesse, mentre quella italiana aveva fondamentali orientati su livelli di inflazione e tassi di interesse più alti. Se si costruisce un’unione di cambi fissi e si impedisce al paese con l’inflazione più alta di realizzare delle svalutazioni del cambio, è ovvio che sarà il paese con la più bassa inflazione a vincere la partita. Lo scrisse Federico Caffè, preoccupato dall’effetto negativo che lo Sme poteva avere sullo squilibrio dei conti con l’estero e ne parlò persino Giorgio Napolitano, nel 1978 in un celebre discorso alla Camera dei deputati nel quale denunciò tutte le conseguenze nefaste dello Sme sui salari italiani. Già all’epoca dunque l’integrazione europea stava assumendo una forma diversa: da un lato Stati considerati virtuosi (la Germania) per le loro presunte virtù di rettitudine morali che si riflettevano sulla stabilità dei conti pubblici; dall’altra Stati dissennati e spendaccioni (l’Italia), per le loro scellerate politiche fiscali e di bilancio. Niente di più falso. L’Italia aveva una delle spese pubbliche più basse d’Europa in quegli anni, e l’aumento del debito pubblico, fu creato dalla sciagurata operazione voluta da Ciampi e Andreatta che separarono la Banca d’Italia dal controllo del Tesoro, con effetti disastrosi sui tassi di interesse. Ma nonostante le numerose evidenze portate in più di un’occasione per smentire questa falsa narrativa, resta tutt’ora preminente l’ideologia della (nostra) colpa da scontare.

REGOLE DA RISPETTARE

Se si è partiti a Roma nel 1957 sotto speranze di cooperazione e comune intese per migliorare i rapporti tra gli Stati, si arriva a Maastricht nel 1992, con una sorta di peccato originale da scontare di alcuni Stati rispetto ad altri. L’Ue a due velocità di cui oggi si discuterà, di fatto esiste già da tempo. Da tempo infatti la Germania e il blocco dei paesi del Nord Europa guardano con disprezzo ai paesi del Sud Europa e attribuiscono la causa dei mali dell’unione monetaria ai governi e ai popoli di quei paesi, affetti da irredimibili vizi di corruzione e immoralità che ne impedirebbero il genuino cambiamento. Maastricht è nato sotto una cattiva stella: quella di entrare in un club, l’Unione Europea e in un’unione monetaria, l’euro, per sollevare alcuni Stati dalla loro naturale condizione di inferiorità e per farli somigliare alla virtuosa Germania.

La solidarietà europea di cui si parlava a Roma nel 1957, ora è rappresentata dai criteri del 3% sul deficit/ Pil e da quello sul debito pubblico del 60%, soglie che stabiliscono chi è virtuoso oppure no sui conti pubblici. Si è scoperto recentemente che il parametro del 3% fu un’idea partorita in meno di un’ora da un funzionario del governo di Mitterrand, priva di ogni fondamento scientifico. Questa regola fino ad ora per alcuni è stata applicata con totale intransigenza, mentre ad altri si è concesso il suo superamento senza problemi. Anche la nascita dell’euro è stata accompagnata dalla stessa retorica di salvezza di un paese malato, l’Italia, bisognosa di avere un governo di tecnici e di stranieri che ne curassero meglio i suoi interessi. In realtà, l’euro ha curato in maniera eccellente gli interessi tedeschi e francesi dal momento che la sua creazione è stata pensata dall’asse franco-tedesco per neutralizzare l’avversario più temuto sul piano commerciale, l’Italia.

CHI CI HA GUADAGNATO

La Francia ne ha guadagnato negli anni passati, acquisendo importanti marchi del made in Italy, ma ora si ritrova anche lei sulla stessa barca dell’Italia a causa di una moneta troppo forte per i suoi fondamentali monetari. La Germania invece si ritrova oggi regina d’Europa grazie ad un progetto che invece di unire ha finito per annientare i suoi avversari truccando le regole, invocandone il rispetto per gli altri mentre lei le cambiava a suo piacimento quando più le è convenuto.

Un esempio di questo si è avuto con le recenti crisi bancarie. Gli interventi statali sono stati proibiti all’Italia, quando si è trattato di salvare banca Etruria con la famigerata regola del bailin, mentre sono stati ampiamente concessi quando invece si è trattato di salvare le banche francesi e tedesche esposte con la Grecia nel 2012, quando si approvò il fondo salvastati. Due velocità dunque significa semplicemente che ad alcuni sono concesse cose che ad altri sono proibite. È in nome di questo principio che si sono distrutte le economie del Sud Europa: oggi la Grecia è nelle condizioni di un paese del terzo mondo. La sua disoccupazione giovanile è del 45% e quella complessiva del 23%. Le condizioni sanitarie sono disastrose, e molti ospedali non sono in grado di comprare le siringhe. È questa la solidarietà europea? Lo spirito dei padri fondatori dell’Europa è stato completamente tradito. L’integrazione europea sarebbe dovuta servire a migliorare la condizione socio-economica degli Stati, e invece ha finito col distruggerne alcuni per favorirne altri. Ad oggi i destini dei popoli europei sono nelle mani della Commissione UE, non eletta da nessuno e composta da commissari sconosciuti alla maggioranza dei cittadini che subiscono le sue decisioni senza nemmeno sapere da chi sono state prese. A conoscere bene i commissari sono invece i lobbysti che percorrono i corridoi di Bruxellese che ne impinguano lautamente le tasche, facendo passare questo o quel provvedimento in linea con gli interessi di grandi gruppi finanziari e corporation.

Quella che oggi viene definita Unione europea non è altro che l’espressione di una ristretta élite che vive nel più totale disprezzo dei popoli. Per questo oggi a Roma non c’è nulla da festeggiare. Semmai bisogna protestare. E a Roma ci saranno nel pomeriggio manifestazioni di protesta. Ciò che si dovrà evitare è che infiltrati violenti, che nulla hanno a che vedere col “sovranismo”, dirottino tutta l’attenzione dei media sulle loro violenze e non sui reali motivi della protesta.

Paolo Becchi e Cesare Sacchetti, Libero 25 marzo 2017

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