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L’ULTIMA SFIDA

Alla fine del 2012 il primo ministro del Giappone Shinzo Abe annunciava un’offensiva monetaria sullo yen per risollevare il paese da una paralisi ventennale. All’epoca e in altra sede spiegavamo perché la manovra sarebbe fallita, concludendo con un mesto: Non resta che aspettare le conseguenze. Inevitabili. Addio anche a te, Sol Levante. (La lezione del Giappone, IBL 2013). Non era difficile predire la debacle: Il paese dei «circoli di qualità» che negli anni 70 era cresciuto ad un tasso annuale del 9.6% e fino al 1990 di oltre il 4% all’anno, dopo disastrosi investimenti pubblici, deficit fuori controllo e con il debito più alto del Pianeta non sarebbe più uscito dal buco nero della deflazione. L’annuncio della campagna di Abe per svalutare lo yen fu applaudita dalla maggioranza dei commentatori economici come se il ministro giapponese avesse trovato la nuova pietra filosofale e come se i fatti non avessero già sconfessato l’efficacia del quantitative easing (QE) sperimentato dalla Federal Reserve e che solo la propaganda dei media vuol fare credere di aver innescato la ripresa dell’economia americana. Qui lo stimolo monetario è stato nel periodo 2008-2013 di 3.6 trilioni di dollari, pari all’interno prodotto lordo della Germania e anche il più sprovveduto in economia non può non constatare che il mega stimolo è fuori proporzione col il misero risultato: un 2% di crescita. Ma la verità è che non c’è stato neppure questo, perché al netto dell’inflazione che negli USA è superiore al 2%, il risultato è decrescita, checché ne dicano le statistiche manipolate del governo. Obama non sarebbe stato bocciato alle midterm elections se avesse potuto esibire un risultato diverso. Il reddito reale della famiglia media americana è fermo a ventanni anni fa, il governo continua a elargire food stamps (buoni pasto) a oltre 47 milioni di persone e sebbene Moody’s abbia riconfermata «la tripla A», per il paese titolare della moneta di riserva le prospettive rimangono assai incerte.

Pearl Harbour monetaria
L’obiettivo di Abe era di raddoppiare lo stock monetario in due anni utilizzando il QE per monetizzare titoli di governo e azionari. Per cui negli ultimi due anni la Bank of Japan (BoJ) ha acquistato circa 7 trilioni di yen al mese di titoli del tesoro, equivalenti a circa $65 miliardi di dollari con l’obiettivo primario di indebolire lo yen e creare inflazione. Come dire: riducendo il potere d’acquisto di una nazione si crea sviluppo. Naturalmente sul fronte del deprezzamento Abe ha avuto successo perché col pompaggio monetario iniziato nel 2013, lo yen ha perduto il 35% rispetto al dollaro e l’inflazione, secondo i dati del Statistics Bureau of Japan è cresciuta di oltre il 3%, un costo pesantissimo per un paese che deve importare energia. Errare è umano, perseverare diabolico. Nonostante i risultati, il mese scorso il responsabile della Bank of Japan, Haruhiko Kuroda annunciava un 60% di aumento del quantitative easing da 50 to 80 trilioni di yen all’anno. Ora, il bilancio della BoJ era già più gonfiato di quello della FED e poiché il paese ha una popolazione pari al 40% di quella degli USA, se facciamo le proporzioni, il QE giapponese equivale a $162.5 miliardi, ossia è superiore del 90% a quello della FED. Un’operazione condotta senza neppure il beneficio dell’anestesia per i consumatori giapponesi perché il governo ha aumentato l’Iva dal 5% al 8% (con previsto aumento del 10% il prossimo anno) il che equivale a sparare sul paziente. E così che si fa uscire un paese dalla stagnazione? Riducendo il potere d’acquisto ai consumatori? E’ pura stupidità o disperazione? In agosto i redditi reali sono diminuiti del 2.6% rispetto al 2013 il che significa che da quando è iniziato lo stimolo monetario i consumatori acquistano meno. Ma il peggio doveva arrivare. I tradizionali acquirenti del debito giapponese, i fondi pensione, hanno scaricato dal loro portafogli gli investimenti in bond senza rendimenti, inutili quindi a pagare le pensioni al 23% della popolazione over 65 anni e li hanno sostituiti con titoli azionari. Pertanto la BoJ non solo ha dovuto assorbire in massa i titoli del debito pubblico in circolazione ma dovrà acquistare quelli di nuova emissione. In pratica in Giappone non esiste più il mercato dei titoli pubblici e l’acquisto del 100% da parte di una banca centrale è il chiaro segnale di un prossimo collasso valutario. L’ultima campagna di Abe si concluderà in un disastro di proporzioni epiche, una Pearl Harbour in tempo di pace.

Nulla è come sembra
Forse è ingenuo cercare nella stupidità o disperazione la motivazione di queste politiche monetarie. Nell’epoca delle guerre valutarie e della nuova guerra fredda, é opportuno allargare il campo visivo ad altri fronti, per esempio quello del dollaro. Bisogna ricordare che il mondo intero è strettamente intrecciato alla moneta di riserva, lo standard dell’economia mondiale, e se crolla questa componente, crollano tutte le altre. Ora il dollaro sta perdendo drammaticamente terreno: in poco più di dieci anni le riserve mondiali dal 72% sono scese al 60%. Cina Russia e BRICS stanno pianificando un nuovo hub valutario basato sullo yuan e il dollaro rischia di essere degradato a valuta locale. Dunque il motivo delle politiche monetarie estreme, guarda caso tutte coordinate, potrebbe ricercarsi nella potentissima alleanza tra il governo americano e il sistema bancario e finanziario mondiale che avendo imposto fino ad oggi agli stati vassalli di Washington l’obbligo di proteggere la moneta di riserva, comporta il sacrificio delle altre. Un dollaro stabile rispetto alle valute vassalle è assolutamente necessario per mantenere lo status quo e non far crollare il castello di carte della finanza mondiale. Entro il prossimo decennio ne vedremo delle belle.

Paul Krugman il cantore del QE, nel rispondere alla domanda sulla crisi europea ha risposto che l’Europa necessita di qualcosa di simile alla Abeconomia, qualcosa, cioè, di realmente aggressivo. Ma in un recente articolo, l’agenzia di stampa Bloomberg (Abe’s $1 Trillion Gift to Stock Market Shields Recession Gloom 18/10/14) afferma che la manovra di Abe, ha fatto salire solo i corsi azionari beneficiando i già ricchi e continuerà a farlo.

Nell’eurozona si vuole che Draghi abbracci la stessa politica. Ma il presidente della BCE (chiamato negli ambienti che contano Mr.Maybe, il Sig.Forse) non ha il bazooka di Kuroda, ma solo una pistola ad acqua e se dovesse optare per il QE in salsa italo/europea si coprirebbe di ridicolo come è successo con la stravagante politica di tassi punitivi alle imprese che depositano liquidità nel circuito dell’euro. Fallirà ancora ma, come sempre, scaricherà la colpa del suo insuccesso sulle mancate riforme strutturali, un ritornello diventato ormai noioso. Forse, solo allora i commentatori nostrani, che sembrano vivere nel paese di Alice, si renderanno conto che il QE in cui credevano cecamente, non era altro che una nuova religione di cui Draghi era il vate in sedicesimo. Come sempre è accaduto e come Bloomberg ricorda, tale politica non fa fluire il denaro nell’industria ma nel mercato finanziario portandolo a valori stellari slegati dai fondamentali terrestri e serve solo a distribuire le fiches al famoso 1% immiserendo il 99%. Il presupposto ideale della rivoluzione perfetta che potrebbe presto divampare nel casinò dell’economia mondiale in cui i banchieri centrali hanno il ruolo dei croupiers.

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