Economia
Lula vince, il debito presenta il conto crollo della Borsa a -15%. Una lezione anche per la sinistra italiana
Le urne hanno premiato Lula. I mercati hanno bocciato le aspettative sulla sua politica economica. La Borsa brasiliana ha sospeso gli scambi dopo una perdita del 10%, mentre i futures sull’indice sono arrivati a cedere quasi il 15% e il real ha subito una caduta contro il dollaro nell’ordine dell’11-12%. Una scossa violentissima, che ha coinvolto anche i titoli pubblici. La riconferma del presidente apre così una frattura tra il consenso conquistato e la fiducia di chi deve finanziare il Paese.
Il problema precede il risultato elettorale. Durante il mandato di Lula il debito pubblico è aumentato di oltre dieci punti percentuali di Pil. A luglio aveva raggiunto l’82,5%, il livello più alto dall’aprile 2021: dunque un massimo da oltre cinque anni, non un primato assoluto. È su questa montagna di debito che si sono accumulate altre promesse di spesa. Il presidente ha chiesto agli elettori di fidarsi; gli investitori hanno cominciato a chiedere quanto costerà farlo.
Gli economisti indicano il punto debole con chiarezza. William Jackson, di Capital Economics, ritiene che la vittoria di Lula deluda le speranze di riforme capaci di rafforzare le finanze pubbliche e la crescita. Kurt Knowlson, di Aviva Investors, osserva che gli interventi annunciati prima del ballottaggio hanno reso più difficile il punto di partenza del risanamento. Barclays richiama invece il rischio di una linea di bilancio più espansiva e l’importanza della scelta del prossimo ministro delle Finanze. Tre valutazioni che convergono sulla stessa questione: la credibilità dei conti.
Graham Stock, di RBC BlueBay, indica come segnale decisivo l’impegno della nuova amministrazione per la disciplina fiscale, a cominciare proprio dalla squadra economica. Il messaggio è concreto: servono decisioni che rendano compatibili le promesse sociali con la capacità dello Stato di sostenerle.
Naturalmente, nel crollo pesa anche una scommessa finanziaria sbagliata. Gli operatori avevano puntato sul successo di Flávio Bolsonaro e ora stanno chiudendo quelle posizioni. Questo contribuisce a spiegare la violenza della correzione. Ma il rovesciamento delle aspettative trova terreno fertile in un problema reale: un debito crescente e dubbi sulla volontà politica di contenerlo.
È qui che il caso brasiliano dovrebbe interrogare anche la sinistra italiana. Il paragone riguarda il metodo delle promesse e la verifica delle coperture. Nel programma del Movimento 5 Stelle compaiono nuovi sostegni al reddito, pensioni di invalidità più alte, ritorno a Opzione Donna, rafforzamento dell’Ape sociale e asili gratuiti. Misure con finalità diverse, alcune certamente condivisibili, che richiedono però risorse continuative.
A sollevare il problema è anche Carlo Cottarelli. Analizzando le convergenze economiche tra Movimento e Pd, l’economista riconosce che alcune coperture sono indicate, dalla rinuncia al Ponte alle imposte sugli extraprofitti e alla maggiore progressività fiscale. Poi pone la domanda decisiva: «Ma basteranno?». E aggiunge: «All’elettore non vengono date sufficienti informazioni». È una contestazione precisa alla trasparenza finanziaria dell’offerta politica.
Non significa che ogni proposta della sinistra italiana produrrebbe automaticamente altro debito. Significa che, senza coperture sufficienti e permanenti, il rischio esiste. E chiedere chi paga è un dovere verso gli stessi cittadini ai quali si promettono nuovi diritti.
Il problema, del resto, attraversa anche l’Europa. La Francia è diventata uno dei principali focolai di rischio finanziario dell’eurozona: il 22 ottobre il rendimento del decennale ha superato il 5%, mentre la distanza dai titoli tedeschi ha raggiunto quasi 178 punti base, il massimo dal 2011. È il prezzo di conti fragili e di una paralisi politica che rende difficile correggerli. Definirla il «pericolo numero uno» richiederebbe una graduatoria discutibile; constatare che la seconda economia dell’eurozona sia diventata un problema per la stabilità europea è già un giudizio pesantissimo.
Macron porta una responsabilità politica nella mancata ricostruzione di una credibile disciplina di bilancio durante la sua presidenza. Sarebbe però scorretto confondere il suo percorso con quello della sinistra radicale, che ha combattuto anche la sua riforma delle pensioni. La contraddizione francese è proprio questa: i governi del presidente non hanno risanato i conti, mentre una parte dell’opposizione propone di cancellare interventi destinati a contenerne la spesa.
Nel programma del Nouveau Front populaire del 2024 figuravano l’abrogazione della riforma previdenziale e l’obiettivo del ritorno alla pensione a sessant’anni. Manuel Bompard, coordinatore della France insoumise, indicava anche la possibilità di ridurre da 43 a 40 gli anni di contribuzione richiesti. Alla domanda su come rendere sostenibile il sistema, dunque, la risposta politica era ampliare ulteriormente le condizioni di accesso. Una scelta che richiede entrate aggiuntive o risparmi altrove: l’etichetta di «progresso sociale» non elimina il costo.
La stessa verifica va applicata alle proposte delle sinistre portoghesi. Il Bloco de Esquerda ha presentato nel giugno 2026 un progetto per riportare l’età pensionabile a 65 anni oppure consentire il pensionamento con quarant’anni di contributi, eliminando il fattore di sostenibilità. Livre propone invece un’eredità sociale media di cinquemila euro per ogni bambino, accessibile alla maggiore età, e una sperimentazione del reddito di base. Quest’ultima è un progetto pilota, non un assegno universale già introdotto; per l’eredità sociale il partito indica una copertura attraverso la tassazione delle grandi fortune e successioni. Sono distinzioni necessarie, ma resta la verifica decisiva: quanto rendono stabilmente quelle imposte rispetto agli impegni assunti?
Anche alla sinistra di Sánchez, in Spagna, la pressione va verso maggiori prestazioni. Podemos ha proposto di eliminare le penalizzazioni per chi anticipa la pensione dopo almeno quarant’anni di contributi, estendendo il beneficio anche a persone già pensionate. Sumar ha sostenuto l’avvio dell’esame parlamentare. La finalità è tutelare chi ha cominciato presto a lavorare; il nodo finanziario è il costo permanente, compreso quello dell’applicazione retroattiva. Nel dibattito parlamentare è stata contestata proprio l’assenza di una quantificazione.
Non sono programmi identici e non è dimostrato che ogni misura debba tradursi in nuovo debito. Il tratto comune da contestare è la facilità con cui il beneficio viene annunciato e la sostenibilità rinviata a una discussione successiva. Dal Brasile alla Francia, fino alle promesse delle opposizioni italiane, la domanda rimane la stessa: quali entrate certe finanzieranno queste spese negli anni?
La credibilità si misura nella risposta. Quando manca, il rischio è promettere più protezione oggi e lasciare domani meno risorse per sanità, pensioni e servizi, assorbite dagli interessi. È questa la contraddizione che la sinistra deve risolvere prima di presentare un nuovo conto ai contribuenti.
Lula ha vinto le elezioni, ma deve ancora dimostrare di poter finanziare ciò che ha promesso. La sinistra italiana farebbe bene a osservare questa difficoltà prima di allungare il proprio elenco di impegni. Il debito consente di rinviare il conto. Gli interessi, nel frattempo, continuano a maturare.







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