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Lukoil cede l’impero internazionale a Carlyle: quando le sanzioni colpiscono il “Privato” (e non lo Stato)

Lukoil cede agli USA: asset internazionali venduti a Carlyle. Le sanzioni stritolano il gigante privato russo.

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Alla fine, anche il colosso privato ha dovuto cedere. Lukoil PJSC, la più internazionale delle compagnie petrolifere russe, ha concordato la vendita della maggior parte dei suoi asset esteri al gigante del private equity Carlyle Group. La notizia, arrivata questo giovedì, segna un punto di svolta: tre mesi dopo l’inasprimento delle sanzioni USA, la pressione finanziaria è diventata insostenibile per chi non ha il “portafoglio illimitato” del Cremlino a coprire le spalle.

L’accordo: cosa finisce nel carrello di Carlyle?

L’operazione è massiccia, anche se i termini finanziari sono rimasti (prevedibilmente) riservati. Lukoil si libera di una fetta enorme della sua presenza globale, anche se mantiene un piede in Asia centrale. Ecco i dettagli emersi finora:

  • Il perimetro: La vendita include la maggior parte degli asset internazionali, compresa la vasta rete di 5.300 stazioni di servizio sparse in 20 paesi e partecipazioni in raffinerie europee.

  • L’eccezione: Restano fuori dal deal gli asset in Kazakistan, strategici per la vicinanza geografica e politica a Mosca, che quindi saranno ancora gestiti dalla casa madre.

  • La continuità: Carlyle si è affrettata a dichiarare che l’operazione è strutturata per essere “pienamente conforme” ai requisiti dell’OFAC (l’ufficio di controllo degli asset esteri del Tesoro USA). L’obiettivo dichiarato è “preservare i posti di lavoro e stabilizzare la base patrimoniale”.

Il fallimento di Gunvor e l’ombra di Washington

Non è il primo tentativo di Lukoil di fare cassa e scappare dall’Occidente. A ottobre, la compagnia aveva praticamente chiuso un accordo con il trader energetico Gunvor Group.

Perché è saltato? Semplice: il Dipartimento del Tesoro USA ha definito Gunvor un “burattino” del Cremlino, facendo terra bruciata intorno all’operazione. Questo “niet” americano ha riaperto i giochi, attirando squali del calibro di Exxon Mobil, Chevron e l’ADNOC di Abu Dhabi, prima che il private equity di Carlyle la spuntasse.

Raffineria Petrotel Ploiesti

Le sanzioni mordono (ma in modo asimmetrico)

Qui sta il punto interessante per chi segue le dinamiche economiche reali. L’amministrazione Trump, tornata a premere l’acceleratore sulle sanzioni lo scorso anno per forzare la mano sulla guerra in Ucraina, ha creato un terremoto. Ma le onde d’urto non colpiscono tutti allo stesso modo.

Mentre i giganti di stato come Rosneft possono contare sul sostegno diretto e illimitato delle casse pubbliche russe (e quindi assorbire meglio i colpi o trovare vie traverse statali), Lukoil paga lo scotto di essere una compagnia privata.

Senza il paracadute diretto dello Stato, e con le banche internazionali che fuggono per paura delle sanzioni secondarie, Lukoil si è trovata in una crisi di liquidità e operatività all’estero molto più acuta rispetto ai suoi “cugini” statali. Le major russe private sono oggi l’anello debole della catena energetica di Mosca: troppo grandi per fallire in patria, ma troppo esposte per sopravvivere all’estero senza svendere i gioielli di famiglia ai fondi americani.

In sintesi: le sanzioni USA stanno funzionando soprattutto contro il capitale privato russo, costringendolo a ripiegare o a vendere (ironia della sorte) proprio a capitali occidentali che promettono “continuità”.

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