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Luigi Einaudi, il debito pubblico e l’evasione fiscale

di Davide Gionco
14.09.2019

Luigi Einaudi, primo presidente della Repubblica Italiana, era anche un economista molto competente in macroeconomia.
Era un liberale, quindi un fautore della presenza minima dello Stato nell’economia, credendo che il settore privato, se lasciato libero di fare, avrebbe fatto crescere l’economia meglio di quanto sarebbe avvenuto mediante un intervento diretto dello stato nell’economia.
Era quindi un difensore del pareggio di bilancio, ma assolutamente non per i motivi che oggi vengono addotti per chiedere allo stato di non spendere più di quanto incassa. Per Einaudi la limitazione alla spesa pubblica aveva l’unica funzione di lasciar campo all’iniziativa privata.

Einaudi sapeva benissimo che il debito pubblico non era un meccanismo per trasferire sulle generazioni future gli eccessi di spesa della generazione presente.
Nel suo libro del 1959 “Miti e paradossi della giustizia tributaria” Einaudi scriveva: “Gran parte della condanna morale lanciata dai politici austeri contro il debito pubblico è dovuta alla convinzione dell’immoralità di godere noi vivi oggi i vantaggi della spesa e di lasciar pagare il conto ai lontani nepoti. Il debito pubblico non merita davvero tanta lode né tanta infamia. Se ne può dire bene o male o un po’ bene e un po’ male; ma non a causa della faccenda dei posteri.
I posteri c’entrano; ma in modo del tutto diverso da quello immaginato dalla credenza comunemente diffusa nel volgo che il debito pubblico sia un trucco per far pagare ai nepoti le spese sostenute dai viventi. Disgraziatamente per i vivi, non esiste nessun mezzo per far pagare una spesa qualunque, grossa o piccola, privata o pubblica, alla gente la quale deve ancora nascere. E’ incredibile come gli uomini siano incapaci, appena si tratti di fatti collettivi, di veder chiaro negli accadimenti più semplici. Non esiste nessun mezzo per far sostenere ai posteri il costo, la fatica, il dolore di nessuna spesa presente”.
Einaudi evidenziava l’idiozia di un approccio “moralistico” alla questione del debito, senza avere la minima comprensione del fenomeno macroeconomico.

E, infatti, in un altro passaggio motiva così la sua posizione favorevole al pareggio di bilancio: “Il contrasto è un altro: non quello immaginato volgarmente fra generazione attuale e generazione futura; ma quello fra imposta e debito come mezzi per sopperire oggi ad una spesa dell’oggi“.
L’aumento del debito era ritenuta negativa solo in quanto comportava un aumento della presenza dello stato nell’economia, non perché il debito pubblico fosse un problema di bilancio in sè, tale da ricadere sulle generazioni future.

Per le stesse ragioni il padre costituente Luigi Einaudi era soprendentemente comprensivo nei confronti dell’evasione fiscale, come reazione ad un sistema fiscale insostenibile.
Ecco quanto scriveva il giovane Einaudi nel 1907 sul Corriere della Sera: “Che i contribuenti combattano una diuturna, incessante battaglia contro il fisco è cosa risaputa, ed è nella coscienza di tutti che la frode fiscale non potrà essere davvero considerata alla stregua degli altri reati finché le leggi tributarie rimarranno, quali sono, vessatorie e pesantissime e finché le sottili arti della frode rimarranno l’unica arma di difesa del contribuente contro le esorbitanze del fisco”.
Ed era anche favorevole all’elusione fiscale: “È nobile intendimento… impedire che alcuno si sottragga al suo debito tributario, in quanto la frode degli uni, immiserendo l’erario, lo costringe a gravare la mano su quelli che frodare non possono. Ma d’altro canto non è male che il tentativo della Finanza di costringere tutti a pagare le altissime aliquote italiane incontri una vivace resistenza nei privati. Se questi si acquetassero, e pagassero senza fiatare, anche la Finanza si adagerebbe sulle alte quote, paga dei guadagnati allori. La frode persistente la costringe a riflettere se non le convenga di ridurre le aliquote per indurre i contribuenti a miglior consiglio o per scemare il premio della frode. Il reato fiscale non è quindi sempre senza frutti: poiché ad esso si deve se qualcosa si ottenne in materia di minorazioni di aliquote…

Ora, non possiamo equiparare con esattezza la situazione dell’Italia odierna a quella del 1907 (articolo di Einaudi sul Corriere della Sera) o a quella del 1959 (libro in cui parla del debito pubblico), ma è del tutto chiaro che coloro che oggi si dicono “liberali” e pensano che il debito pubblico sia un male morale e, quindi, qualcosa da ridurre, dimostrano di non avere capito nulla di cosa sia realmente il debito pubblico.
Analogamente coloro che pensano che si debba mantenere l’attuale sistema fiscale oneroso e punitivo verso i contibuenti, sempre per “ridurre il debito pubblico”, dimostrano di non avere capito nulla pure loro di cosa sia il debito pubblico e della sua funzione nell’economia di un paese.

In conclusione davvero vorrei invitare sia il lettori “liberali” che quelli “socialisti” a mantenere serenamente la propria diversa visione sull’organizzazione ideale dell’economia di una nazione, ma nello stesso tempo a non farsi imbrogliare da coloro che ci dicono che lo stato deve fare pareggio di bilancio per non aumentare il debito o addirittura fare attivo di bilancio primario per ridurre il debito, come avviene da oltre 25 anni in Italia, record mondiale storico.

Il debito pubblico è uno strumento di governo dell’economia, che ha la funzione di regolare la quantità di denaro circolante nell’economia di un paese. Non è una “situazione immorale” e le ragioni per cui si è venuto a formare in passato non hanno alcuna relazione con l’utilizzo che si deve fare dello strumento al momento presente.
Il debito pubblico è uno “stock“, è solo una rappresentazione contabile del denaro che è stato messo in circolazione nell’economia da parte dello stato.
Quello che davvero conta per l’andamento dell’economia del paese è il “flusso” di denaro che lo stato mette o non mette in circolazione e questo flusso non dipende da quanto accaduto nel passato.
A meno che non si voglia, ideologicamente, “ridurre il debito pubblico o mantenerlo in “pareggio” dimenticando che il pagamento degli interessi causa un “flusso negativo” di denaro sottratto ai contribuenti per darlo ai rentiers.

Per questo restiamo serenamente liberali o socialisti, ma non facciamoci ingannare da coloro che sostengono falsità sul debito pubblico, le cui conseguenze sono alla fine, inevitabilmente, delle riduzioni della spesa pubblica o degli aumenti di tasse, finalizzati unicamente a trasferire ricchezza, oggi, ai rentiers, coloro che guadagnano dal pareggio di bilancio e dalla riduzione del debito, a spese di tutti gli altri cittadini.


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