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L’UE e il balletto delle poltrone che contano (di Viola Ferrante)

 

Lo storytelling di quanto è accaduto ieri l’altro al Parlamento europeo e il caso dei presunti rubli alla Lega che tanto occupano i media italiani mi risulta falsato dalla realtà dei fatti importanti che intanto accadono nelle cancellerie nordeuropee dietro alle telecamere italiane. Certo il fatto dell’occasione storica mancata di far saltare il banco in UE grazie ai 14 voti determinanti del M5S nella elezione a capo della Commissione Europea della tedesca Ursula von der Leyen avrà senz’altro delle ripercussioni nella politica interna italiana, ma anche in quella tedesca e non sono notizie di poco conto, poiché aiutano a capire cosa sta veramente succedendo in questa fase di transizione politica ed economica dell’Europa e che avrà riflessi importanti anche nel nostro paese.

Si è già detto e scritto tanto sul profilo della von der Leyen ma non si è spiegato al pubblico italiano perché sono stati necessari i voti dei 5 stelle per avere una maggioranza anche se risicata tanto da farla definire “anatra zoppa”. Il motivo è che la signora non è stata votata dagli europarlamentari dei Verdi tedeschi in primis e dell’SPD (i socialdemocratici tedeschi alleati del governo Merkel), oltre che da altri franchi tiratori. I loro motivi sono ufficialmente diversi. In realtà sono squisitamente di natura politica interna. L’SPD si trova in una situazione di crisi profonda, ha perso ancora molti voti alle europee, è gestito da due esponenti del direttivo che dovrebbero organizzare un congresso direi rifondativo visto che nessuno si candida alla sua segreteria dopo le dimissioni di Andrea Nahles e si è visto del tutto escluso dalle trattative della Merkel con Macron sulle candidature che contano in UE come previsto anche dal contratto di governo. Quindi appena potrà, staccherà la spina alla Grande Coalizione di cui si prevede la fine prima di Natale. Nessuno infatti ha voglia di sacrificarsi politicamente sull’altare della GroKo (Grosse Koalition) così mal digerita dalla sua base. I verdi in previsione del fallimento della GroKo e forti del grande consenso ancora in crescita in casa hanno voluto dare un segnale chiaro di coerenza al loro elettorato negando il loro assenso ad una figura politica che in Germania sia come Ministro della Famiglia che come Ministro della Difesa non gode di un grande prestigio. Quindi loro puntano alle elezioni anticipate e alla SPD quale partner di governo. Da qui il loro comune No alla Ursula von der Leyen. Tutto questo mentre la Merkel fortemente indebolita cerca di organizzare la sua “eredità politica” sia in patria che in UE. Al Ministero della Difesa lasciato dalla von der Leyen in condizioni molto critiche ha messo il capo della CDU, la Annegret Kramp Karrenbauer (la AKK, come viene chiamata dai tedeschi) che con questo incarico aumenta in modo considerevole le quotazioni per la sua futura candidatura alla Cancelleria, non vista di buon occhio da buona parte della stessa CDU che vorrebbe un uomo (Friedrich Merz?) come successore della Merkel.

E in Europa?

Il balletto delle poltrone è stato gestito finora molto bene dalla Merkel – lontano dai riflettori -. Messa fuori gioco l’Austria con lo scandalo “STRACHE” con conseguente caduta del governo conservatore di Kurz, che in UE non toccato palla, la Cancelliera ha scelto di fronteggiare il riottoso Macron concedendogli la BCE con Christine Lagarde ma chiedendo in cambio la presidenza del FMI a Washington per l’olandese Jeroen Dijsselbloem, ex presidente dell’Eurogruppo, voluto all’epoca a quell’incarico da Schäuble perché quale giovane ministro delle finanze si sarebbe dimostrato molto docile al suo volere e garante delle sue politiche di rigore monetario nella zona euro ( la Grecia, ah, la Grecia!). Con questa mossa ha garantito alla von der Leyen l’appoggio dei Paesi Bassi – il belga Charles Michel a capo del Consiglio europeo – e garantendo in tal modo una continuità nelle politiche europrotettive, così fondamentali per l’economia tedesca. Infatti Macron non poteva pretendere la CE e il FMI.

Resta da vedere se Dijsselbloem riceverà l’incarico al FMI dove si candida anche il canadese Mark Carney, da molto tempo capo della Banca Centrale Inglese, a cui pare vengano date poche possibilità per via della Brexit, sebbene abbia anche le nazionalità inglese e irlandese. Il destino di Dijsselbloem si deciderà al prossimo G-7 previsto in Francia ancora in questa settimana. A questo proposito la Merkel ha “argutamente” osservato che nella ripartizione degli incarichi di rilievo UE i paesi piccoli non hanno avuto molto e quindi sarebbe giusto dare a loro (leggere Olanda) un posto chiave così importante. Generosa e disinteressata, vero?

Viola Ferrante


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