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Loro sperano che se la cavano

Nell’era A.V., ante virus, la frase tipo per introdurre una conversazione era: come stai? Domanda abbastanza ipocrita, sia perché chi la pone non ha quasi mai interesse per la risposta, sia perché chi risponde non dice quasi mai la verità. E tuttavia la si impiegava per lubrificare l’incipit di un dialogo. Oggi, al primo quesito se n’è affiancato un secondo: ti sei vaccinato? Le due formule convivono, ma a breve ne resterà una sola, come nei film western. Ci vedremo, ci conosceremo, ci telefoneremo e – zacchete – partirà la macumba: ti sei vaccinato? Così, con nonchalance, allo stesso modo in cui ci si domandava: come stai?

Ma la new entry del nuovo galateo epidemico non viene mai sola, un po’ come le rogne. Infatti, se l’incauto risponde no, gli tocca in sorte la seconda fatidica richiesta: perché? Stessa sorte del tapino il quale risponda “sto male” all’altra espressione rituale. In tal caso, seguono le immancabili tre-parole-tre con punto di domanda incluso: cosa è successo? E ciò implica – in ambedue le ipotesi – un’unica soluzione per trarsi di impaccio. E cioè replicare “sto bene” alla prima domanda (anche se, in effetti, stai di merda) e “sì” alla seconda (anche se il vaccino non lo faresti manco sotto tortura).

Del resto, le piccole bugie sono sempre state una eccellente vaselina per il buon andamento dei rapporti sociali. E però, vorremmo far notare che il gettonatissimo mantra della Civiltà del Vaccino, nell’era D.V., dopo virus, non è solo opportunamente ipocrita, come il suo predecessore, ma anche subdolamente insidioso. Infatti, comporta una inversione indebita dell’onere della prova. E cioè muove dal presupposto che chi non si vaccina dovrebbe giustificare la propria scelta per definizione “sbagliata”, mentre chi si vaccina sarebbe esentato dal rendere conto di una decisione “giusta” a prescindere.

Invece, dovrebbe accadere esattamente l’opposto. È chi si vaccina a dover spiegare le proprie ragioni, non il contrario. E possono esserci, beninteso. Per esempio, uno potrebbe essersi vaccinato perché obbligato dalla legge. Molti sanitari lo fanno per questo; oppure perché di età avanzata e con plurime patologie. Di fronte al rischio di una sanzione o all’elevata probabilità di morire per un virus che ha come target privilegiato gli ultraottantenni pluri-patologici, l’opzione pro vaccino ha senso. Ma in moltissimi altri casi, no. Non foss’altro che per una ragione razionale, prima ancora che scientifica: il vaccino non protegge dal contagio e il piatto dei costi potenziali supera quello dei benefici sperati. Caso emblematico quello degli studenti.

Eppure, il tam tam mediatico ci ha instillato la malsana, e infondata, idea di doverci “giustificare” se non ci vacciniamo. È il frutto di  un sistema di informazione corrotto fin dalle radici e di una macchina della sedicente “scienza” più corrotta ancora di quel sistema. Corrotti, l’uno e l’altra, non solo dai denari di chi le finanzia (spesso erogati dalla medesima borsa di chi i vaccini li produce), ma anche dal servilismo untuoso, pavido e goffo tipico dei sudditi di ogni genere di fascismo. Ergo, se rientrate nella categoria dei “dispersi”, ricordatevi di riformulare all’istante la risposta alla fatidica domanda, la prossima volta che succede. “Sei vaccinato?”. “No, e tu?”. “Sì”. “Perché?”. Poi segnatevi le risposte che ci faremo un libro dal titolo antico: loro sperano che se la cavano.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com


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