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L’oro non brilla più: le vendite da record della Turchia e la caccia alla liquidità affossano il mercato
Perché l’oro crolla nonostante i venti di guerra? Scopri come le massicce vendite della Turchia e di altre Banche Centrali per difendere le valute nazionali stanno affossando il mercato dei lingotti.

L’oro dovrebbe essere il bene rifugio per eccellenza nelle fasi di incertezza internazionale, ma, di fronte al nuovo scenario di crisi in Medio Oriente e al conflitto in Iran, le quotazioni non stanno affatto registrando il rally sperato dagli investitori. Al contrario, il mercato del metallo giallo ha vissuto il suo peggior mese degli ultimi diciotto anni, con un crollo dei prezzi dell’11,5%, scivolati dai massimi di 5.500 dollari l’oncia di gennaio agli attuali 4.720 dollari circa, come riportato da Tradingeconomics.
Come si spiega un comportamento così peculiare in un contesto teoricamente rialzista? La risposta va cercata nelle necessità di bilancio degli Stati sovrani e, in particolare, nelle manovre sui mercati della Banca Centrale della Repubblica di Turchia (CBRT).
Gli istituti centrali sono stati a lungo considerati i grandi difensori del valore dell’oro, ma, quando l’inflazione morde e le valute nazionali vacillano, la liquidità immediata torna a essere l’unica vera priorità. L’oro, asset per sua natura sterile se non scambiato, viene così sacrificato sull’altare dell’economia reale. Tra l’altro lo studio del grafico delle cessioni mostra come questo comportamento non sia stato specifico solo di questo momento.
I numeri del disimpegno turco
Dall’inizio delle tensioni, la Turchia ha mosso l’equivalente di circa 20 miliardi di dollari in oro per difendere una Lira sempre più debole e cercare di domare un’inflazione che viaggia oltre il 31%.
Ecco i dettagli delle operazioni turche tra la fine di febbraio e marzo:
- Vendite dirette: 52 tonnellate scaricate sul mercato.
- Operazioni di Swap: 79 tonnellate concesse in prestito per generare reddito immediato, aumentando l’offerta disponibile e deprimendo i prezzi.
- Riserve nette residue: scese a 440 tonnellate, il livello più basso degli ultimi due anni.
- Riserve internazionali totali: quasi dimezzate a 46 miliardi di dollari.
L’immissione improvvisa di queste quantità sui mercati ha fisiologicamente inondato le piazze, ma, come fa notare l’analista Uğur Gürses, la mossa era tecnicamente inevitabile: la banca centrale deteneva fino al 70% delle proprie riserve in oro e aveva un disperato bisogno di liquidità in dollari.
Un trend globale (con l’eccezione di Pechino) La Turchia non è un caso isolato. Lo shock energetico globale sta spingendo diverse nazioni a riconsiderare i propri forzieri. La Russia ha liquidato 15 tonnellate a inizio anno, mentre in Polonia la banca centrale ha addirittura proposto la vendita di lingotti per finanziare la spesa militare, incontrando però l’opposizione dell’esecutivo. I dati parlano chiaro: gli acquisti netti delle banche centrali sono calati del 20% su base annua, fermandosi a 860 tonnellate. A questo si aggiungono i deflussi dai fondi ETF sull’oro, con molti investitori che hanno preferito incassare i profitti di inizio anno.
C’è tuttavia chi rema controcorrente per approfittare degli sconti. La People’s Bank of China ha registrato a marzo il suo maggiore acquisto da un anno a questa parte, incamerando 160.000 once. Parigi, dal canto suo, si è limitata a completare il suo programma di rimpatrio dell’oro dagli Stati Uniti, ma, in termini di volumi globali, le massicce vendite per necessità di cassa continuano a dominare la scena.
La lezione è chiara: nell’era degli shock asimmetrici, l’oro rimane una riserva di valore affascinante, ma, quando i governi devono sostenere la spesa pubblica e la tenuta valutaria, il pragmatismo macroeconomico vince sempre sulla tradizione dei caveau.








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