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LIVORNO NON ALLARMA IL PD MA L’ITALIA

 

Se in un cinema scoppia un incendio e la gente mantiene la calma, non si verificherà nessuna tragedia. Viceversa, se ognuno, in preda al panico, cercherà una sua soluzione, inclusa quella di calpestare i più deboli per arrivare prima alla porta, ci potrebbero essere molti morti. Ciò vale anche per i risultati delle elezioni. A lungo la nostra democrazia è stata bloccata dalla paura dei comunisti, ma quando è caduto il Muro di Berlino in molti siamo stati felici: finalmente avremmo potuto votare “per” qualcosa, e non “contro” qualcosa. Da allora, per il sistema capitalistico in economia e la democrazia come forma di governo, votare “a destra” o “a sinistra” non ha più fatto differenza. Tutto ciò fino alle elezioni del 2013, quando il Movimento di Beppe Grillo, essenzialmente inassimilabile e antisistema,  ha avuto quasi un quarto dei voti degli elettori ed ha tentato di servirsene per paralizzare la vita nazionale, dicendo no a tutto. Tutto ciò richiede una spiegazione.

Delusi dalla politica, per lunghi anni gli italiani hanno anelato a “non morire democristiani”.  Poi, con la tempesta di Mani Pulite, morta la Dc, hanno creduto di avere la prova della corruzione della classe dirigente. E avendo finalmente visto le due estreme al governo, ne hanno dedotto che il problema non era la destra o la sinistra, ma l’intera classe politica.

Quando a questa convinzione si è aggiunta la disperazione per la più grande stagnazione economica che si ricordi, i cittadini si sono comportati come gli spettatori del cinema in preda al panico. Quelle dovrebbero essere le uscite? e se non faccio in tempo? e se sono bruciato vivo? Ecco allora che tutti hanno preso in considerazione anche le soluzioni più improbabili o pericolose. I successi che Renzi amerebbe attribuire alla novità del suo stile, o Grillo alla sua protesta radicale, indicano soltanto la disperazione degli elettori.

In questo clima l’arretramento del centrodestra era inevitabile: i moderati hanno paura dei cambiamenti dall’esito incerto e non a caso sono detti “conservatori”. Al contrario l’elettorato emotivo, quello che non ha voglia di conservare nulla, è attratto dai partiti che si dicono “progressisti” o “rivoluzionari”. Da ciò il successo dei “progressisti” del Pd o dei “rivoluzionari” del M5S. Ma i voti dati a queste formazioni sono tutt’altro che convinti. Chi votava per il Pci aveva in mente un marxismo fiabesco, ora quelli che hanno votato per il Pd per la prima volta, o gli arrabbiati del M5S, hanno soltanto avuto voglia di “fare qualcosa”, di “smuovere le acque”, di “far comprendere la propria esasperazione”. Ma questa non è un’ideologia e fra Pd e M5S il contrasto non potrebbe essere più marcato.

Il Pd ha radici ideologiche tanto forti da essere stato per decenni paladino dell’economia marxista e della dittatura del proletariato. Il M5S è invece caratterizzato da una vertiginosa assenza d’idee: è più capace di gridare ciò che vorrebbe distruggere che di spiegare che cosa vorrebbe costruire al suo posto. La sua protesta è vagamente anarchica e nichilista. Dunque Il voto alle recenti consultazioni ha avuto connotazioni irrazionali. Si è votato soltanto sperando di scuotere l’albero e farne cadere i frutti vecchi e marci.

Il caso di Livorno è in questo senso emblematico. Il voto per un sindaco del M5S piuttosto che per l’ovvio candidato del Pd, non è un’adesione al M5S, è la bocciatura di un’ideologia che in quella città dovrebbe essere particolarmente nota e un voto di sfiducia nel Pd sentito come parte essenziale del sistema. Se i livornesi avessero creduto che il Pd è “insufficientemente comunista”, non avrebbero dovuto votare per l’insulso M5S, avrebbero dovuto rivolgersi al partito di Nichi Vendola, che della qualifica di comunista non si vergogna certo. Invece hanno soltanto voluto gridare “no!”, o forse quell’invito volgare e indeterminato che Grillo ha ripetuto fin troppe volte.

Il voto di queste settimane, più che alla vittoria di questo o quel partito, corrisponde al disorientamento dell’elettorato. Tanto che esso domani potrebbe cambiare radicalmente opinione, seguendo l’emozione del momento. Del resto, il voto a valanga non è stato a favore del Pd in quanto erede di un partito serio come il Pci, ma a favore di un partito transpartito che fa concorrenza allo stesso M5S in materia di demagogia e di promesse irrealizzabili. Quando ci sarà l’inevitabile delusione, che ne sarà di quel consenso? Renzi ha sparato tutte le cartucce verbali di cui disponeva ma arriverà un momento in cui le parole non conteranno più.

Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it

10 giugno 2014

 

 

 

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