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L’Iraq subentra a Lukoil nel giacimento West Qurna 2: pragmatismo imposto dalle sanzioni USA
I russi di Lukoil non possono più operare per i vincoli occidentali. Baghdad subentra per salvare la produzione, e anche gli altri paesi vogliono intervenire direttamente

La geopolitica dell’energia continua a regalarci lezioni di realismo, questa volta direttamente dalle sabbie dell’Iraq. Il governo di Baghdad ha approvato il subentro nelle operazioni del giacimento petrolifero West Qurna 2, invocando le clausole del contratto di servizio tecnico stipulato con la compagnia russa Lukoil. La mossa segue la dichiarazione di forza maggiore avanzata dalla società russa lo scorso novembre, riportata da Reuters mercoledì.
Non siamo di fronte a una nazionalizzazione ideologica in stile anni ’70, ma a una necessità tecnica e pragmatica. L’Iraq deve garantire che il petrolio continui a scorrere. Lukoil ha citato vincoli operativi insormontabili legati alle sanzioni occidentali contro la Russia, e Baghdad ha risposto nell’unico modo possibile per tutelare i propri interessi nazionali. West Qurna 2 non è un pozzo qualunque: è uno dei giacimenti più produttivi del Paese, con un output di circa 470.000 barili al giorno.
Essendo il giacimento di proprietà statale e gestito tramite un contratto di servizio, il governo iracheno ha semplicemente assunto le responsabilità operative quotidiane, incluso il pagamento degli stipendi al personale. Un intervento statale quasi da manuale keynesiano: lo Stato interviene dove il privato (o in questo caso il partner estero sanzionato) non riesce più a garantire la continuità produttiva essenziale per l’economia.
L’effetto domino sulle attività di Lukoil
L’azione dell’Iraq non è isolata. Le sanzioni statunitensi ed europee sulle aziende energetiche russe hanno innescato una reazione a catena globale. Diversi Paesi si sono visti costretti a intervenire nella gestione ordinaria degli asset esteri di Lukoil, dalle raffinerie alle reti di distribuzione, utilizzando amministrazioni fiduciarie o gestioni speciali.
L’obiettivo è duplice: mantenere attive le forniture energetiche e stabilizzare i mercati interni dei carburanti, bloccando al contempo i trasferimenti di asset che violerebbero le sanzioni, senza necessariamente procedere a confische permanenti della proprietà.
Ecco un quadro di come diverse nazioni stanno gestendo la “questione Lukoil”:
- Bulgaria: il Parlamento locale ha permesso la nomina di un amministratore speciale governativo per supervisionare le operazioni della raffineria Lukoil, con l’obiettivo primario di salvaguardare l’approvvigionamento di carburante.
- Romania: Bucarest ha adottato un approccio simile, approvando poteri di emergenza che consentono alle autorità di installare amministratori nelle società sanzionate. Questo include parti della rete di vendita al dettaglio e di raffinazione di Lukoil, per prevenire interruzioni di mercato.
- Moldavia: Chisinau ha scelto un approccio più morbido e negoziale, trattando con Lukoil l’acquisto di infrastrutture specifiche, come gli asset presso l’aeroporto di Chisinau, per mettere in sicurezza funzioni critiche.
- Ungheria: Budapest si muove con la sua consueta autonomia strategica. Attraverso il gigante energetico MOL, sta esplorando attivamente l’acquisto degli asset di Lukoil nella regione, puntando specificamente a raffinerie e stazioni di servizio in Paesi come Serbia (NIS), Romania e Bulgaria.
In sintesi, le sanzioni creano il problema, e gli Stati, volenti o nolenti, devono trovare la soluzione pratica per non lasciare i propri cittadini a secco. L’Iraq ha appena dimostrato che, quando si tratta di 470.000 barili al giorno, il pragmatismo vince su tutto. Si tratta di situazioni non ottimali, ma senza nessuna via d’uscita.
Domande e risposte
Perché l’Iraq ha preso il controllo delle operazioni a West Qurna 2? L’Iraq è intervenuto per garantire la continuità della produzione petrolifera (circa 470.000 barili al giorno) dopo che Lukoil ha dichiarato forza maggiore. Le sanzioni occidentali contro la Russia hanno creato vincoli operativi che impedivano alla compagnia russa di gestire efficacemente il giacimento. Il governo iracheno, proprietario del campo, ha quindi assunto la gestione operativa e il pagamento degli stipendi per evitare interruzioni dannose per l’economia nazionale.
Si tratta di un esproprio o di una nazionalizzazione dei beni russi? No, non è un esproprio permanente. Si tratta di un subentro operativo basato sulle clausole del contratto di servizio tecnico esistente. L’Iraq sta assumendo la responsabilità della gestione quotidiana (“day-to-day running”) per aggirare i problemi logistici e finanziari causati dalle sanzioni, ma non ha sequestrato la proprietà degli asset in modo definitivo. È una misura tecnica per mantenere il flusso di energia attivo.
Come stanno reagendo gli altri Paesi europei con asset Lukoil? Molti Paesi dell’Est Europa hanno adottato misure di amministrazione speciale o fiduciaria. La Bulgaria e la Romania hanno nominato amministratori governativi per gestire raffinerie e reti di distribuzione, garantendo così l’approvvigionamento interno senza violare le sanzioni. L’Ungheria, tramite MOL, sta invece valutando di acquistare direttamente gli asset di Lukoil nella regione (Serbia, Romania, Bulgaria) per consolidare la propria sicurezza energetica.








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