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L’INSEGNAMENTO DELLA GUERRA

In tempo di pace si danno per scontate più cose di quanto non si creda. Che stando in casa non si corrano rischi. Che ci si possa sempre mettere in contatto con le persone care. Che l’unica paura, in materia di cibo, sia quella d’ingrassare. Che vent’anni non è l’età per morire.  La guerra insegna invece la fame, i bombardamenti e la morte in battaglia, proprio per i ragazzi. Insegna a tutti, anche a chi non s’è mai posto il minimo problema metafisico, il significato dell’espressione “condizione umana”.

Contrariamente al passato, la guerra moderna non si limita allo scontro fra gli eserciti, lontano dalle città, tanto che “campagna” significa anche “grande azione militare”: coinvolge anche la popolazione civile, in un concorso di orrore e di sterminio. Dirne bene sarebbe da dementi, anche se Tommaso Marinetti la chiamò la “sola igiene del mondo”. Ma poi il poeta vide ambedue le Guerre Mondiali che probabilmente gli fornirono qualche ulteriore elemento di riflessione. Altrettanto da dementi sarebbe tuttavia sostenere che la guerra non insegni nulla. Essa è la prima maestra di un concetto che la gente in tempo di pace dimentica: quello di “nemico”. Qualcosa di totalmente diverso dal concetto di “avversario”.

In un incontro di dodici riprese, ciascun pugilatore cerca per tre quarti d’ora di dare all’altro un pugno tanto forte da fargli perdere i sensi per qualche secondo. E tuttavia, quando suona il gong conclusivo, i duellanti per prima cosa si abbracciano. Come mai? Semplice: perché lo scopo non è la sofferenza dell’altro, ma la dimostrazione della propria superiorità. Con l’avversario la materia del contendere è limitata alla prestazione sportiva. Per due politologi, in un dibattito, è la superiorità delle argomentazioni. È soddisfazione sufficiente vincere, senza che sia necessario eliminare l’altro.

Per il nemico, invece, la posta in gioco non è la dimostrazione della superiorità, è più semplicemente la vita. L’ideale non è costringere l’altro a riconoscere di essere stato battuto, ma vederlo morire. Infatti nell’antichità non era raro che tutti i vinti venissero passati a fil di spada. Tanto che gli andava ancora bene se erano ridotti in schiavitù. La parola “servus” (schiavo) è imparentata con “servare” (salvare): il vinto venduto come schiavo era stato salvato dalla morte.

Naturalmente, non tutte le guerre moderne conservano questo concetto barbarico della guerra, che condividiamo con altri animali come le formiche: oggi non si uccidono i prigionieri ed anzi si curano i feriti. Ma esclusivamente per far sì che i nemici facciano altrettanto, ed anche perché, razionalmente, la crudeltà nei confronti dei vinti non accelera la vittoria. Ma tutto questo vale per nazioni che hanno raggiunto un certo livello di discernimento e di civiltà. Se invece chi “dichiara la guerra”, è pressoché un primitivo, non dispone di un esercito, non indossa divise e si dà alla guerriglia (parente stretta della criminalità), ecco che lo scontro torna ai parametri dei primitivi. Si combatte soltanto per uccidere, dunque non si può intavolare nessuna discussione. Nemmeno quella sull’utilità, per tutti, di rispettare le Convenzioni di Ginevra.

Sulla base di queste precisazioni terminologiche può affermarsi che il terrorista non è un avversario con cui discutere. Non si possono stabilire le regole dello scontro, con lui, e non gli si può offrire un ragionevole accordo, nell’interesse di ambedue le parti. Il terrorista dichiara guerra nel senso arcaico e per così dire eterno  del termine. Quello delle formiche. E dal momento che ai nemici lui non dà scelta, neanche gli aggrediti gliene danno una. L’unica risposta ad una imminente raffica di mitra è una raffica di mitra più veloce.

Ai tempi della Frontiera si diceva: “L’unico indiano buono è un indiano morto”. Sarà un detto brutale e spietato, ma descrive il livello dello scontro. Quando Hamas mette nel suo statuto l’intenzione di eliminare (leggasi “uccidere”) tutti gli ebrei di Israele, non manifesta un’intenzione assurda o fuori della storia: sceglie il tipo di conflitto e dichiara gli israeliani nemici, alla maniera arcaica. In questi casi ogni tipo di negoziato è inutile. Non esiste una mezza misura tra uccidere e non uccidere. Hamas non si accontenterebbe di “ferire tutti gli ebrei”. Anche composta interamente da feriti, Israele sarebbe ancora al suo posto: ed è quello che Hamas non vuole.

La conclusione è che, ogni volta che qualcuno dichiara un altro “nemico”, nel senso antico del termine, ogni comprensione, ogni negoziato, ogni attenuazione della lotta sono soltanto tradimenti del proprio gruppo. Il “dialogo”, parola oggigiorno abusata, si può avere con chi vi è disposto. Viceversa, l’unica argomentazione che si può opporre a chi viene per uccidere è ucciderlo per primi.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

12 gennaio 2015

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