EconomiaEsteriMaterie prime
L’Impero dell’Oro del Mali perde il treno della storia: produzione al collasso nel mezzo dell’euforia dei prezzi
Mali, il paradosso dell’oro: produzione a picco e liti statali mentre i prezzi volano a 4.900$. Un’occasione storica gettata al vento?

Mentre il mondo guarda all’oro come bene rifugio per eccellenza, con quotazioni stellari, il Mali riesce nell’impresa impossibile di far crollare la propria produzione. Tra dispute legali con le multinazionali e l’instabilità portata dai “nuovi amici” geopolitici, Bamako rischia di sprecare la sua più grande occasione.
Se c’è una lezione che la storia economica ci insegna, è che avere risorse non basta; bisogna anche saperle estrarre e vendere quando il mercato lo richiede. Nel cuore dell’Africa, a sud del Sahara, l’antico impero del Mali dominava il Sahel grazie a una produzione aurea che divenne leggenda. Le cronache raccontano che il pellegrinaggio alla Mecca dell’imperatore Mansa Musa, nel XIV secolo, inondò l’Egitto di talmente tanto oro da scatenare un’inflazione decennale.
Oggi, di quella gloria imperiale resta poco, ma la geologia non mente: il Mali siede ancora su un tesoro. Eppure, proprio ora che il metallo giallo tocca quotazioni da capogiro, il Paese sembra impegnato a farsi lo sgambetto da solo.
Un gigante dai piedi d’argilla (e d’oro)
Il Mali non è un attore secondario. Parliamo dell’undicesimo produttore mondiale, con numeri che farebbero invidia a molte nazioni ben più estese:
Produzione annua: 42 milioni di tonnellate.
Peso sull’export: Il metallo giallo rappresenta il 72% delle esportazioni totali.
Impatto sul PIL: Circa il 10% dell’economia nazionale dipende dall’oro.
Con una superficie doppia rispetto alla Spagna ma con “soli” 25 milioni di abitanti, il Mali dovrebbe navigare nell’oro, letteralmente. In un mondo ideale, a Bamako si dovrebbe festeggiare. I prezzi dell’oro sono esplosi: +65% negli ultimi dodici mesi e un incredibile +140% dall’inizio del 2023. Se nel 2022 l’oncia viaggiava sui 1.640 dollari, oggi (gennaio 2026) siamo in orbita attorno a poco meno di 4900 dollari l’oncia.
Eppure, il Mali è in crisi. Com’è possibile?
Il tempismo “perfetto” della burocrazia militare
Nel manuale di “come non gestire un boom delle materie prime”, il Mali del 2025 merita un capitolo a parte. Proprio mentre i prezzi salivano alle stelle, la produzione nazionale è crollata del 23%.
Non si tratta di esaurimento dei filoni, ma di una scelta politica precisa: una guerra legale contro il principale produttore, la Barrick Gold.
La giunta militare, al potere dal 2021, ha deciso di rivedere le regole del gioco in corsa, applicando retroattivamente nuove norme minerarie al giacimento di Loulo-Gounkoto, il più grande del Paese. La situazione è degenerata rapidamente:
Il governo ha chiesto pagamenti arretrati esorbitanti (500 milioni di dollari).
La Barrick ha resistito, citando gli accordi esistenti.
La risposta dello Stato? Ordini di arresto per il CEO Mark Bristow, detenzione di quattro dipendenti, confisca di 3 tonnellate d’oro e chiusura degli uffici.
Il risultato è stato la nazionalizzazione provvisoria della miniera all’inizio del 2025. Una mossa che, sulla carta, doveva portare ricchezza al popolo, ma che nella pratica ha paralizzato l’estrazione nel momento peggiore possibile. Alla fine, a novembre, la Barrick ha accettato di pagare 435 milioni di dollari per riavere i suoi asset e i suoi dipendenti, ma il danno era fatto: 1.000 milioni di dollari di produzione persa. Però si è anche ritirata completamente dalla gestione delle miniere.
Il risultato? Un paese che siede letteralmente sull’oro ne vede crollare la produzione, nella migliore tradizione dirigistica.
Tra mercenari e blocchi: l’economia di guerra
Come se non bastasse l’autogol minerario, la situazione securitaria ha presentato il conto. Da settembre 2025, il gruppo JNIM (affiliato ad Al Qaeda) ha imposto un blocco deliberato contro il Paese, prendendo di mira i corridoi logistici vitali verso il Senegal e la Guinea.
La capitale Bamako soffre di una carenza cronica di carburante, le attività chiudono e l’inflazione morde. L’Atlantic Council dipinge un quadro fosco: nonostante la presenza dei mercenari russi (ex-Wagner), il Paese è diventato un campo di battaglia indiretto, strangolato economicamente. Essendo un Paese senza sbocco al mare, se si chiude il corridoio Dakar-Bamako, il Mali soffoca.
🇲🇱 JUST IN: Mali Faces Severe Fuel Shortages Amid JNIM Blockade
Mali’s capital, Bamako, is grappling with a worsening fuel crisis as JNIM (al-Qaeda affiliate Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin) maintains its blockade of key supply routes from Senegal, Côte d’Ivoire, and other… pic.twitter.com/aOe2y7v7qQ
— BSN (@Barristerstreet) January 14, 2026
Un paradosso macroeconomico
Qui scatta l’ironia della sorte, o la “resilienza”, come la chiama il FMI. Nonostante il calo della produzione fisica del 23% e il caos logistico, il PIL del Mali non è crollato. Anzi, si stima una crescita del 5% nel 2025.
Perché? Semplice matematica: il prezzo dell’oro è salito talmente tanto da compensare, in termini monetari, il crollo dei volumi estratti. L’inflazione resta “ufficialmente” controllata al 3,5%, anche se la realtà per le strade racconta una storia diversa. Il problema è che, semplicemente questa Però pensiamo cosa sarebbe successo al paese se la produzione fosse rimasta costante. Purtroppo in Africa certe logiche non sono sempre diffuse…
Il Mali si trova quindi in una situazione surreale: è salvato dalla speculazione globale sui prezzi dell’oro, proprio mentre fa di tutto, internamente, per sabotare la sua industria principale. Un’occasione storica di sviluppo che rischia di trasformarsi nell’ennesimo capitolo di promesse mancate.
Domande e risposte
Perché la produzione d’oro del Mali è crollata nonostante i prezzi record? Il crollo del 23% nella produzione non è dovuto a fattori geologici, ma politici. La giunta militare ha ingaggiato una dura disputa legale e fiscale con la Barrick Gold, il principale operatore minerario del Paese. Questo scontro ha portato al blocco delle operazioni, all’arresto di personale e alla confisca di oro, paralizzando l’estrazione nel giacimento chiave di Loulo-Gounkoto proprio durante il picco dei prezzi.
Qual è il ruolo della situazione politica e militare in questa crisi? La situazione è critica. Oltre allo scontro con le multinazionali occidentali, il Mali affronta un blocco economico imposto dai gruppi jihadisti (JNIM) che colpiscono i trasporti di carburante. Inoltre, la presenza di mercenari russi ha trasformato il Paese in un campo di battaglia geopolitico, isolandolo dai partner commerciali tradizionali e rendendo difficili le importazioni e le esportazioni attraverso i corridoi vitali come quello verso il Senegal.
L’economia del Mali è in recessione a causa di questi problemi? Paradossalmente, no. Secondo il FMI, il PIL è cresciuto del 5% nel 2025. Questo “miracolo” è dovuto esclusivamente all’esplosione del prezzo dell’oro sui mercati internazionali (arrivato a quasi 4.900 dollari l’oncia). L’aumento vertiginoso del valore della materia prima ha compensato il drastico calo della quantità esportata, mantenendo a galla i conti macroeconomici nonostante la crisi interna.










You must be logged in to post a comment Login