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LA LEZIONE DEL TERRORISMO IN PAKISTAN

 

In Nigeria va in scena l’orrore senza fine. Un fanatismo assassino fa migliaia di morti innocenti (per non parlare delle centinaia di donne rapite) e tuttavia non si vedono in giro bandiere arcobaleno, non si vedono strade piene di gente che grida slogan  minacciosi e non si leggono appelli firmati da decine di intellettuali. In Nigeria non ci sono gli Americani, non c’è neppure Berlusconi, e il sentimento sostanzialmente razzista di tutti è: “Sono negri che ammazzano altri negri, che vuoi che me ne importi?”

Qualcuno potrebbe dire: “Non possiamo farci nulla”, ed è la verità. Ma in passato abbiamo avuto proteste, sfilate e manifestazioni per la guerra in Vietnam, in cui certo non potevamo influire più di quanto possiamo farlo in Nigeria. E invece a Firenze (sindaco La Pira) per risolvere il problema si arrivò a intimidire Washington  con una risoluzione del Consiglio Comunale.

“Non possiamo farci nulla” ma potremmo almeno aggiungere: “E ci dispiace”. Anche se la cosa stupirà parecchi intellettuali italiani, i nigeriani, pur di pelle nera, sono umani quanto noi. Semmai – ma è una semplice opinione personale – si ha il diritto di contrastare vigorosamente la moda del relativismo riguardo alla civiltà dei vari Paesi. Noi italiani ammettiamo a ciglio asciutto che siamo più corrotti dei danesi: perché poi dovrebbe esserci vietato di dire che il livello di civiltà di un Paese come la Nigeria non è uguale a quello della Danimarca?

In questo campo il relativismo va contro la realtà. Chiunque abbia visitato un museo precolombiano non può non rimanere dolorosamente stupito dalla differenza di livello dell’arte di quei popoli, appena sei secoli fa, rispetto a quello dell’arte greca, venticinque secoli fa. E ancora, con quale coraggio si possono mettere sullo stesso piano la civiltà intellettuale della Grecia classica e quella dell’antica Bulgaria? Con quale coraggio si possono confrontare la filosofia greca e le credenze di tanti popoli, ancora oggi? I romani, che pure erano i padroni del mondo, ebbero il buon senso di inchinarsi dinanzi alla civiltà dei greci: perché non dovrebbero farlo tutti coloro che non hanno realizzato nemmeno un decimo, nemmeno un centesimo di quel che crearono gli Elleni?

Gli autori della strage di Beslan furono caucasici e i nigeriani sono neri. La razza non c’entra per niente. Ma dinanzi ad avvenimenti come quelli che si registrano in Nigeria, nel nord dell’Iraq o in Pakistan, non bisogna avere paura di concludere che questi gruppi umani hanno una diverso grado di civiltà. La follia nazista fu orrenda, ma durò tre o quattro anni, e i tedeschi non smettono di battersi il petto. Qui invece si tratta di molti decenni e la cosa non accenna a finire. Se i terroristi riescono ad avere il supporto della popolazione (pensiamo all’Afghanistan), è segno che una notevole parte di quella stessa popolazione si riconosce in loro.

Non è semplice criminalità. Il rispetto dei bambini affonda le sue radici nell’istinto di conservazione della specie. I piccoli infatti costituiscono la speranza della sua continuità. Se un gruppo umano viola questo tabù – pensiamo a Beslan e a Peshawar – è impossibile non ipotizzare una callosa e imperdonabile insensibilità morale e sociale. Qualcosa che la vince persino sull’istinto.

S’è detto che parliamo di opinioni e non di certezze: ma se è lecito considerare di pari valore tutte le civiltà, sarà anche lecito reputare che non lo sono. In un Paese democratico europeo, un governo che, come avviene in Nigeria, non fosse capace di assicurare l’ordine pubblico, e non fosse capace di contrastare lo stragismo terroristico, cadrebbe. Se in Nigeria non cade, è segno o che il popolo tollera gli orrori oppure che il governo non è democratico. Ma anche questo – l’avere o non avere una democrazia – non permette di mettere sullo stesso piano la maggior parte dei paesi e la Gran Bretagna.

L’eccesso è punito dagli dei, e i Taliban dovranno fronteggiare le conseguenze della loro ferocia. Il capo dell’esercito, nel Pakistan ferito, ha richiesto di giustiziare circa tremila condannati a morte per terrorismo, uomini che erano stati fino ad ora risparmiati a causa della moratoria sulla pena di morte. E per cominciare sei di loro dovrebbero essere impiccati oggi o domani.

È difficile rispettare la vita in un Paese in cui degli assassini possono uccidere a sangue freddo oltre cento bambini e ragazzi. I romani chiamavano criminali del genere hostes humani generis, nemici del genere umano. Persone capaci di ispirare ogni forma di spietata reazione.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

20 dicembre 2014

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