Economia

L’Europa ha scelto di non contare nulla nello scacchiere internazionale

La marginalizzazione diplomatica dell’Unione Europea non è un caso, ma una scelta. Ecco come la debolezza in politica estera, confermata dalle recenti nomine, sta condannando il Vecchio Continente al declino economico e industriale.

Pubblicato

il

Da anni, ormai, la politica estera dell’Unione Europea è un esercizio di irrilevanza strutturale. Non episodica, non contingente, ma sistemica. L’Europa osserva gli eventi globali da una posizione marginale, spesso afona, talvolta imbarazzante. Non guida, non orienta, non decide. E questo la condanna, progressivamente ma inesorabilmente, all’oblio geopolitico.

La diplomazia europea è stata scientemente affidata a figure di bassissimo profilo. L’ultimo esempio è la nomina di Kaja Kallas ad Alto Rappresentante per la politica estera. Una scelta che non può essere archiviata come frutto di distrazione o imperizia nella composizione della seconda Commissione guidata da Ursula von der Leyen. È, al contrario, una decisione consapevole, voluta dai governi nazionali al momento della designazione dei commissari.

Il messaggio è inequivocabile: l’Unione Europea non deve avere una politica estera autonoma, credibile e autorevole. Deve limitarsi a una presenza simbolica, decorativa, innocua. Come in una rappresentazione teatrale, i veri attori occupano il palcoscenico, mentre l’Europa resta tra gli spettatori, relegata nelle ultime file del teatro mondiale. Assiste agli eventi, li commenta a posteriori, ma non li influenza.

Questa marginalizzazione non è casuale. È il risultato di un equilibrio di potere che gli Stati membri vogliono preservare. Francia e Germania, in primo luogo, non intendono cedere il primato della rappresentanza internazionale a un livello sovranazionale. Preferiscono mantenere il controllo diretto delle rispettive politiche estere, usando l’Unione come paravento retorico quando conviene e svuotandola di contenuto quando rischia di diventare rilevante.

Il problema è che oggi la politica estera non è un lusso istituzionale, ma una leva decisiva per la sopravvivenza economica. In un mondo in cui gli equilibri geopolitici determinano l’accesso alle forniture energetiche, alle materie prime critiche e alle risorse strategiche, l’assenza di una guida europea pesa come un macigno. Gas, petrolio, terre rare, metalli essenziali per la transizione tecnologica e industriale: tutto dipende dalla capacità di negoziare da una posizione di forza.

L’Europa, invece, gioca di rimessa. Reagisce alle iniziative altrui, subisce decisioni prese altrove, rincorre strategie disegnate da Stati Uniti, Cina e grandi potenze emergenti. Questo atteggiamento rappresenta un enorme vantaggio per gli attori extraeuropei, che si trovano davanti un continente diviso, frammentato e incapace di parlare con una sola voce.

Non sorprende, allora, che gli stessi Stati membri si organizzino in maniera autonoma. In assenza di una regia europea credibile, ciascun Paese fa ciò che può, come può. Accordi bilaterali, strategie nazionali, iniziative parallele diventano la norma. L’Unione resta sullo sfondo, irrilevante anche per chi ne fa parte.

Ed è qui che l’oblio geopolitico si trasforma in declino economico. Il peso dell’Europa come area economica è in costante riduzione rispetto al resto del mondo. Cresce meno, innova meno, attrae meno capitali. Non per fatalità, ma per autodistruzione. Un continente che rinuncia a contare politicamente è destinato, prima o poi, a non contare nemmeno economicamente.

In questo contesto, la scelta di figure deboli alla guida della diplomazia europea diventa funzionale al sistema. Un Alto Rappresentante privo di autorevolezza garantisce che nulla cambi. L’irrilevanza diventa una scelta politica, non un incidente di percorso.

Da qui discende anche l’ipocrisia del dibattito sull’esercito europeo. Davvero qualcuno pensa che una forza militare comune possa funzionare senza una politica estera forte e unitaria? In realtà, molti leader non vogliono affatto un esercito europeo credibile, perché questo implicherebbe una direzione politica autorevole. E un’Europa autorevole è esattamente ciò che gli Stati non vogliono.

È emblematico, in tal senso, quanto accaduto di recente sul fronte mediorientale: l’Unione Europea non è stata preventivamente informata dell’attacco all’Iran condotto congiuntamente dalle forze israeliane e statunitensi. Bruxelles ne è venuta a conoscenza solo a operazione avviata, attraverso i notiziari e le agenzie di stampa. Un segnale inequivocabile: non siete rilevanti, non abbiamo bisogno di consultarvi e non siete neppure considerati un interlocutore affidabile.

Così, l’Unione si avvia verso l’oblio: geopolitico prima, economico poi. Non per colpa di fattori esterni, ma per una scelta strutturale di auto-marginalizzazione. L’Europa non conta più. E, soprattutto, non può prendersela con nessun altro che con sé stessa.

 

Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI

You must be logged in to post a comment Login

Lascia un commento

Annulla risposta

Exit mobile version