Cina

L’economia drogata di Pechino: l’FMI chiede alla Cina di dimezzare i sussidi industriali. E l’Europa resta a guardare

L’economia drogata della Cina: il 4% del PIL in sussidi schiaccia l’industria europea. L’allarme FMI che chiede di tagliare i sussidi, ma Pechino ascolterà?

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Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha finalmente messo nero su bianco una realtà che molti analisti industriali, specialmente quelli più attenti alle dinamiche dell’economia reale e della sovranità nazionale, denunciano da anni: il modello di crescita cinese è tenuto in piedi da un doping di Stato che distorce il mercato globale. In un recente e dettagliato rapporto, il Fondo ha invitato Pechino a dare un taglio netto agli aiuti di Stato all’industria, suggerendo di dimezzarli nel medio termine per evitare un collasso delle relazioni commerciali internazionali e la devastazione delle manifatture occidentali.

Secondo le stime dell’istituzione di Washington, la Cina destina attualmente circa il 4% del proprio enorme Prodotto Interno Lordo al sostegno, diretto e indiretto, delle imprese operanti in settori critici. Per comprendere la magnitudo di questo intervento, basti pensare che una simile percentuale copre e spesso supera l’intero margine di utile di un’azienda manifatturiera occidentale efficiente. In parole povere, gran parte delle aziende cinesi non compete sui mercati esteri in virtù di una superiore efficienza tecnologica o organizzativa, ma perché il governo copre la differenza di costo, permettendo loro di inondare il mondo con merci a prezzi predatori.

Sovrapproduzione e il vicolo cieco dell’ “Involution”

La strategia di Pechino è ormai trasparente, figlia di uno squilibrio strutturale. A fronte di una domanda interna che stagna – fiaccata dalla grave crisi del settore immobiliare, dall’alta disoccupazione giovanile e da una persistente debolezza della fiducia dei consumatori – la leadership del Partito ha deciso di scommettere tutto sull’esportazione. Questo meccanismo ha generato una sovrapproduzione massiccia.

Sonali Jain-Chandra, capo missione dell’FMI per la Cina e l’Asia Pacifico, ha sottolineato come l’impatto complessivo di queste politiche industriali sull’economia del Dragone sia diventato profondamente negativo, portando a una “allocazione inefficiente delle risorse” e a sprechi colossali di capitale. La Cina si trova oggi intrappolata in quella che i locali definiscono involution, termine che indica una competizione interna sui prezzi talmente esasperata da distruggere valore anziché crearlo. In un’ottica keynesiana, l’intervento dello Stato dovrebbe mirare a sostenere la domanda aggregata interna, ma Pechino preferisce sussidiare l’offerta, esportando così la propria deflazione nel resto del mondo. Tutto questo ha effetti devastanti internamente ed esternamente.

Il settore auto nel mirino e la fine dell’industria europea

Il comparto più colpito da questa anomalia è senza dubbio quello dell’automotive, con i veicoli elettrici (EV) in primissima linea. Le immatricolazioni di auto cinesi in Europa hanno raggiunto a gennaio numeri allarmanti, segnando quello che potrebbe essere l’inizio di una rapida deindustrializzazione per la base produttiva del Vecchio Continente. Tutto questo avviene a fronte del disinteresse, o della connivenza, di Bruxelles, un elemento che sarebeb da studiare attentamente e le cui cause sono tutte da esplorare. In questa immagine vediamo concentrato il calo delle immatricolazioni cinesi a fronte del flop dei marchi europei:

L’FMI suggerisce saggiamente a Pechino di passare a un modello di crescita guidato dai consumi, migliorando il welfare, la sanità e le pensioni, ma la realtà dei fatti ci mostra una deindustrializzazione subita dall’Occidente. Il divario competitivo è sostenuto da fattori precisi:

  • Sussidi di Stato diretti: copertura governativa per i costi di ricerca, sviluppo e costruzione degli stabilimenti.
  • Credito agevolato illimitato: le banche statali offrono prestiti a tassi fuori mercato, annullando il rischio d’impresa.
  • Vantaggio energetico: l’industria cinese accede a un mix energetico a basso costo, ignorando i vincoli ambientali che, al contrario, strangolano l’Europa.
  • Dumping per necessità: la debolezza del mercato interno cinese obbliga le fabbriche a vendere all’estero a qualsiasi prezzo pur di non fermare le catene di montaggio.

La differenza abissale tra Washington e Bruxelles

È in questo scenario che emerge la nota più dolente per l’Europa. Gli Stati Uniti hanno compreso da tempo che il libero mercato non può funzionare se uno dei giocatori utilizza regole da economia di guerra. Sotto l’amministrazione Trump, gli USA hanno iniziato a invertire la rotta, applicando dazi strategici per proteggere e ricostruire la propria base industriale, consapevoli che cedere la manifattura significa perdere rilevanza geopolitica.

Al contrario, Bruxelles appare paralizzata. Mentre leader come il francese Emmanuel Macron lamentano “squilibri insopportabili”, l’Unione Europea esita nell’applicare misure di difesa commerciale serie, preferendo impantanarsi in regolamentazioni autolesioniste che favoriscono i prodotti cinesi sussidiati.

Dinamica Strategia Cinese Reazione USA Reazione UE
Sussidi all’industria 4% del PIL (massicci) Dazi e protezionismo Indagini burocratiche lente
Settore Automotive Sovrapproduzione mirata all’export Blocco delle importazioni cinesi Transizione forzata che favorisce l’import
Politica Industriale Intervento statale sull’offerta Sostegno alla reindustrializzazione interna Inerzia e frammentazione decisionale

L’analisi dell’FMI suona come l’ennesimo e definitivo campanello d’allarme. Se l’Europa non deciderà di proteggere attivamente le proprie filiere produttive, si ritroverà con un deserto industriale. Lasciare le decisioni alla miopia di Bruxelles sta portando alla devastazione del settore auto europeo, in nome di una filosofia ambientalista sbagliata e di un libero mercato che ci vede pesantemente penalizzati.

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