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Le pene di Trump di Marcello Bussi

 


Fino alle elezioni di mid-term del novembre 2018, l’ipotesi impeachment è altamente improbabile

La parola impeachment fa tremare i mercati. Al punto che, di fronte alle incertezze della situazione politica negli Stati Uniti, la zona euro, dopo la vittoria di Emmanuel Macron alle presidenziali francesi può essere vista come un porto sicuro. Lo scossone di mercoledì 17, provocato dalla richiesta del deputato democratico del Texas, Al Green, di mettere in stato d’accusa Donald Trump, sembra essere stato presto superato.

I mercati si sono dimostrati schizofrenici: prima hanno dato seguito alla smania di protagonismo del deputato texano poi hanno preso per buona la dichiarazione di Trump: «Impeachment? Ipotesi ridicola».

Di certo questa situazione rischia di paralizzare la Casa Bianca. Come ha osservato Kevin O’Nolan, multiasset portfoglio manager di Fidelity International, «è probabile che quella di Trump diventi una presidenza in cui sarà molto difficile realizzare» quanto promesso. «Se l’intero pacchetto di riforma delle tasse venisse buttato dalla finestra, sarebbe un grosso problema. Comunque sia, non credo che siamo ancora a questo punto», è la conclusione di O’Nolan.

Il caso Trump sta dimostrando che gli investitori di Wall Street, ben lungi dall’analizzare con freddezza gli avvenimenti, si comportano da super tifosi. E così Jim Chanos, noto per la sua abilità nel fare soldi andando short, nei giorni scorsi si è scagliato contro l’amministrazione Trump, definendola «disfunzionale», per poi affondare il colpo: «I mercati sperano che il vice presidente Mike Pence diventi presidente… una persona più stabile in grado di attuare l’agenda repubblicana».

Mentre Nassim Nicholas Taleb, autore del celebre saggio Il Cigno Nero, che analizza l’impatto sui mercati di eventi rari e imprevedibili, ha assicurato di non veder nessun «deragliamento» alla Casa Bianca, ammonendo che bisognerebbe invece preoccuparsi della «globalizzazione sfrenata». Sebbene non possa essere considerato un devoto anti-globalizzatore, ha osservato Taleb, almeno Trump ha promesso di risolvere alcuni problemi in un sistema che, se lasciato senza controlli, non farebbe altro che aumentare in modo smisurato la ricchezza di pochi. «Trump non è un idiota come vuole fare invece credere certa stampa che va dal New York Times al Washington Post», ma anzi agisce con «una sua logica che si può capire» solo se non ci si lascia distrarre dal rumore di fondo dei media, è l’avvertimento di Taleb, che loda la riforma fiscale del presidente e il suo obiettivo di sostituire l’Obamacare. Come si vede, gli esperti, i saggi o come li si vuol chiamare, quando si trovano a parlare di Trump sembrano perdere ogni razionalità per lasciarsi prendere dalla partigianeria.

Di fronte a questa raffica di giudizi che sembrano presi di peso da un talk show della televisione italiana è bene sottolineare un paio di punti fermi: prima di tutto l’impeachment è un’ipotesi remota. Per mettere in stato d’accusa il presidente ci vuole il voto a maggioranza semplice della Camera. Attualmente dovrebbero votare con i democratici 25 deputati repubblicani. Il processo si svolgerebbe al Senato e una sentenza di condanna avrebbe bisogno dei due terzi dei voti. In questo caso 15 repubblicani dovrebbero votare contro il presidente. Difficile che così tanti congressisti si schierino contro il capo della Casa Bianca. È vero che la nomination di Trump è stata osteggiata fino all’ultimo dall’establishment del Grand Old Party, ma è altrettanto vero che l’immobiliarista nuovaiorchese lo ha riportato alla Casa Bianca. Una ribellione così clamorosa equivarrebbe al suicidio del partito.

Lo scenario cambierebbe se dalle elezioni di mid-term uscissero vincitori i democratici, conquistando la maggioranza sia alla Camere che al Senato. Allora sì che una pattuglia di repubblicani potrebbe unirsi alla nuova maggioranza per consentirle di arrivare ai due terzi necessari alla messa in stato d’accusa di Trump. Ma le elezioni di mid-term si terranno nel novembre dell’anno prossimo. C’è ancora tempo per pensarci.

Guardando al passato, poi, bisogna stare attenti a certe narrazioni imprecise e frettolose: viene spesso fatto il paragone fra Trump e Richard Nixon, il presidente dello scandalo Watergate. Vale la pena ricordare che Nixon si dimise prima di essere messo in stato d’accusa. Lo scandalo Watergate scoppiò il 17 giugno 1972. Da quel giorno alle dimissioni di Nixon l’8 agosto 1974, lo S&P 500 lasciò sul terreno il 23,7%. Venne invece sottoposto a impeachment, per poi essere assolto, il democratico Bill Clinton. Lo scandalo Monica Lewinsky bolliva in pentola dal 17 gennaio 1998, giorno delle rivelazioni del sito Drudge Report, ma l’impeachment iniziò il 18 dicembre dello stesso anno, dopo le elezioni di mid-term che videro la vittoria dei repubblicani con 55 seggi. Il Senato assolse Clinton il 12 febbraio 1999 perché nessun democratico votò contro di lui. In quel mese e mezzo, l’indice S&P 500 guadagnò il 3,5%.

Tornando all’oggi, secondo Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos Partners, «per la prossima fase, in mancanza di ulteriori sorprese, vediamo una borsa americana in range, con un po’ più di volatilità ma senza nuovi massimi di qualche significato e senza rotture, un’Europa che cautamente si riavvicinerà ai massimi e un dollaro ora ipervenduto che potrebbe tentare un modesto recupero». Mentre per Andrea De Gaetano, senior analyst di Olympia Wealth Management, «se il Russiagate dovesse prendere una piega ancora peggiore di quella che ha già, sarebbe la scusa ideale per far correggere i mercati, dopo mesi di salita continua. Detto ciò, il calo dell’inflazione e il pil cresciuto dello 0,7%, meno delle attese, nel primo trimestre 2017 e a un passo decisamente più moderato del 2,1% del trimestre precedente, dovrebbero spingere la Federal Reserve a essere la più dolce possibile nel rialzare il costo del denaro».

Dal punto di vista operativo, infine, per De Gaetano «eventuali rimbalzi saranno opportunità di vendita: i mercati potrebbero far finta di niente e provare a salire ancora per un po’, ma i rischi stanno diventando sempre più sproporzionati rispetto agli eventuali margini di guadagno». Di questa situazione potrebbero approfittare le borse della zona euro, il cui pil cresce più velocemente di quello Usa. Mentre una Casa Bianca paralizzata è il meglio che possa sperare il Cremlino. Ma questa è un’altra storia.

Marcello Bussi, Milano Finanza 20 maggio 2017

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