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Le Mezze Verita’ relative alla Produttivita’ dell’Industria Italiana

LE MEZZE VERITA’ RELATIVE ALLA PRODUTTIVITA’ DELL’INDUSTRIA ITALIANA

“Poca produttività, servono liberalizzazioni, riforme scuola e lavoro”.

 Era il 4 giugno 2013 ed il quotidiano “Il Sole 24 Ore”, nonché Focus Economia di Radio24 riportavano le suddette parole dell’organizzazione con sede in Francia: OCSE.

“Cui prodest scelus, is fecit”,

 

La “PRODUTTIVITA’ AZIENDALE” è da un paio di anni sulla bocca di ogni uomo, sia esso della strada, sia personaggio televisivo (politico o conduttore). Eppure, a mio avviso, nessuno di questi sa minimamente di cosa si stia effettivamente parlando e ritengo, a ragion veduta, che ne facciano un uso abbondantemente distorto.

Per la nostra spiegazione partiremo, innanzitutto, da quella che più di ogni altra merita  particolare attenzione: la produttività aziendale ingegneristica.

Essa indica una percentuale di utilizzo della manodopera diretta impiegata in azienda per produrre valore (fatturato).

Avremo il 100% di produttività aziendale quando tutta la manodopera “diretta” viene impiegata per fare operazioni a valore aggiunto (produce fatturato); valori inferiori quando un operatore “diretto” è costretto ad utilizzare parte del suo tempo per attività che non sono dirette alla produzione di beni (quali la preparazione e la pulizia del posto di lavoro ed altre attività non produttive).

 

Quando in azienda si effettuano analisi sulla produttività si cerca di analizzare il

 TP = tempo di presenza (ore che il dipendente timbra sul cartellino);

 TA = tempo attivo (ore impiegate sul ciclo di lavorazione del pezzo)

da cui ricaviamo la vera formula della produttività:

          TA

P = ——– * 100 =

         TP

 

Esempio:

un mio cliente ha oggi 15 operai diretti con 2 reparti produttivi, distinti tra loro, denominati lavorazioni manuali e lavorazioni robotizzate.

 Nel primo reparto lavorano 10 operai e nel secondo 5.

 – Lavorazioni manuali = TP 16.800 ore di presenza; TA 15.100 ore attive

– Lavorazioni robotizzate = TP 8.400 ore di presenza; TA 5.050 ore attive  

             TA 15.100

PLM = ————- * 100 = 89,88 produttività aziendale del periodo nel primo reparto;

            TP 16.800

 

             TA 5.050

PLR = ————- * 100 = 60,12 produttività aziendale del periodo nel secondo reparto.

            TP 8.400

 

 Ovviamente, questo è solo un esempio inventato in questo momento per spiegare la produttività aziendale in senso ingegneristico. Il suo miglioramento passa per la riduzione del tempo che un addetto “diretto” impiega in operazioni indirette e, sovente, avviene tramite analisi di Tempi e Metodi (analisi dei movimenti e minimizzazione di quelli che non producono valore aggiunto: prodotto).

 

Qualche tempo fa riuscii a raccogliere i frutti di un lavoro del genere scoprendo che si generarono vantaggi notevoli anche sul conto economico:

 

“risultati in termini di incremento di produttività e riduzione delle dispersioni di tempo

per errori di alimentazione della catena produttiva”

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 Questi sono valori veri relativi ad un cliente produttore di articoli ad alto contenuto tecnologico.

 Conoscere la produttività aziendale è importante per una corretta gestione dell’azienda, consente di misurare sei cambiamenti nel processo produttivo hanno determinato miglioramenti concreti.

 Migliorare questo indice attraverso concrete azioni di REEINGINEERING (finalizzata a ridurre l’incidenza dei costi variabili sui ricavi) significa, a parità di manodopera diretta, prodotto produrre maggior valore e, perciò, aumentare la redditività aziendale.

 

Con riferimento alla tabella sopra esposta:

– incremento di produttività del + 3,67% annuo

Ricavi 2011 =  € 2.000.000 100%; Ricavi 2012 = € 2.073.400

Manodopera diretta 2011 = € 1.000.000 (50%); Manodopera diretta 2012 = € 500.000 (48,23%)

 

Quando invece il problema è una immensa perdita di competitività con il maggior concorrente, le tecniche di miglioramento continuo (Continous improvement) non possono risultare sufficienti. In tal caso l’azienda deve verificare se vi sono le condizioni per realizzare un Breakthrough tecnologico, un salto garantito dalla tecnica che permette di migliorare notevolmente il rapporto tecnico. Una corretta definizione di breakthrough è “discontinuità tecnologica” o anche “innovazione radicale”:

 Andando sempre a pescare tra le mie esperienze lavorative posso riportare l’esempio di un’azienda in cui le persone trasportavano a spalla il materiale (pacchetti di legno lunghi anche 3 metri e larghi circa 7 centimetri) da un reparto all’altro, svolgendo di fatto il ruolo di tassisti senza disporre di un tassametro che quantificasse il servizio “indiretto”.

 

 Bene, tale azienda:

 1. “automatizzò” quasi completamente lo spostamento della merce tra i reparti a mezzo apposite rulliere;

 2. sostituì la macchina dell’ultimo reparto, (Pressa di incollaggio delle strisce di legno su apposito supporto ligneo)  per far fronte alla maggior produttività dei reparti a monte, installandone una quattro volte più produttiva a parità di ore di manodopera.

 L’azienda in esame passò, a regime, da una produzione per ora uomo di circa 16 mq di prodotto realizzato ad oltre 27.

 Un miglioramento notevole, +68,75, non a piccoli passi, reso possibile però esclusivamente dagli adeguamenti tecnologici.

 Ma se allora questa è la produttività, almeno in senso ingegneristico, cosa intende l’OCSE quando sostiene che l’Italia ha un gap di produttività con il resto del mondo?

 

L’OCSE nel 2012 emette la classifica dei lavoratori più assidui, in europa prima è la Grecia, settima l’Italia, con 1.778 ore di lavoro annuali pro capite.

 L’OCSE calcolò inoltre la produttività delle ore di lavoro svolte da ogni singolo paese, rapportando il numero di ore di lavoro pro capite al Prodotto Interno Lordo di ogni nazione. Qui le cose cambiano, e di molto: in testa alla classifica europea spunta il Lussemburgo insieme alla Norvegia. Settima è la Germania, che, nonostante gli eccellenti risultati economici anche in tempi di crisi, nel 2010 ha prodotto paradossalmente meno di altri paesi rispetto alle ore di lavoro che ha effettivamente richiesto ai suoi cittadini. Nella classifica europea della produttività delle ore lavorative, come prevedibile, la Grecia si trova nelle ultime posizioni.

 

Ma allora, SE la produttività NON E’ la maggior presenza al lavoro e neanche una questione di unità fisiche prodotte per ora uomo, cos’è la produttività? Ci aiuta la frase suesposta (PIL/Ore di lavoro pro-capite)?

 Qui dobbiamo considerare due punti:

 1. la via UE del Pil Potenziale;

 2. la Produttività Endogena.

 

 IL DIPARTIMENTO DEL TESORO E IL SUO METODO DI CALCOLO PER LA DETERMINAZIONE DELLA PRODUTTIVITA’

 

Lo scorso aprile 2013 il Dipartimento del Tesoro emette un documento denominato “Il calcolo del PIL potenziale e del saldo di bilancio corretto per il ciclo”. In tale documento si riporta il metodo di calcolo del PIL Potenziale della nazione e da quale si evincono cose molto interessanti. In esso abbiamo rappresentata una funzione di produzione a rendimenti di scala costanti del capitale e del lavoro, una Cobb-Douglas, in questo modo:

 Yt = L tα* K t1-α*TFP t

 

dove Y è il PIL reale, L il lavoro, K il capitale, e α è l’elasticità del prodotto al fattore lavoro. Sulla base delle ipotesi di rendimenti costanti di scala e concorrenza perfetta, può essere stimato direttamente dalla serie della quota dei salari (wage share). Nel tempo, e per tutti i paesi europei, alfa è stato osservato essere circa 0,65 (quindi 1-α sarà 0,35) stimato sulla base dei dati disponibili dal 1960 al 2003.

Il fattore TFP rappresenta il contributo del progresso tecnologico (o Produttività Totale dei Fattori, Total Factor Productivity) alla crescita economica. L’ipotesi sulla produttività totale dei fattori prevede che il processo tecnologico si propaghi attraverso miglioramenti qualitativi di entrambi i fattori produttivi, capitale e lavoro: 

TFPt = (ELα EK1-α) x (ULαUK1-α)

 

Questa espressione riassume l’efficienza del fattore lavoro e del capitale (E) e del loro grado di utilizzazione (U).

 

Traducendo in parole semplici, il progresso tecnologico si trasferisce all’economia per mezzo dei due parametri: efficienza e grado di utilizzo, della manodopera e degli impianti.

 Cosa notiamo da questa serie di formule? Semplicemente che in ogni caso la distribuzione della produttività è dicotomica: 

–          65% salari e stipendi:

–          35% profitto/capitale.

 

Ma attenzione, la sua determinazione è relativa al periodo fino al 2006. 

E cosa è accaduto oggi, 2013, all’alba di numero 2 recessioni consecutive? Ce lo dice il Centro Studi Confindustria a giugno 2013: 

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Dal 2007 in poi il Mark-Up (ricarico) delle aziende italiane è calato notevolmente e questo ha comportato, data la rigidità della struttura dei costi fissi aziendali, un notevole calo della redditività aziendale:  

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Bene, dal grafico suesposto si evince un calo della redditività aziendale dal 2006 ad oggi di circa un terzo.

 

In termini di risultato, per il Dipartimento del Tesoro, ciò potrebbe voler dire che vi sia stata una modifica del coefficiente 1-α da 0,30 a 0,20. Faccio presente che questo “pare” fosse il dato per l’Italia mentre per l’europa la media rammentiamo era 0,35. Come tale, per stabilire la parità con i valori precedenti sembrerebbe necessario quantomeno effettuare una svalutazione del totale salari di almeno il 12,5%.

 Se dovessimo poi recuperare tale valore rispetto al dato medio europeo, la svalutazione addirittura dovrebbe essere almeno il 20%.

 Questo fenomeno altro non è che la famosa internal devaluation applicata a molte realtà in tutto il mondo (non ultime, le Repubbliche Baltiche prima di Grecia e Portogallo).

 Questa analisi, ci porta ad una seria considerazione. In un sistema competitivo senza alcun sistema di protezione, la capacità competitiva della nazione viene misurata dall’ampiezza del saggio di profitto delle imprese.

 Ovviamente il saggio di profitto dipende dalla tecnologia impiegata (TFP) ma, allo stesso tempo, anche dall’efficienza delle risorse (dal punto di vista ingegneristico) e dal tasso di saturazione delle risorse (lavoro e capitale).

 Ecco, ma quanto incide questo aspetto sul risultato sopra esposto (caduta del saggio di profitto)?

 A mio avviso in modo notevole, difatti, dalla relazione di giugno 2013 del CSC notiamo una cosa: 

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–          la domanda interna è calata di 30 punti;

–          la domanda estera è aumentata di 25 punti.

 

A primo avviso, potrebbe sembrare che le due cose si compensino. Attenzione però, perché mentre l’aggregato Esportazioni vale circa 500 miliardi, su cui calcolare l’incremento, il macroaggregato Consumi privati più investimenti vale circa 1100 miliardi (quindi più del doppio).

 Ma non basta, se passiamo ad osservare anche il grafico successivo possiamo notare: 

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–          nonostante l’incremento dell’export, il fatturato più o meno è sempre quello;

–          il fatturato interno è calato notevolmente (meno 15%);

–          il fatturato globale è calato del 12-13%.

 Possiamo dire con assoluta certezza che non è affatto un problema di dipendenti italiani fannulloni il motivo per cui la produttività è calata ma è solo il riflesso del fatto che la produttività è endogena.

 E qui, ora, mi torna in mente la mitica “Teoria della Crescita Endogena”, di Kaldor-Verdoorn (di Bagnaiana memoria), riportato anche dall’Istituto Italiano E. Mattei nel report nr, 92/2012:

 Il recupero della produttività della nazione passa per la spinta estera purchè però questa fase non sia controbilanciata in negativo dal calo dei consumi interni, perché la produttività è in parte esogena, ma in parte dipende dal tasso di crescita del PIL:                                                                      .          .

π = a + n x y

dove:

π = produttività

a = componente esogena  della produttività;

n = coefficiente di Verdoorn (determinante in caso di export) il cui valore è elevatissimo per l’Italia.

 

Dalla formula sopra esposta, si nota che una variazione del PIL in senso positivo, Y puntato, genera una variazione in positivo della produttività aziendale (causa saturazione delle risorse lavoro e capitale) e causa conseguente maggiore efficienza dei processi produttivi interi. Ovviamente il metodo lavora anche all’incontrario riducendo la produttività aziendale quando il lavoro cala e non si ottiene alcuna saturazione delle risorse.

 

In questa fase tralasciamo l’aspetto degli immensi vantaggi connessi alla crescita Kaldor-Verdoorn (che riprenderemo in futuro) e ci concentriamo sulla probabile perdita della produttività da parte di un decremento del PIL causato dalle politiche di Fiscal Retrenchment Montiane: innalzamento delle tasse (dirette ed indirette) con conseguente raffreddamento dei consumi domestici per ripianare la bilancia commerciale.

 

 CONCLUDENDO: I PROBLEMI GIACCIONO NELLA DOMANDA INTERNA

La seconda recessione ha impattato in misura più violenta sulle industrie causa caduta senza precedenti della domanda interna e successivo credit crunch.

La compressione della domanda interna ha effetti negativi anche per le più produttive aziende esportatrici. Queste vendono molto anche in Italia: il 65 per cento del loro fatturato si realizza nel mercato interno. Se la domanda interna cala, anche mantenendo le proprie quote sui mercati internazionali si avrà una forte contrazione del fatturato complessivo. 

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 Prendendo in prestito, a questo punto, le parole di Seneca (Medea): cui prodest? Cui bono?. Nella ricerca investigativa, la scoperta del movente rappresenta un indizio che conduce direttamente al colpevole. Medea recita ai versi 500-501: “colui al quale il crimine porta vantaggi, egli l’ha compiuto”.

 

Ecco, mi viene da pensare che se il fine ultimo della ricerca della produttività passi esclusivamente per un riallineamento del CLUP (Costo del Lavoro per Unità Prodotta), questa crisi sia indotta dalle Multinazionali e finalizzata esclusivamente a reimpostare la nazione nella logica ultraliberista che da secoli caratterizza le seicentesche Compagnie delle Indie.

 

GUSTINICCHI MAURIZIO

ECONOMIA 5 STELLE

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