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Le fake news de Il Sole 24 Ore: gli immaginari progressi dell’economia italiana favoriti dall’euro, di cui gli italiani non si sono mai accorti

di Davide Gionco

Se qualcuno si chiede per quali motivi l’Italia continui a vivere una situazione economica grave e senza via di uscita, nonostante il succedersi di governi di destra o di sinistra, tutti a parole con le soluzioni in mano e tutti fallimentari nei fatti, probabilmente la risposta non sta nella mala fede dei politici, quanto piuttosto nella sistematica disinformazione sui temi economici a cui siamo soggetti tutti noi cittadini e, naturalmente, anche tutti i politici.

Diceva Albert Einstein: “Non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che lo ha generato“.
Se ci ostina a guardare la realtà economica sempre nello stesso modo sbagliato, che ci sembra vero solo perché lo dicono i giornali, si continuerà a ripetere sempre gli stessi errori, commettendo sempre gli stessi sbagli e ottenendo sempre gli stessi risultati fallimentari.

Abbiamo preso come esempio un articolo de Il Sole 24 Ore del 27 febbraio 2017, a firma di Riccardo Sorrentino, giornalista che si occupa di temi economici, che probabilmente ha letto troppi libri di economia senza averla mai compresa nei suoi meccanismi.
In questo articolo, intitolato “E’ l’euro il problema dell’Italia? I 5 miti dei «no euro» da sfatare” Sorrentino riporta tutta una serie di (sue) argomentazioni per dimostrare che coloro che sostengono che l’euro sia un problema per l’Italia non capiscono nula di economia. Senza probabilmente avere mai letto (o compreso) le argomentazioni di moltissimi economisti certamente competenti più di Sorrentino, tra i quali già nel 2010 avevano sottoscritto un appello per chiedere un radicale cambio delle politiche economiche nell’Eurozona.
Articoli del genere scritti su di un giornale come Il Sole 24 Ore, che si propone all’opinione pubblica italiana, ed alla classe politica, come il punto di riferimento per la comprensione delle questioni economiche del paese, portano a travisare la realtà, descrivendo degli immaginari progressi economici dell’Italia di cui, purtroppo, gli italiani non si sono mai accorti.

Il primo concetto da chiarire una volta per tutte è che l’euro non è solamente “una moneta” ovvero uno strumento per misurare il valore di quello che comperiamo, una unità di misura che può essere convertita, tramite una semplice equivalenza, in dollari, frachi svizzeri, yen o quant’altro.
L’euro è la moneta unica dei molti paesi che appartengono all’Eurozona, i quali per poterla utilizzare devono sottostare a tutta una serie di regole che pongono dei vincoli importanti alle politiche economiche dei vari governi dell’area.
Regole che coloro che usano altre monete non devono rispettare.
Ad esempio il Giappone ha un debito pubblico al 260% del PIL e non ha l’obbligo di ridurlo al 60% del PIL in 20 anni.
Ad esempio nel 2018 gli USA non si sono fatti alcun problema a fare un deficit pubblico pari al 4,2% del PIL: non hanno dovuto chiedere permesso a nessuno!
Quindi se la valuta potrebbe “in teoria” funzionare bene, come dice Sorrentino, essa in realtà funziona male proprio a motivo delle regole “sbagliate” che la accompagnano.

 

L’euro ed il commercio estero

Sorrentino riporta una serie di diagrammi per dimostrare che l’euro ha fatto bene all’Italia, in quanto nei 20 anni di euro l’Italia ha beneficiato di un importante aumento delle esportazioni e di un miglioramento della bilancia estera dei pagamenti.

Ricorda un po’ al sig. Rossi, afflitto da obesità che, dopo molti anni di inutili diete, finalmente era riuscito a diminuire il proprio peso, senza sapere che il dimagrimento era causato da un tumore in stadio avanzato. Un “dimagrimento” per nulla sintomo di salute.
Se guardiamo all’insieme dei componenti del Prodotto Interno Lordo ci possiamo meglio rendere conto del fatto che:

1) La bilancia estera dei pagamenti è migliorata solo perché abbiamo ridotto le importazioni dell’estero fra il 2011 e il 2013.
2) Nello stesso periodo abbiamo registrato una riduzione dei consumi privati (ovvero: siamo diventati più poveri e consumiamo di meno), abbiamo registrato un crollo degli investimenti privati (da 400 miliardi del 2008 a 300 miliardi nel 2017 = -25%), abbiamo avuto una stagnazione degli investimenti pubblici.
3) Abbiamo aumentato le esportazioni solo perché abbiamo diminuito i salari dei nostri lavoratori, mentre i nostri “clienti” europei li hanno in genere aumentati (questo spiega perché esportiamo di più e consumiamo di meno: siamo diventati più poveri).

 

Il vantaggio di “non poter svalutare”

Sorrentino espone un bizzarro ragionamento.
Dopo averci spiegato che l’economia italiana andrebbe bene in quanto ha aumentato le esportazioni e la bilancia estera dei pagamenti (quindi siamo dei buoni esportatori), riconoscendo persino che “una svalutazione può premiare le aziende esportatrici“, subito dopo sostiene che questo “sarebbe meno importante per le economie avanzate” e, quindi, inutile per l’Italia.
Per dimostrare questo ragionamento, Sorrentino cita il caso del Giappone, le cui esportazioni non sarebbero aumentate nonostante la svalutazione dello yen.
E’ noto che “una rondine non fa primavera“. Ovvero ci potrebbero essere mille altre ragioni per cui il Giappone in quegli anni non è riuscito ad aumentare le proprie esportazioni, ma Sorrentino identifica con (sua) evidenza una sola causa ed utilizza il “caso tipico” per dimostrare la sua teoria generale sulla svalutazione e le esportazioni.

Che poi:
1) L’Italia sta già esportando molto, anche troppo. Se un paese esporta più di quanto importa, tendenzialmente la sua valuta si rivaluta, non si svaluta.
2) Che “uscire dall’euro” significhi ritornare ad una moneta che si svaluta è una assunzione di Sorrentino, il quale ignora totalmente tutti gli altri effetti benefici che una moneta sovrana può avere sull’economia interna del paese, sul potere di acquisto dei consumatori, sugli investimenti interni pubblici e privati. Sono questioni sconosciute a Sorrentino, il quale vede l’Italia unicamente come “una impresa che esporta”.

 

Il vantaggio dei bassi tassi di interesse

Sorrentino, come molti altri sedicenti esperti economisti in Italia, sostiene che l’euro abbia portato grandi vantaggi a motivo della riduzione dei tassi di interesse sui titoli pubblici.

E, naturalmente, cita l’andamento dello “spread”, il differenziale di rendimento fra i titoli italiani e quelli tedeschi.
Non si capisce, però, perché questa riduzione sarebbe avvenuta proprio “grazie all’euro”.
La riduzione dei tassi di interesse, infatti, è stata dovuta alle politiche monetarie della BCE, le quali sono state di riferimento alle politiche monetarie della maggior parte delle banche centrali europee anche al di fuori dell’area dell’euro.
Ovvero: l’Italia avrebbe certamente avvuto una riduzione dei tassi di interesse anche se fosse rimasta nella lira, in quanto sono diminuiti in tutti i paesi occidentali dal 1980 al 2000.

Che poi la riduzione dei tassi di interesse sia qualcosa di vantaggioso in assoluto, è tutto da dimostrare.
Intorno al 1980 in Italia i mutui avevano dei tassi di interesse dell’ordine del 15-20%, eppure la stragrande maggioranza dei mutuatari riusciva a restituirli alle banche.
Questo sia perché c’era nel contempo un alto tasso di inflazione (anch’esso intorno al 15-20%), per cui il tasso reale era in realtà non dissimile da quelli attuali, sia perché al tempo l’economia italiana cresceva, una famiglia media risparmiava ogni mese il 20-25% del proprio stipendio (anche se la donna restava a casa ad accudire i figli).
Con una economia in crescita non era un problema pagare degli alti tassi di interesse.
Oggi, invece, pur essendo i tassi di interesse molto bassi, l’economia non cresce, per cui molti privati ed imprese non riescono a restituire i crediti ricevuti dalle banche.

La stessa cosa vale per lo Stato.
Se l’economia del paese cresce, lo Stato ogni anno incassa tasse sufficienti a pagare i tassi di interesse sul debito e non deve emettere nuovi titoli di stato per pagare gli interessi.
Se l’economia non cresce, lo Stato non incassa tasse sufficienti a pagare gli interessi sul debito, per cui deve essere fatto nuovo debito per pagare gli interessi ed il debito tende a crescere più di quanto cresca il PIL. E infatti l’Italia, proprio in questi anni di bassi tassi di interesse, ha visto salire il rapporto debito PIL dal 105% del 2007 al 134% attuale.
Se l’euro, con le sue regole, ci consente di avere dei bassi tassi di interesse, ma al prezzo di una economia che non cresce (per il crollo degli investimenti interni), il risultato complessivo è una maggiore insostenibilità del debito, oltre all’impoverimento del paese.

 

L’euro ci ha portato inflazione o deflazione?

Giustamente Sorrentino fa notare che durante il periodo dell’euro i tasso di inflazione è diminuito.
Chi critica l’ingresso dell’euro a motivo di un eccessivo aumento dei prezzi (che probabilmente ci fu per certi beni e servizi, limitatamente agli anni 2002-2003), non sa di cosa parla.
I prezzi aumentavano anche ai tempi della lira e sarebbero aumentati comunque.
Detto questo, Sorrentino attribuisce al famoso “divorzio” fra Banca d’Italia e Tesoro del 1981 il “merito” di avere ridotto il tasso di inflazione.
Come se non fosse, invece, stata una tendenza generale di tutti i paesi europei, una volta cessato il periodo delle crisi petrolifere e messi in atto i provvedimenti (risparmio energetico, alta tassazione della benzina) atti a tenere il fenomeno sotto controllo.

In compenso Sorrentino non ritiene neppure degna di nota la comparsa in Italia, e in tutta Europa, di una pericolosissima deflazione ovvero di un tasso di inflazione prossimo a zero o negativo, che è sintomo di una economia in forte crisi, con stipendi che si riducono, licenziamenti, fallimenti di imprese, ecc.

 

L’euro ed il trattato di Maastricht

Il trattato di Maastricht funzionerebbe perfettamente se in ciascun paese la crescita fosse uguale al 2-2,5% e la sua inflazione al 2,5%
Ovvero: se mia nonna avesse le ruote, sarebbe una carriola.
Da sempre l’andamento dell’economia di ogni paese è soggetto ad oscillazioni e ad imprevisti a cui un governo competente deve saper fare fronte. Quindi in economia la norma è l’instabilità, non la stabilità, a causa di moltissimi fattori che possono interagire con l’economia di un paese (flussi migratori, dazi di Trump, cambio di governo, prezzi del petrolio, ecc.).

Il primo errore fondamentale del trattato di Maastricht, che impone un rapporto deficit/PIL massimo del 3% ed un rapporto debito/PIL massimo al 60% è che adotta dei parametri rigidi, immutabili, per tutti i paesi allo stesso modo, senza tenere conto delle specificità e delle diverse necessità dei vari paesi nel corso del tempo.
Come se esistesse una “regola d’oro” semplice e adeguata per tutti.
E’ come se volessimo guidare un’auto senza usare lo sterzo e i freni, in quanto la strada deve necessariamente essere sempre diritta e priva di ostacoli.

Il problema è che l’Italia non cresce così velocemente, e non è a causa dei vincoli del trattato. Negli ultimi anni gli sforzi di finanza pubblica profusi non si sono trasformati in incrementi analoghi del pil nominale (che comprende anche l’inflazione), ed è difficile individuare – a un primo sguardo – qualunque legame tra la variazione del disavanzo o del totale delle spese pubbliche e il prodotto interno lordo. Il paese in realtà ha fatto passi indietro in termini di produttività multifattoriale, non ha saputo reggere alle sfide della globalizzazione e della tecnologia, non sono state adeguate competenze, modelli organizzativi, strutture normative.

Sorrentino trova “difficile” indivduare qualunque legame tra la variazione del disavanzo e delle spesa pubblica ed il prodotto interno lordo.
Eppure è noto a qualsiasi studente del primo anno di economia che il prodotto interno lordo è calcolato sommando i consumi interni (C),


gli investimenti (I), la spesa pubblica (G) ed il saldo commerciale con l’estero (NX).
Tutte le statistiche dimostrano, e lo stesso Sorrentino lo riconosce, che l’unica voce di queste che è cresciuta negli ultimi anni è NX. Ovvero l’Italia ha aumentato le esportazioni. Quindi non è vero che l’Italia ha fatto passi indietro nei confronti dei “concorrenti esteri”.

E’ invece vero che non sono cresciute le altre voci che compongono il PIL, quelle che riguardano l’economia interna (ovvero il 75% del del PIL). L’esistenza di una economia interna è un concetto sconosciuto a Sorrentino (che dice di occuparsi di economia internazionale, quindi probabilmente si occupa solo di scambi sull’estero, ma almeno abbia la decenza di non scrivere su ciò che non conosce).

L’Italia non cresce proprio a causa della contrazione dell’economia interna, come conseguenza dei tagli agli investimenti privati, alla spesa pubblica, alla spesa delle famiglie ed agli aumenti di tasse causati proprio dai parametri imposti dal trattato di Maastricht e successivi aggiornamenti/peggioramenti.
E non si tratta del giudizio di un incompetente autore di un blog insignificante, ma dell’opinione, fra l’altro, di 6 premi Nobel per l’economia di cui si parla proprio su Il Sole 24 Ore (che almeno leggesse gli articoli pubblicati sul proprio giornale).

L’euro funziona male, malissimo, prima di tutto a causa delle regole “di austerità” che lo accompagnano, che impediscono, anzi deprimono, l’economia interna, rendendo insostenibile l’aumento del debito pubblico, anche se i tassi di interesse sono diminuiti.
Funziona male in quanto la banca centrale, la BCE, non opera per sostenere l’economia reale (imprese, famiglie, governi), ma solo per sostenere l’economia finanziaria.
Lo stesso dicasi per l’insieme di regole a cui devono sottostare i paesi che aderiscono all’Eurozona.
Non è un caso che negli ultimi anni il PIL dell’Eurozona è cresciuto complessivamente del 13,8% (1,38% l’anno, di media), mentre l’indice DAX della borsa di Francoforte è cresciuto complessivamente del 145% (14,5% l’anno di media).
Come ci spiegava l’indimenticato giudice Giovanni Falcone “segui il denaro”, per capire chi trae vantaggio dalle situazioni criminali.

Il sistema dell’euro, con la sua banca e le sue regole, è funzionale alla crescita dei mercati finanziari, non alla crescita dell’economia reale.

L’uscita dall’euro e il rigore

Moltissimi economisti (e pochissimi politici, che si informano leggendo i giornali che li disinformano) si sono pronunciati sul fatto che l’euro con le sue regole favorevoli ai mercati finanziari, danneggia l’economia dell’intera Eurozona ed in particolare quella italiana.
Il problema non è tanto “uscire dall’euro”, quanto piuttosto che l’Italia ritorni in possesso della libertà di emettere una propria moneta sovrana, anche parallela all’euro, per finanziare la crescita economica dell’economia reale.
Questo perché la funzione principale di una moneta è quella di attivare le risorse lavorative, quelle che producono beni e servizi, essendo evidente a tutti che il denaro da sè non produce proprio nulla.
Il debito pubblico non è affatto un problema, se si ha una economia in crescita, se si ha una banca centrale che consente, se il caso, di tenere sotto controllo i tassi di interesse e di pagare, stampando nuovo denaro, i titoli in scadenza.

Scrive Sorrentino: “La moneta comune non è perfetta, resta un progetto incompleto sotto molti punti di vista. Richiede molto rigore – non solo fiscale… – da parte di tutti gli attori economici. Nel senso che fa emergere i mille problemi di un’economia, impedisce di nasconderli, impone di affrontarli. Fornisce però anche molti strumenti per farlo. Purché si voglia.

Conclusione falsa derivante da premesse totalmente false.
La verità è un’altra: “La moneta unica (se fosse comune, ma non unica, sarebbe meno un problema) è estremamente dannosa. Impone il rigoroso rispetto di regole sbagliate da parte dei governi. crea mille problemi all’economia reale, impedisce di affrontarli e di risolverli, avendo vietati ai governi tutti gli strumenti per farlo“.

Il “rigore” evocato da Sorrentino, non solo non è la soluzione, ma è il principale dei problemi. Il rispetto ottuso di regole scritte per danneggiare l’economia del paese, impedisce di crescere, di fare fronte al debito, di dare un lavoro ai disoccupati, di dare una speranza di futuro ai nostri giovani.
Un po’ come proporre una “rigorosa dieta” ad un malato di anoressia.

L’Italia ha un saldo primario di bilancio in attivo da 28 anni (sola eccezione l’anno 2009) ovvero sono 28 anni che il governo riscuote più tasse di quanto spende.

Sono 28 anni che “facciamo digiuno”. Il rigore nel digiuno va bene a chi è sovrappeso, non a chi è malato di anoressia.

Chi voglia avere le idee più chiare su questi argomenti, può prendere visione di questo video:
https://www.youtube.com/watch?v=YbOoAarWKTE&fbclid=IwAR0QoWpoCGBmds1PNLxmImZ1q-iZX_uMBtfm8reaBZzuMdGe3xm2R6hXBxE

Le soluzioni esistono, per fortuna.
Potrebbero essere subito attuabili, se vi fosse un governo che ha a cuore il bene degli italiani e composto di persone che non si lasciano abbindolare dalla disinformazione de Il Sole 24 Ore.

Ecco delle proposte concrete e subito attuabili per risolvere il problema dell’euro:
https://monetafiscale.it/
http://bastaconleurocrisi.blogspot.com/
http://monetapositiva.blogspot.com/

L’economia non è qualcosa di incomprensibile, da imparare citando a memoria quello che si legge sui giornali.
I concetti fondamentali sono relativamente semplici. L’importante è ragionare in modo rigoroso e non ideologicamente filtrato.


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