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Le buche di John Maynard Keynes – riflessione di una non economista (di Tanja Rancani)

 

 

 

 

Keynes diceva che in tempi di crisi sarebbe più saggio prendere i lavoratori disoccupati per farli scavare gigantesche buche e poi riempirle, che non lasciare a casa migliaia di persone, ma è proprio vero il paradosso keynesiano, oppure ce un inghippo ? La nostra mentalità cristiana d’altronde non vuole accettare la possibilità di reddito senza un qualcosa in cambio, “guadagnerai il pane con il sudore della tua fronte” (Genesi, 3:19). Guadagnare senza fatica è visto come un comportamento immorale, un reddito universale è un peccato e il reddito di cittadinanza è la versione soft dello stesso.

Iniziamo dai lavoratori, immaginiamo che questi lavoratori che scavano il gigantesco buco prima o poi si domandassero cosa stiano facendo. Immaginiamo che qualcuno dicesse, che far sto buco per poi riempirlo, costa tanto, è inefficace, inutile e si fa anche un immensa fatica. Immaginiamo che d’altro canto però ci sia chi dice che anche se l’opera in se non è tanto utile al momento attuale, porta reddito a tanti, benessere, crea ulteriori posti di lavoro, si spende e tutta l’economia viene comunque sostenuta. Vi ricorda qualcosa?

Ora se andiamo oltre il pensiero puramente economico e allarghiamo il nostro orizzonte, quel che vedremmo dopo anni di buchi scavati e riempiti, sarebbero immensi tumoli. Brutti da vedere e simili a delle grandi cicatrici. Il pianeta è solo uno e anche se ci sposteremmo tutti un po’, prima o poi ci dovremmo per forza ritrovare su uno di questi tumoli. Forse saremmo costretti a capire che i lavoratori hanno ricevuto solo un piccolo rimborso, quanto basta per tenerli occupati, si sono mantenuti senza progredire o salire la scala sociale. Magari ce stato anche un bel magna-magna di qualche imprenditore poco serio, le famose bustarelle che hanno cambiato mano, scivolando esattamente nella saccoccia di qualche amministratore. Qualcuno ricorda l’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan, che solo nel 2017 era tornato libero dopo carcere e domiciliari.

Oltre al Mose, ci sono altre storie di poco successo, che qui in Italia affrontarono un triste destino e proprio grazie al paradosso keynesiano. Basta a pensare alle Ferrovie dello Stato, prima fiore all’occhiello dell’industria metallurgica italiana e poi man mano sempre più simbolo della mangiatoia pubblica, senza senso e senza utilità. Di questi giorni sentiamo che non ce nemmeno una connessione tra Matera e Roma, oppure per attraversare la Sicilia con i mezzi pubblici ci vuole 9 ore(!) o che dove una volta c’erano i tram, oggi non sono rimaste nemmeno le rotaie. Giulio Andreotti disse che in Italia ci sono due tipi di pazzi: quelli che si credono Napoleone e quelli che vogliono riformare le Ferrovie. Non aveva tutti i torti, perché le ferrovie non sono state costruite per trasportare beni e persone. Lo vediamo oggi quando ci rendiamo conto che queste linee ferroviarie partono dal nulla e arrivano nel niente. Le nostre ferrovie furono costruite come classico esempio di “spesa sociale” e sono certa che i più anziani di voi questo termine lo avranno già sentito. Pensare anche solo ad una semplificazione, anzi in lingua moderna una ottimizzazione, sarebbe stato folle e avrebbe leso gli interessi di praticamente tutti i partner sociali. Sindacati che avrebbero alzato l’ascia di guerra e Confindustria che si sarebbe ribellata contro i possibili tagli alle infrastrutture. Certo che certe cose non cambiano mai! Le ferrovie dell’epoca esistevano per far lavorare più persone possibile e non potete immaginare quante attività inutili che esistevano. Comunque anche se queste attività erano inutili, le persone che svolgevano quelle mansioni avevano un occupazione, una ragione di essere dov’erano, non erano inutili, loro no! Solo oggi e dopo decenni di privatizzazioni selvagge ci rendiamo conto che tanti di quei posti di lavoro che sono stati tagliati non erano affatto inutili, anzi senza di loro si rischia. Tutti noi rischiamo di trovarci sotto ad un ponte rotto o essere colpiti da qualche calcinaccio che casca da un viadotto o un edificio pubblico pericolante e poi ci troviamo a far lo slalom delle buche ogni volta che vien da piovere e si aprono delle voragini nel manto stradale. Ci sarebbe tanto da fare, tantissimo!

Quindi il discorso del TAV è uno spreco inutile,solo l’ennesima opera sociale delle ferrovie? Dobbiamo avere tutte le TAV possibili, ci dovranno essere i TAG, Treno ad Alta Capacità, tutte le opere che ci conducono ad un trasporto più ecosostenibile, più rapido e meno costoso non sono opere inutili, anzi. Non sono spese sociali, ma opere pubbliche di interesse nazionale. Calcolare se un opera sia utile o meno però è fondamentale, anche per quei lavoratori sopra citati, che magari un giorno si dovranno porre la domanda se hanno contribuito ad un opera pubblica di orgoglio nazionale oppure sono stati mantenuti per uno spreco immane di denaro pubblico, ecco dove è l’inghippo di Keynes! Chi di questi illustri signori ha mai detto di prendere Keynes alla lettera e far costruire opere gigantesche e poi disertate come la Brebemi o la Pedemontana lombarda, che sono utilizzate al 30% della capacità progettata . Oppure l’inventarsi lavori inutili nelle amministrazioni pubbliche, sì anche quello esiste e tanto!

Non esiste un lavoro ad impatto zero, anche il lavoro più inutile provoca dei costi collaterali, materiale d’utilizzo di vario genere, costi d’energia, telefono, manutenzione, informatica, pulizie ecc. ecc. Anche questi lavoratori o dipendenti hanno il diritto di sentirsi utili alla fine della loro giornata. Pensate un istante come fosse se durante tutta la vostra giornata dovreste separare la copia della bolla di trasporto dall’originale e fare due pile, immaginate che fate questo per 30-40 anni, per la quota 100.

E sottointeso che la cura degli anziani e dei bimbi viene prima delle opere faraoniche, ovvio che la ricerca scientifica è di interesse nazionale, è logico che prima vanno mantenute e rinnovate tutte le opere preesistenti ed è anche logico che un ottimizzazione non deve assolutamente andare contro il pensiero keynesiano! Se un lavoro inutile non dovrà più essere svolto, allora questa persona che svolgeva una mansione insensata potrà finalmente essere “impiegata” in un occupazione di utilità pubblica!

Io vorrei poter rinunciare alla macchina perché in ogni paesello ce l’autobus ogni 20 o 30 minuti al massimo. Vorrei essere interconnessa, con il resto del mondo risparmiando soldi, carburanti e salute per ogni volta che devo mettermi nel traffico, inviare una lettera o fare una commissione. Vorrei che se ci sono limiti di velocità, questi verrebbero osservati, perché sai esattamente che ti beccano se esageri. Vorrei che fossimo andati avanti col nostro piano industriale, la nostra economia keynesiana, il nostro stato sociale, dove nessuno doveva rimanere indietro. Invece hanno vinto gli altri, quelli della massa, dell’ottimizzazione, quelli che sotto lo slogan “sfruttare le sinergie” comprendono il cancellare rigorosamente posti di lavoro per seguire uno schema di produttività irraggiungibile. Insomma ha vinto il mercato, quella divinità oscura quel coso aldilà di qualsiasi presidente, di qualsiasi regnante. Quel coso che ci domanda lo zero-virgola e lascia a casa 5 milioni d’Italiani perché ce lo domanda l’Europa, ce lo domandano i mercati. Mi domando se i faraoni, quelli delle opere faraoniche erano keynesiani, oppure se i maya facevano costruire i propri templi in ottica spirituale oppure economica. Che Carlo Magno abbia fatto un analisi costi-benefici prima di far costruire il duomo che vide l’incoronazione dei 30 imperatori del sacro romano impero? Non penso, ma vorrei concludere da dove ho cominciato ossia da John Maynard Keynes: “Il mercato può rimanere irrazionale più a lungo di quanto tu possa rimanere solvibile.”


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