Economia

L’azzardo morale nell’Unione Europea: potere senza responsabilità

Perché l’Unione Europea soffre di una cronica mancanza di responsabilità? Un’analisi sull’azzardo morale dei decisori di Bruxelles che impongono regole senza pagarne mai le conseguenze economiche.

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Il concetto di azzardo morale nasce in ambito assicurativo e finanziario, ma nel tempo ha assunto una portata molto più ampia, diventando una chiave interpretativa essenziale per comprendere le distorsioni dei sistemi istituzionali complessi. In termini semplici, si parla di azzardo morale quando chi prende decisioni rilevanti sa che non ne sopporterà le conseguenze negative, che verranno invece trasferite su altri. È una dinamica pericolosa, perché altera gli incentivi: se il costo dell’errore è nullo, il rischio decisionale tende ad aumentare, mentre la responsabilità tende a dissolversi.

Applicare questo schema all’Unione Europea non è solo legittimo, ma ormai imprescindibile. Gran parte delle decisioni che incidono in modo profondo e strutturale sulle economie dei 27 Stati membri — regolamenti, direttive, criteri tecnici, vincoli procedurali — non nasce nel confronto politico democraticamente visibile, ma prende forma lontano dai riflettori, negli uffici della Commissione, nei comitati tecnici, nei gruppi di lavoro e nelle direzioni generali. È qui che operano funzionari e dirigenti spesso ignoti all’opinione pubblica, i cui nomi non compaiono nei titoli dei giornali ma le cui scelte producono effetti macroeconomici di enorme portata.

Il problema non è l’esistenza di una burocrazia tecnica, inevitabile in qualunque ordinamento avanzato. Il problema è l’asimmetria strutturale tra potere e responsabilità. Questi decisori non sono eletti, non rispondono a un elettorato, non affrontano sanzioni politiche, non pagano un prezzo reputazionale quando una norma si rivela inefficace, distorsiva o apertamente sbagliata. Nel peggiore dei casi, un errore viene archiviato come “valutazione ex post migliorabile”; nel migliore, viene corretto con un nuovo regolamento, senza che nessuno risponda dei danni prodotti nel frattempo.

Il contrasto con le istituzioni democraticamente elette è evidente. Deputati, ministri e primi ministri che siedono nei governi nazionali o nel Consiglio europeo assumono decisioni sotto lo scrutinio dei cittadini. Se sbagliano, ne rispondono politicamente: alle elezioni, nei parlamenti, nel dibattito pubblico. La responsabilità è diretta, tracciabile, verificabile. È questo il fondamento della democrazia rappresentativa. Nel sistema europeo, invece, le decisioni più incisive vengono spesso predefinite da apparati tecnici che non affrontano alcun meccanismo di accountability comparabile.

Basti pensare alla costruzione delle regole fiscali, all’architettura della vigilanza bancaria, ai criteri prudenziali, alle normative ambientali e industriali. In più di un caso, l’impatto è stato dirompente su interi settori produttivi, sull’accesso al credito, sulla competitività delle imprese e sulla crescita economica di singoli Paesi. Eppure, quando gli effetti si rivelano recessivi o destabilizzanti, la responsabilità semplicemente evapora. Nessuna carriera viene messa in discussione, nessun funzionario risponde degli errori, nessun decisore “invisibile” viene chiamato a renderne conto.

Questo è azzardo morale allo stato puro. Un sistema che separa sistematicamente il potere decisionale dalle conseguenze genera politiche sbilanciate, spesso ideologiche, talvolta tecnocratiche, quasi sempre impermeabili al principio di realtà. Non sorprende che molte scelte europee appaiano scollegate dalle condizioni concrete delle economie nazionali: chi le elabora non ne sperimenta gli effetti, non ne sopporta i costi sociali, non ne paga il prezzo politico.

Se l’Unione Europea intende recuperare credibilità e legittimità, deve affrontare questo nodo strutturale. Servono trasparenza nei processi decisionali, tracciabilità delle responsabilità e un riequilibrio reale tra potere tecnico e controllo democratico. In assenza di questo passaggio, l’azzardo morale continuerà a essere una delle patologie più gravi del progetto europeo, alimentando sfiducia, distanza dai cittadini e, paradossalmente, proprio quell’instabilità economica e politica che l’Unione dichiara di voler prevenire.

Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi, ex membro della commissione del Parlamento Europeo ECON

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