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LA VIOLENZA E LA GUERRA

La forza fisica è stata per millenni uno dei grandi miti. Già la Bibbia ha creato Sansone, e malgrado lo scorrere dei secoli questo ideale non è cambiato. I greci hanno creato il mito più famoso – Ercole, capace di strozzare dei serpenti mentre era ancora nella culla – e nello stesso tempo hanno suggerito i pericoli di questa forza: Eracle, impazzito, stermina la propria famiglia, anche se poi sconta a lungo il suo crimine con le dodici famose fatiche.
La violenza è ambivalente: è positiva o negativa secondo lo scopo per cui viene esercitata. È biasimevole quando è aggressiva e criminale, è benedetta quando esercitata in nome del Bene. Purtroppo – complice il più lungo periodo di pace che si ricordi – queste giuste condizioni si sono alla fine avvitate su sé stesse, facendo giungere l’opinione pubblica alla conclusione che la violenza è comunque da aborrire. Naturalmente questa convinzione – tanto estremista quanto stupida – riguarda sempre avvenimenti ipotetici, lontani, e che riguardano altri. È un atteggiamento apprezzato nei pacifici salotti borghesi, nei talk show e dovunque si faccia a gara per essere moralmente eroici più degli altri.
Naturalmente le stesse persone, se fossero aggredite da rapinatori o se sentissero che i ladri gli stanno entrano in casa, sarebbero felici di vedere arrivare i Carabinieri armati fino ai denti e risoluti ad usare la forza. La violenza per autodifesa è scritta nel dna di tutti gli animali, esclusi gli intellettuali di sinistra.
La moda comunque è al rifiuto categorico della violenza. Se il rapinatore ammazza il tabaccaio, il cattivo è il rapinatore; ma se il tabaccaio si difende ed ammazza il rapinatore, il cattivo diviene lui. “Era proprio necessaria tanta violenza?” E non se lo chiede soltanto la gente, se lo chiede anche il magistrato. Questa mentalità è invincibile, anche perché – nel nostro piccolo mondo ben protetto – per una persona che si è realmente trovata in una situazione di pericolo ce ne sono mille che non hanno mai avuto bisogno della violenza per difendersi. E dunque pontificano dall’alto della loro fortuna.
La società internazionale è quanto di più lontano si possa immaginare da questo Eden irenico e sognato. Per cominciare, gli Stati non sono soci, sono piuttosto come i pesci del mare che pensano soltanto a sopravvivere e all’occasione – senza nessuno scrupolo – a mangiare i pesci più piccoli.
Non esiste nessun “diritto internazionale”. Infatti manca – e mancherà sempre – un’autorità superiore e disinteressata che abbia la volontà e la forza di applicare delle regole. In concreto quel diritto è soltanto il complesso delle norme liberamente applicate dagli Stati finché avranno un sufficiente interesse, o una sufficiente paura, per farlo. E non bisogna lasciarsi illudere dalle pompe diplomatiche. Quando si incontrano, i governanti sembrano tutti disposti agli accordi più ragionevoli: ma ciò, direbbero i francesi, è “pour la galerie”, per gli spettatori più ingenui. A porte chiuse, l’argomento più forte, in ogni discussione, è il possibile uso del bastone: “O fate così o io…”.
Ognuno fa pesare la propria forza militare, i propri alleati, la propria potenza economica, e ogni conclusione è la risultante degli interessi e delle forze contrapposte: con totale esclusione di ogni argomento morale o giuridico. Il Vietnam del Nord può annettersi quello del sud, la Russia può annettersi la Crimea, poi la gente dimentica. Come dicevano i romani “factum infectum fieri nequit”, il fatto non può essere disfatto. Ogni discussione che intenda prescindere dalla forza, ogni convinzione che tutto si possa risolvere con la diplomazia, nella politica internazionale è tanto inverosimile quanto l’idea di discutere con un coccodrillo affamato della legittimità della sua aggressione.
Ciò non vuol dire che la pace non abbia avvocati”. Ma ciò che tempera gli atteggiamenti bellicosi non è l’aprioristica stramaledizione della guerra, quasi a volerla escludere dalla storia: è la realistica considerazione dei suoi enormi costi. Prima del conflitto, molte situazioni sembrano richiedere un coraggioso ricorso alle armi; durante il conflitto si tende a pensare che forse sarebbe stato meglio lasciar correre. Lasciarsi sopraffare, come la Cecoslovacchia nel 1968, piuttosto che subire disastri e massacri, per arrivare alla stessa conclusione.
I problemi internazionali non si risolvono con i pregiudizi a favore o contro la violenza. La guerra non è né “l’igiene del mondo”, né qualcosa che si possa escludere dalla realtà, come ha preteso di fare la Costituzione italiana. È, a volte, la più triste delle necessità.
Ciò ci riporta all’attualità. È un fatto, il mondo occidentale è attaccato da una parte del mondo islamico. Naturalmente non si fa di tutta l’erba un fascio, non si vuole né esagerare, né sottovalutare la minaccia, ma una cosa è certa: il problema va esaminato, assolutamente senza pregiudizi di nessun genere. Lo studio non deve condurre a conclusioni predeterminate. E si ricordi soprattutto che la totale e dichiarata esclusione del ricorso alle armi rende più probabile l’attacco del nemico; mentre se si è in grado di minacciare una risposta devastante, è più probabile che non si sia costretti a realizzare la minaccia. Dicendo questo non si scopre nulla di nuovo. Già i romani dicevano: “si vis pacem, para bellum”, se vuoi la pace, prepara la guerra.
A volte la situazione somiglia ad un caso di gangrena. Se si è disposti a tagliare via due dita, forse si salva il piede. Se per orrore del bisturi si esita troppo, può darsi che infine il taglio sia inevitabile al livello della coscia. L’unico, grande problema è quello della valutazione della realtà. Sapere che cosa convenga fare. Comunque la soluzione deve essere quella suggerita dalla realtà, non dalla morale o dagli ideali di pace. “Elegantiae” che non fanno parte della politica internazionale.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
23/03/15

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