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La strage di verità nella “conta dei morti”

Un giovane chierico chiese al priore: “Padre, posso fumare mentre prego?”, e fu severamente rimproverato. Un altro novizio, più sgamato, domandò allo stesso priore: “Padre, posso pregare mentre fumo?”, e fu lodato per la sua devozione. Da come guardi il mondo tutto dipende. E da come lo racconti, anche. In fondo, non è dalle storie che nascono i racconti, ma l’inverso. Dai “racconti” (il famoso storytelling, oggi tanto in voga) nascono le storie; anzi, addirittura “la Storia” collettiva.

Una delle più sofisticate forme di manipolazione delle masse, e anche dei singoli, non consiste nel dire menzogne. Consiste nel dire verità; ma incomplete, monche, mozze, a metà. La verità amputata è uno straordinario metodo per pascolare la psiche umana. Per due ragioni. In primo luogo perché consente al mentitore di mentire anche a se stesso: dopotutto, egli sta dicendo la verità. Una verità incompleta, monca, mozza, a metà: ma pur sempre “una” verità. E dunque, tecnicamente, il mentitore non può definirsi un mentitore. Insomma, questa strategia permette una sorta di auto-assoluzione preventiva e ipocrita.

In secondo luogo, la mezza verità orienta il flusso delle coscienze e, quindi, il corso degli eventi, verso scenari nuovi. Ma, soprattutto, verso approdi diversi rispetto a quelli cui avrebbe condotto una verità completa, e non a mezzo servizio. È un espediente “gesuitico”, figlio del pensiero debole e del relativismo morale. Ecco, in tutta la vicenda Covid-19, esso è stato raffinatamente applicato tramite la “liturgia” della conta dei morti. Quante volte avete sentito parlare delle decine di migliaia, delle centinaia di migliaia di morti per la pandemia? E quante volte avete sentito comparare questa strage con altre, funeste, del secolo breve? Con un uso ignobile e strumentale – proprio perché impiegato quale indebito termine di paragone – delle povere vittime della prima o della seconda guerra mondiale o dell’Influenza Spagnola?

Ebbene, la conta dei morti è una menzogna? No, ovviamente. E allora è una verità? Ancora una volta, no. È una mezza verità perché bara sui dati, omettendo un dettaglio fondamentale. E cioè l’età media e le condizioni dei deceduti: vale a dire ultraottantenni pluripatologici. Intendiamo forse dire che costoro meritano meno considerazione e tutela rispetto al resto della popolazione? No, esattamente il contrario. Essi meritavano, e meritano, più attenzione, cura e rispetto di tutti gli altri per essere i più vulnerabili. E non l’hanno ricevuta proprio perché il sistema mediatico mainstream ha deciso di raccontarci una verità à la carte.

Con quattro conseguenti corto-circuiti logico-criminali. Primo: perché una scienza incapace, rispetto al vaccino, di dirci la causa di una sola morte (persino con l’autopsia), è stata in grado, rispetto al virus, di sfornarcene migliaia al giorno, anche senza. Secondo: perché una strage così “selettiva” è  ontologicamente diversa da una strage erga omnes. E quindi ogni paragone con altre stragi “generalizzate” (di persone di ogni età e livello di salute) è semplicemente fallace. Terzo: perché occultare “quella” mezza verità ha impedito di calibrare le misure contenitive verso chi rischiava davvero la vita per il Covid-19 (secondo l’Istituto Superiore della Sanità, la letalità del virus è pari praticamente a zero fino ai cinquant’anni di età e si eleva ad oltre il 20 per cento dopo gli ottanta). Quarto: perché questa menzogna “en travesti” ha messo agli arresti domiciliari una intera generazione di giovani e adulti, praticamente immuni al morbo, con incalcolabili ricadute sul piano economico, psicologico, sociale. Un giorno, speriamo non lontano, qualcuno dovrà rispondere di tutto questo. Ma conosciamo già la risposta: obbedivo agli ordini.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com


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