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La repressione cinese ha funzionato, abbastanza. Crolla hashrate e il mining si trasferisce

 

La lotta del governo cinese contro Bitcoin, con il divieto assoluto  di trading istituzionale e il taglio delle forniture elettriche ai miner. Questo ha avuto un effetto molto forte sul hashrate di Bitcoin, che ha raggiunto un minimo ai primi di luglio:

Ecco l’andamento dell’hashrate:

 

Appare evidente che la repressione ha avuto effetto, ma che si sta assistendo anche a una ricollocazione dei minatori. La difficoltà dell’algoritmo si è ridotta ai primi di luglio del 5% , proprio seguendo il calo dell’attività di mining, ma comunque la ripresa, anche se lenta, è significativa di una ripresa dell’interesse.

La Cina attualmente viene a rappresentare solo il 46% dell’hash rate mondiale e, dopo lungo tempo, è scesa in posizione minoritaria nella produzione mondiale di Bitcoin. Comunque la cancellazione del mining è stata ben lontana dall’essere totale. Anche internamente vi è stata una ridistribuzione dell’Hash rate che si è concentrato nello Xinjiang, dato che la regione è nota per lo sfruttamento del lavoro forzato degli Uiguri,

Vediamo come l’hash rate si sta ridistribuendo fra le diverse aree geocgrafiche

Come vediamo soprattutto gli USA si sono avvantaggiati da questa ridistribuzione delle attività di mining, insieme al Canada che ha iniziato ad avere una posizione rilevabile. Per ora non vediamo El Salvador, che, comunque, è uno stato minuscolo e la sua accettazione di Bitcoin a corso legale sembra, per ora, più che altro una provocazione.

Sappiamo che c’è una certa correlazione fra valore di Bitcoin ed hashrate, per cui la ripresa dell’hash rate per ricollocazione dei minatori  dovrebbe farci uscire da questo mini inverno delle criptovalute. Sempre comunque ricordandosi che, comunque, si tratta di un sistema estremamente fragile e soggetto a un’alta volatilità.

 

 

 


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