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La portaerei USS Gerald R. Ford nel Mediterraneo: massima pressione USA sull’Iran, ma la diplomazia cerca spazio
La portaerei nucleare USS Ford entra nel Mediterraneo. Il più grande schieramento USA dal 2003 preme sull’Iran, ma Trump concede 15 giorni per un accordo diplomatico. Tutti gli scenari.

Il monitoraggio marittimo open source e le cronache mediorientali confermano una mossa geopolitica di grande rilevanza: la USS Gerald R. Ford, la più grande e costosa portaerei del mondo, ha superato lo Stretto di Gibilterra ed è entrata nel Mar Mediterraneo.
Si tratta del secondo gruppo navale da battaglia (Carrier Strike Group) destinato a operare a breve nell’area di responsabilità del CENTCOM. La flotta, inviata dai Caraibi all’inizio del mese, estende così il suo dispiegamento operativo in quello che appare come un chiaro segnale di pressione sull’Iran. Insieme alla portaerei, anche il cacciatorpediniere classe Arleigh Burke, USS Mahan, sta completando l’attraversamento dello stretto.
🇺🇸 US | USS Gerald R. Ford enters Mediterranean
The USS Gerald R. Ford carrier strike group passed through the Strait of Gibraltar and entered the Mediterranean on Friday. The deployment strengthens U.S. military presence amid rising tensions in the Middle East
-ju. pic.twitter.com/Izuyij1o2g
— What’s up?🌎 (@PenalpaMadrid) February 20, 2026
Il più grande schieramento militare dal 2003
La tempistica della manovra è cruciale. Ci vorranno ancora alcuni giorni prima che la flotta raggiunga il Medio Oriente, posizionandosi per eventuali operazioni dall’inizio della prossima settimana. Secondo Bloomberg e altre testate, ci troviamo di fronte al più massiccio concentramento di forze statunitensi nella regione dai tempi dell’invasione dell’Iraq nel 2003, uno sforzo logistico ed economico imponente, tipico di una proiezione di potenza su scala globale.
L’amministrazione di Washington lascia filtrare voci su possibili “attacchi limitati“, ma è evidente come il Pentagono si stia preparando a ogni possibile scenario di escalation. Il leggero ritardo nell’ingresso nel Mediterraneo è stato causato da operazioni di rifornimento in mare (replenishment-at-sea), un dettaglio tecnico che suggerisce come l’unità a propulsione nucleare si stia preparando per una campagna operativa prolungata. Il rifornimento riguarda vettovaglie, materiali di consumo e carburante avio, non quello per la nave, dato che i reattori sono riforniti con cadenze molto prolungate.
La finestra diplomatica e l’ultimatum di Washington
Nonostante il rumore dei motori navali, la diplomazia sembra continuare, ma assume le forme di un negoziato sotto la minaccia esplicita della forza. È stato lo stesso Trump, venerdì, a confermare di valutare azioni mirate per costringere Teheran a siglare un nuovo accordo nucleare, dettato interamente alle condizioni di Washington.
Ecco i punti salienti dell’attuale complessa situazione diplomatica e politica:
- L’ultimatum USA: Trump ha concesso all’Iran “10 o 15 giorni” per trovare una quadra. “O troveremo un accordo, o sarà spiacevole per loro”, ha dichiarato ai giornalisti a bordo dell’Air Force One. Il Presidente ha definito questa scadenza temporale come “praticamente il massimo” tollerabile.
- La risposta iraniana: Secondo le recenti fonti di Reuters, il ministro degli Esteri di Teheran ha annunciato la presentazione di una bozza negoziale entro 2-3 giorni. La leadership iraniana ritiene che un accordo diplomatico sia “a portata di mano” e realizzabile in tempi brevissimi.
- Il dibattito interno USA: Nel frattempo, il Congresso americano si trova a pochi giorni di distanza dal dibattere, seppur tardivamente, una risoluzione sui poteri di guerra (War Powers), un’iniziativa promossa dai rappresentanti Khanna e Massie per limitare le azioni unilaterali.
Nello stesso tempo abbiamo ormai un terzo di tutta la flotta USA concentrato in aree che potrebbero essere il punto di partenza per attacchi nei confronti dell’Iran.
After the Gerald R. Ford Carrier Strike Group transits the Atlantic, the U.S. will have 2 aircraft carriers and 15 destroyers (plus a few subs) to work with across combatant commands.
Approx. 33% of the deployed U.S. Navy fleet is represented below, which can carry 600+ TLAMs. pic.twitter.com/1vPf9akqTY
— Ian Ellis (@ianellisjones) February 16, 2026
I rischi di una reazione imprevedibile
Esiste quindi un breve margine temporale per disinnescare la crisi, mentre i funzionari iraniani si affannano per scongiurare un attacco. Tuttavia, se la deterrenza dovesse fallire, la reazione di Teheran resta un’incognita totale. Una ferma comunicazione formale inviata alle Nazioni Unite chiarisce che i leader iraniani potrebbero sentirsi in dovere di infliggere il massimo dolore possibile alle basi e alle forze americane nella regione, considerandola una cruda questione di sopravvivenza esistenziale.
Come fa notare acutamente Ali Vaez, esperto di Iran presso l’International Crisis Group: “Sarà molto difficile per l’amministrazione Trump fare un attacco ‘mordi e fuggi’ in Iran questa volta. Perché gli iraniani risponderebbero in un modo che renderebbe inevitabile un conflitto a tutto campo”.
Un avvertimento che la Difesa americana non sottovaluta, ma per il quale si sta metodicamente preparando. Bisogna anche dire che le opzioni americane potrebbero essere molto più ampie: ad esempio potrebbero applicare un blocco navale totale all’export di petrolio iraniano, chiudendo il Golfo.







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