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La moltiplicazione dei pesci

E arrivò il gran giorno delle Sardine. Erano in centomila in piazza. Ma che dico centomila: duecentomila, forse anche mezzo milione. Sono stati abbattuti edifici per farcele stare in Piazza San Giovanni. E ci raccontano che, strada facendo, sarà sempre meglio (per loro) e peggio (per noi). Se ne stanno ovunque strette strette, ma ogni strettezza ha i suoi limiti, proprio come la santa pazienza. E quindi dilagheranno per ogni dove, gremiranno le vie e le rotonde di ogni città, straboccheranno da tutti i balconi. Dato alle sarde ciò che è delle sarde, qualche domanda dovremmo però cominciare a porcela.

Per esempio: perché le sardine rifiutano risolutamente ogni bandiera? Non solo non manifestano una identità apparente, e precisa, ma rifiutano addirittura qualsiasi identità apparente e precisa. Sono terrorizzate dalla presenza di bandiere e simboli, al punto da cacciarli dalle piazze. Soprattutto se si tratta di bandiere e simboli di chi un’identità precisa, di destra o di sinistra, ce l’ha. Ci sono due motivi, uno più semplice, l’altro più complesso.

In primo luogo, le sardine non manifestano una identità, e rifiutano qualsiasi identità, perché non hanno nessuna identità. Non sono nate, infatti, in contrapposizione al potere costituito – per contestarlo con l’ambizione di cambiarlo –, ma in sovrapposizione allo stesso, per imbellettarlo con una maschera cosmetica di lotta all’odio e cazzate di contorno; tipo, testuale, “leggi che non mettano al centro la paura”. Per farla breve, le sardine sono (molte di esse a propria insaputa) la voce del padrone; e uno strumento di conservazione. Vogliono mantenere lo status quo. Gli va bene tutto (anche perché, stando agli interventi e ai programmi, ignorano un po’ tutto): l’Unione europea, il MES, il fiscal compact, il ricatto dei mercati, i compiti per casa, la retorica del debito pubblico, il moralismo dello spread, il pareggio di bilancio, il vincolo esterno, l’immigrazione incontrollata.

Lo diciamo, forse, perché loro lo hanno detto? Giammai. Le sardine non dicono mai niente, sono mute per definizione. Ma lo ricaviamo da ciò che non hanno detto –   e non diranno mai – contro le vere storture dell’attuale stato di cose. Le sardine sono genericamente antifasciste, democratiche, civili, per bene. Immerse in una beata, e beota, accettazione del meraviglioso mondo che c’è. E la loro pseudo-ingenuità pelosa, tardo-adolescenziale, è silente quanto il simbolo: c’è qualcosa di più superfluo, innocuo, pasturabile di un banco di pesci con l’acqua in bocca? Non a caso, a favore delle sardine si sono già pronunciati alcuni grossi nomi di recenti governi dell’austerity e del giornalismo politicamente corretto. Non ci stupiremmo nel trovare costoro, a breve, tra i guru del movimento. Del resto, ogni “rivoluzione” ha i Che Guevara che si merita.

Detto del perché le sardine non si identificano in niente, vediamo perché le sardine “non vogliono” identificarsi con niente. È semplice: sono in gran parte elettori di sinistra sotto mentite spoglie (non vogliono si sappia in giro, insomma). Di quella sinistra tipicamente italiana ma antinazionale, “liberal”, “progressista”, europeista, globalista e assai snob tutta diritti “civili” e niente diritti “sociali”. I suoi esponenti, spogliandosi dei simboli di partito, confidano di moltiplicare i loro numeri, e magari i loro voti, proprio come Cristo moltiplicò i pani e, non a caso, i pesci.  Insomma, un gigantesco esperimento di illusionismo collettivo. Vogliono convincerci che – oltre al venti per cento di elettori dem – c’è un altro venti per cento di italiani (ma che dico venti, quaranta, forse di più) sdraiato sulle stesse posizioni filo establishment dei vertici PD. Vanno fatti moltiplicare in santa pace. A contarli, poi, ci penseranno le urne.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com


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