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LA MINI RECESSIONE? FINIRA’ TRA GIUGNO E NOVEMBRE CON L’ADDIO DI JUNCKER E DRAGHI di Luigi Luccarini.

 

C’è una canzone di quello che è forse il miglior autore italiano degli ultimi anni, Tiziano Ferro, che si intitola “la differenza tra me e te”.

E recita: “Uno sorride di com’è, l’altro piange cosa non è. E penso sia un errore”.

Partiamo da qui.

Dalle differenze, che ormai hanno scavato un solco tra il vecchio continente, che più vecchio non si può, ed il resto del mondo, ma soprattutto gli Stati Uniti, paese ricco di contraddizioni, d’accordo, ma certamente in grado di gestirsi e saper gestire con il massimo del pragmatismo le situazioni difficili. Anche sul piano economico. Perché tutti coloro che occupano posti di rilievo al suo interno si adeguano alle leggi del mercato.

Prima tra tutte quella che vuole alla base della permanenza sulla poltrona l’effettivo conseguimento dei risultati attesi dal compito che gli è stato affidato.

Negli USA, se non sei all’altezza di quel ruolo, se ti dimostri in qualche modo incapace o inadatto alla funzione, vai a casa. Soprattutto se sei un funzionario, cioè un individuo privo di legittimazione popolare e che per questo deve rispondere a chi invece ne ha. E che ti ha fatto sedere su quella poltrona.

Questo spiega come Jerome “Jay” Powell, in poche settimane sia passato dall’immagine di personaggio più impopolare d’America al volto rassicurante esibito anche alla fine dell’ultimo FOMC della Federal Reserve, di cui è Chairman.

Semplicemente perché, anche in virtù delle chiare indicazioni fornite dai tweet di Donald Trump, il suo “grande elettore”, si è reso conto che il suo ruolo è quello di infondere fiducia e persino simpatia. Non a caso nelle più recenti conferenze stampa di “Jay”, che in inglese significa anche “chiacchierone”, si sente spesso l’uditorio ridere. Di gusto.

E comunque da qualche tempo le reazioni sul mercato alle sue parole sono queste.

Della serie: il riso fa sempre buon sangue.

In Europa invece abbiamo un tale, Mario Draghi, posto a guida di un’istituzione, la BCE che dovrebbe in qualche modo garantire stabilità ai mercati comunitari – che significa progresso di valori.

E tuttavia, ormai da mesi ogni volta che questo signore apre la bocca ed espone la sua smorfia tetragona le reazioni su quei mercati, meglio: sul più importante di loro, il Dax tedesco, sono queste.

Non è quindi un caso se l’andamento degli indici più rappresentatitivi dei due mondi, il Dax per l’appunto, e lo Standard & Poor’s 500 per gli USA, dall’inizio dell’anno divergano in netto favore di quest’ultimo.

Naturalmente di questa divergenza (parliamo di un differenziale di plusvalore di quasi il 3% in un mese di contrattazioni) si può offrire anche un’altra spiegazione.

E la vediamo riflessa nell’andamento dei rendimenti del Bund tedesco, l’unico ad aver beneficiato della politica monetaria voluta in quest’ultimo quinquennio da BCE, Draghi, con la benedizione di Juncker e soci, nel raffronto con l’omologo titolo americano.

Questa specie di “carta igienica di Stato” è arrivata ad offrire lo 0,162% di interesse per 10 anni questa mattina, eppure risulta tuttora compratissima. Anche se si tratta di un chiaro investimento in perdita per chi detiene il titolo – al netto di tasse di possesso e su capital gain, nonché di quel briciolo di inflazione che si vede in Europa.

E’ ovvio che in questa “preferenza”, chiamiamola così, per il Bund, c’è molto della politica monetaria BCE, anzi quasi tutto. Il resto è farina del sacco della Commissione.

Che poi neanche è così vero che l’immensa dote di liquidità così offerta alla Germania serva a qualcosa, visto che la spesa pubblica nel nuovo Reich è ferma da anni tra il 43 e il 44% del PIL (più o meno come la media dell’area che si attesta intorno al 45%), nonostante il crollo del rapporto con l’indice di indebitamento governativo, mentre negli USA  – che si assumono essere molto restii all’intervento della “mano pubblica” nell’economia, specie durante le amministrazioni repubblicane, la crescita della spesa in rapporto all’indebitamento è costante.

 

Morale: in Europa, perché la Germania è l’Europa, si sottrae liquidità all’economia, mentre negli USA ogni penny in mano al governo federale è un penny speso e funziona come volano dell’economia.

Questo è quanto: poi potranno esserci possibili squilibri nel lungo termine nell’economia USA (eccesso di deficit, drenaggio di risorse dal mercato che frena la crescita futura, aumenti del disavanzo con l’estero ecc.) ma, come disse un tale una volta, “nel lungo periodo saremo tutti morti” e intanto grazie ai plusvalori realizzati sul mercato delle stocks gli americani riescono a restare a galla, nei momenti di difficoltà, e quindi a conquistare altri pezzi di mondo subito dopo.

Lavorando sul durante. Qui e ora, sempre. Come regola di fondo.

Così, mentre nelle varie cene dei cretini dalle nostre parti si torna a blaterare di  “americconi” e tutti sono pronti a puntare il dito contro l’imperialismo USA, Trump ha intanto superato il suo mid term senza avere ancora sparato un colpo di fucile (e sta persino pensando di ritirare le truppe dall’Afghanistan, roba da Nobel per la Pace…) e in qualche modo ha indotto il suo delfino, “Jay” Powell, a comportarsi meno da banchiere e più da uomo di governo.

E gli USA, quantomeno, si tengono a galla. E nella fase di “stanca” dei mercati di tutto il mondo fanno accumulazione. Di tutto ciò che possono, per essere pronti poi a rivendere a prezzo più alto.

Mentre l’Europa viaggia allegramente verso una mini-recessione tecnica perché, come argutamente fatto notare da Ashoka Mody nel suo ultimo saggio, “la crescita del commercio mondiale è rallentata a partire dall’inizio del 2018, proprio quando l’industria automobilistica tedesca ha registrato un calo vertiginoso delle vendite sul mercato interno. Questo simultaneo colpo a due delle vulnerabilità della Germania – la schiacciante dipendenza dal commercio mondiale vivace e dall’accelerazione dell’obsolescenza della sua struttura industriale – sta spingendo l’economia verso la recessione. In assenza di uno sforzo politico eroico, un protratto rallentamento tedesco frenerà la crescita europea. Potrebbe alimentare un’ulteriore crescita del nazionalismo, che darebbe un altro colpo alla visione di un’Europa unita.”

Insomma, il durante, qui ed ora in Europa, significa sempre che quanto accade in Germania inevitabilmente diventa patrimonio di tutti noi.

Soprattutto quando le cose iniziano andare male nel nuovo Reich.

Ed infatti stamattina l’indice Eurocoin, fornisce in tempo reale una stima sintetica del quadro congiunturale corrente nell’area dell’euro, segna un valore (0,31) in picchiata rispetto a dicembre (0,42) ed al minimo da luglio 2016.

Parliamo comunque di mini-recessione perché alcuni indicatori sembrano far propendere una prospettiva di ripresa nel  secondo semestre del 2019 .

Il grafico del rame è un indizio che dopo maggio le cose potrebbero cambiare. In meglio, molto in meglio.