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LA LOGICA DELLA GUERRA

L’uomo è un animale sociale, ma bisogna intendersi. La sua socialità infatti non è perfetta come quella delle formiche e diminuisce a mano a mano che ci si allontana dall’io. Il singolo è generosissimo con i figli, poi vengono i genitori, il coniuge, i parenti, e via via via gli amici e i concittadini. Ma la socialità si ferma ai connazionali.
In natura il frequente divieto della violenza intraspecifica nasce dalla protezione della specie, ma quello è soltanto un divieto. La socialità ha viceversa un valore positivo: se i lupi e i delfini cacciano in gruppo, è perché così aumentano di molto le possibilità di successo.
Anche l’uomo sente che la socialità è nel suo interesse e per essa è disposto a pagare qualche prezzo. Ad esempio, ogni volta che sentirà che gli è stato fatto un torto, anche potendolo fare non penserà immediatamente a reagire con la violenza. Nel prossimo è compreso il medico che lo cura, il datore di lavoro che gli dà una paga, il carabiniere che lo protegge e lo sconosciuto che la raccoglie, per terra, dopo un incidente stradale.
Passata la frontiera però la solidarietà finisce e rimane, quando rimane, la cortesia. Gli Stati sono naturalmente egoisti e non sono più morali di quanto siano i pesci. E non li paragoniamo agli animali selvatici perché parecchi di loro, per esempio gli sciacalli, sono più solidali fra loro di quanto siano le nazioni. I rapporti fra gli Stati sono regolati esclusivamente dai loro interessi e dalla loro forza: la violenza è dunque attuale nel caso della guerra e costantemente minacciata in tempo di pace. Ecco perché Clausewitz ha definito la guerra “la prosecuzione della politica con altri mezzi”. E avrebbe altrettanto bene potuto dire che la diplomazia è la prosecuzione della guerra con altri mezzi.
Dal momento che l’Europa vive in pace da settant’anni, una simile tesi sembra eccessiva. Il Continente ha talmente sofferto, fra il 1914 e il 1945, da essersi seriamente proposto di non fare mai più guerre e la stessa Germania benché amputata di vasti territori, benché spaccata in due, non ha mai pensato di rifarsi con la guerra. Ma le più dure lezioni non sono sufficienti per vincere l’istinto. La pace, come dicono, è solo “un intervallo fra due guerre”.
Il massimo freno, per evitare una guerra, è la coscienza che la si perderebbe, Viceversa, il massimo incentivo per intraprenderla, è la certezza di vincerla. Ma spesso, se questa certezza è fondata, si ottiene ciò che si voleva con la semplice minaccia. La controparte sa infatti che, se resistesse, quel vantaggio lo perderebbe lo stesso, con più danni materiali e con molti morti. E infatti questo freno opera anche in chi è certo di vincere la guerra: perché nessuna vittoria è gratis. La guerra – insegna Clausewitz – si ha soprattutto quando c’è incertezza sul futuro vincitore..
Quanto alle motivazioni, si va dall’assoluta necessità di difendersi alla stupidità e alla follia. Gli Stati possono attaccare per avidità: fu per la fame d’oro che la Spagna si impossessò dell’America Centrale e Meridionale, Brasile escluso. Ma spesso all’attaccante va proprio male. È il caso della spedizione degli ateniesi contro Siracusa. Costoro speravano di ricavarne un gran bottino e di fatto i più fortunati furono venduti come schiavi. Per non parlare delle ambizioni di Hitler. E dire che i grandi progetti di conquista furono già irrisi da Rabelais con la “guerra di Pichrocole”.
Un altro motivo, per sferrare il primo colpo, è la paura. Nel 1967 l’intero mondo arabo si coalizzò per spazzar via Israele ma il primo colpo l’inferse Israele, distruggendo a terra l’intera aviazione egiziana. Tel Aviv quella guerra non l’aveva affatto cercata, ma non poteva certo rinunciare al vantaggio di un’operazione a sorpresa.
La guerre di religione sono motivate da differenze incomprensibili per una mente razionale e tuttavia si arriva ad autentici massacri. L’abbiamo visto anche nell’Europa del Cinquecento. Il fanatismo e il pregiudizio sono buone ragioni per prendere le armi.
La conclusione è che la guerra è inscritta nel dna degli esseri umani. Anche a non provocare nessuno, si rischia la sorte della Polonia nel 1939. E non dimentichiamo che questa nazione sofferse della natura bestiale dell’uomo non soltanto fino al 1945, ma fino alla caduta del Muro di Berlino.
In questo campo la nazione più saggia è la Svizzera che da sempre tiene ad avere un esercito molto efficiente. Se vuoi la pace prepara la guerra, dicevano i romani, che in materia erano dei veri esperti. E infatti la Svizzera si chiama Confederatio Helvetica.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
4 agosto 2015

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