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La fine del (petro)dollaro, da settembre prossimo: partito il future sul petrolio trattato in yuan. Le conseguenze per l’Europa.

 

C’è un filo conduttore che lega le guerre energetiche che si sono succedute negli ultimi 40 anni: la preminenza del dollaro. Specifico meglio, Saddam Hussen voleva trattare il petrolio in oro, abbattuto. Stessa cosa per Chavez, Gheddafi, l’Iran prima dell’accordo sul nucleare – in effetti Teheran con l’accordo Obamiano si è impegnata a non trattare il suo petrolio in altra valuta che non fosse il dollaro -. E poi la Russia di alcuni anni fa.

Oggi la Cina va oltre e fa partire la vera sfida al petrodollaro, dal 26.3.2018 è attivo il futures del petrolio in yuan in alternativa al dollaro. Gli scambi sono appoggiati alla borsa di Shanghai ossia la stessa borsa che tratta oro fisico assieme a Londra ed al Comex statunitense, uniche piazze “fisiche” di metalli preziosi al mondo. Ossia a seguito del settlement petrolifero sarà anche possibile fare uno swap di yuan su oro se non si volesse tenere liquidità in valuta cinese.

Per ora a Shanghai i depositi a garanzia (mediamente circa 1/100 del nominale transattivo aggregato) saranno permessi in dollari ma ciò non toglie che saranno marcati a mercato (mark to market), ossia le fluttuazioni di valore yuan su dollaro dovranno comunque essere compensate. Gli effetti si vedranno da settembre prossimo, prima data di consegna fisica.

Faccio presente che oggi tutti hanno bisogno di dollari, almeno per un attimo prima dell’acquisto del petrolio. E tutti comprano petrolio perchè ognuno di noi ne ha bisogno, per i carburanti, per le plastiche, per i semilavorati; ed il primo acquirente mondiale di petrolio è ormai la Cina. Questa è contemporaneamente una forza ed una debolezza.
Vediamo di questi giorni Trump scagliarsi contro la Cina, che questa volta incredibilmente accetta la sfida ed anzi ha anche stabilizzato Xi Jin Ping al potere a tempo indefinito per poter rispondere meglio alle provocazioni.

Va però capito il motivo di dette provocazioni USA: sono certamente a causa del deficit commerciale eccessivo ma ritengo che ci sia anche una sostanziale componente data dalla vera sfida cinese, quella al petrodollaro.
Trump infatti sa perfettamente che oggi gli USA possono scambiare dollari cartacei di dubbio valore contro merci fisiche solo perchè il dollaro è valuta globale di scambio, una magia durata 70 anni. Ed il dollaro è valuta globale di scambio perchè il petrolio viene trattato in dollari. Ossia se il progetto Cinese sul petrolio in yuan prende quota – e prenderà quota – non passerà troppo tempo prima che NON ci sia tutto questo bisogno di dollari nel mondo.
Un cataclisma.

Bisogna però notare come la debolezza della Cina risieda nell’essere fortemente dipendente dal petrolio. Ed infatti la sfida in corso in medio oriente serve anche come arma di ricatto: un paese di 1.5 miliardi di persone è comunque difficile da gestire, soprattutto se partisse una spirale inflattiva di dimensioni ciclopiche.

Il principio più importante riportato dal famoso trattato cinese L’Arte della Guerra sta nell’accettare il conflitto solo quando si è sicuri di vincere. Oggi la Cina pensa di vincere, dunque non teme la sfida americana, restando difficile comprendere chi ha iniziato a provocare per primo (il progetto della borsa del petrolio in yuan parte con Obama alla presidenza, il quale non fece nulla per impedirlo, ndr).
Non so chi vincerà tra i due mega-contendenti, sperando comunque siano gli USA per questioni storiche e culturali. So però chi sarà il vero perdente: l’EUropa, troppo divisa e con enormi asimmetrie di interesse al suo interno per poter reggere gli effetti dello scontro. E tra i paesi perdenti in assoluto ce ne sarà uno che conosciamo molto bene, si chiama Italia: infatti Trump e gli USA, visto che andranno inevitabilmente alla sfida – costretti, pena morte successiva se il dollaro venisse spodestato dal ruolo di valuta di riferimento –, non potranno difendere l’alleato italiano. Dunque Francia e Germania ne approfitteranno, come stanno facendo dal 2011.

L’Italia, paese ricco e con scarso senso nazionale, si farà inevitabilmente irretire dall’EUropa austera, che da anni tiene a libro paga i suoi primi ministri – inetti ed affamati di denaro, li vogliono così – per “affondare il paese dal di dentro”: dunque arriverà la troika e la gente comune arriverà alla fame. Da lì inizieranno le sfide interne all’ordine costituito che temo fortemente avranno come epilogo la divisione in due o tre della Penisola (chi starà meglio sarà la parte rimasta slegata dall’Europa, ndr). Ossia tempo 5 o 10 anni al massimo e l’Italia unita, benestante ed in pace sarà un ricordo. Riprendendo il paradosso di Della Pergola, restando nell’EU e nell’euro, solo due delle suddette tre condizioni possono essere rispettate contemporaneamente dal Belpaese (unità, benessere, pace).

Anche alla luce dei fatti recenti (Bardonecchia), Roma dovrà prestare estrema attenzione alle destabilizzazioni iniziate dalla Francia, la falsa amica di Roma fin dal Medioevo: iniziare una guerra prima commerciale e poi con chiusura reciproca delle frontiere rischia purtroppo di diventare questione di sopravvivenza italica. Anche in tale caso come nella guerra commerciale di Trump chi avrebbe più da perdere sarebbe vicino al centro Europa.

Marco Rocco


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