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La fallacia “ad misericordiam” come strumento di manipolazione europeista

La fallacia ad misericordiam consiste nell’appellarsi – onde convincere il proprio interlocutore – a un argomento strappalacrime. Della serie: abbiate pietà di noi e, se non volete concederci quanto chiediamo a rigor di logica, fatelo almeno con una mano sul cuore.

Quasi sicuramente vi sarà capitato di usarla almeno una volta nella vita, se non altro a scuola o in occasione di una violazione del Codice della Strada. Avete presente quando la professoressa voleva a tutti i costi interrogarvi e le spiegaste, con dovizia di particolari, i nefasti effetti di un’indigestione di cozze del giorno prima? Oppure, quell’altra occasione in cui un vigile severo, ma non troppo, si lasciò persuadere a non appiopparvi una multa? Dopotutto, avevate lasciato l’auto in sosta vietata solo per poter andare a portare la colazione alla povera nonnina inferma! Ecco, in entrambi i casi vi siete rifatti all’espediente della fallacia ad misericordiam.

Per comprendere ancor meglio questo artificio retorico tipico della dialettica classica, pensate a un imputato, davanti alla sua giuria popolare, il quale – in mancanza di forti argomenti di innocenza e di alibi credibili – cominci a raccontare le proprie sventure. E snoccioli tutte le sciagure passate che lo hanno “costretto” nelle condizioni in cui si è venuto a trovare. Oppure illustri quelle future che si abbatteranno su di lui, o sulla famiglia, in ipotesi di condanna.

L’argomento ad misericordiam venne utilizzato, se vogliamo ricorrere a qualche aneddoto storico, durante la rivoluzione francese. Più precisamente, in occasione del processo che condusse alla ghigliottina la regina Maria Antonietta, moglie di Re Luigi XVI di Francia, già a sua volta giustiziato. In quella circostanza – dinanzi all’accusa (pretestuosa, e formulata in mancanza di prove di un tradimento politico) di aver intrattenuto pratiche incestuose con il figlio – la sovrana si rifiutò di rispondere nel merito. Invece, si rivolse così alle parigine presenti in aula: «Se non ho risposto, è perché la Natura stessa si rifiuta di rispondere a una simile accusa rivolta a una madre. Mi appello a tutte le madri che sono presenti!». La risposta le guadagnò il favore delle popolane accorse ad assistere e portò alla momentanea interruzione del procedimento. Tuttavia, le speranze di Maria Antonietta ebbero brevissima durata: il 16 ottobre del 1794 l’augusta corona venne abbattuta insieme alla testa che la portava.

Ebbene, in che modo tale sofisma è legato alla storia dei condizionamenti mentali e delle manipolazioni linguistiche sottese alla costruzione del mito dell’Europa unita? È molto semplice. Sono serviti egregiamente allo scopo i disastri della prima e della seconda guerra mondiale. Ecco l’essenza ignobile del “trucco” in esame, quando viene usato nel dibattito sull’Unione europea; cioè quasi sempre, visto che è uno degli espedienti dialettici più gettonati in assoluto.

Pensate a quante volte vi è capitato di sentire – dalla bocca di un alto rappresentante istituzionale, di un anchor man invasato o di un conduttore di telegiornali di punta – la fatidica frase (variamente declinata a seconda delle circostanze): l’Unione europea ha messo fine alle ostilità tra i popoli del vecchio continente; ed è una garanzia contro il ripetersi delle carneficine di militari nelle trincee della prima guerra mondiale o della mattanza di civili sotto i bombardamenti della seconda; essa – la benedetta Unione – è, in definitiva, l’unico baluardo a ripararci da quegli orrori.

Questo artificio retorico è, in tutto e per tutto, un argomento ad misericordiam. Esso, infatti, tende a convincere il destinatario del messaggio (il solito messaggio: popoli europei, unitevi come fratelli in una sola grande famiglia!) attraverso l’emozione suscitata dal dolore. Un dolore evidentemente associato alla terribile memoria collettiva risalente ai drammatici primi cinquant’anni del Novecento.

Chiunque ricorra a tale “scorciatoia” vi sta manipolando e – salvo si tratti di un ignorante irrecuperabile – lo fa dolosamente nella piena consapevolezza di mentire.

In primis, perché l’esistenza di guerre guerreggiate – e quindi di dolori e di lutti – nei rapporti passati tra popoli diversi non è una valida ragione per cui quei popoli dovrebbero unirsi. Il desiderio di unione, infatti, nasce dalla condivisione di un corposo e nutrito patrimonio di valori, tradizioni, credenze, linguaggi, identità, ecc. e soprattutto dalla volontà di fonderle insieme in una comunità civica statutale unitaria o federale.

Il fatto che, in passato, francesi e italiani o tedeschi e inglesi si siano combattuti con ampio spargimento di sangue può dispiacerci, addirittura angosciarci, ma non è una ragione per metterli insieme sotto un’unica bandiera. Anche tra Islam e cristianità ci sono state battaglie campali e marittime epiche, ma questa non è una valida ragione per proporre un’unione tra Italia e Turchia (che sono lontane tra loro meno di quanto disti la Svezia dall’Italia) o tra Spagna e Marocco (che sono separate solo da uno strettissimo braccio di mare).

In realtà, la storia d’Europa (ma, in verità, è una storia condivisa da ogni regione del mondo) è sempre stata funestata da epiche battaglie e da guerre atroci che hanno visti contrapposti prima i romani contro i barbari, poi i Franchi contro i Longobardi, quindi le nascenti nazioni e i loro reami assoluti, ma anche i comuni contro l’Impero, i guelfi contro i ghibellini, i cristiani contro i musulmani, i cattolici contro i protestanti, la Francia contro la Prussia, Napoleone contro l’ancien régime e chi più ne ha più ne metta fino ad arrivare alle tragedie del XX secolo. E tuttavia questo non è un motivo sufficiente per condurre a una unione coatta tra i popoli dell’Europa attuale sotto un unico ombrello burocratico occhiuto, severo e di matrice intimamente autocratica come quello attuale.

Semmai, è vero l’esatto contrario. Le innumerevoli e ripetute guerre tra i popoli europei stanno lì a dimostrare che tra di essi non c’è quel minimo collante di natura tradizionale, religiosa, linguistica, di costume indispensabile a giustificare qualsivoglia progetto di unione politica (qual è, a tutti gli effetti, il disegno degli Stati Uniti d’Europa).

Di più: usando questa logica, qualsiasi macro-regione della Terra dovrebbe federarsi in una unione politica onde evitare futuri spargimenti di sangue. Infatti, qualsiasi macro-regione del pianeta ha una storia – com’è logico che sia, stante l’innata bellicosità dell’essere umano – costellata di sbudellamenti e carneficine.

Bisognerebbe – stando a questo ragionamento fallace – unirsi per non più combattersi. E questo, non a caso, è uno degli argomenti preferiti anche di chi vagheggia non solo un’Europa unita, ma addirittura un Unico Governo Mondiale.

Ma resta un argomento assurdo pure per altri due motivi. Intanto, perché non è l’unione coatta a scongiurare i massacri. Spesso accade (ed è accaduto molte volte nella storia) esattamente il contrario. Sono lì a dimostrarcelo le sorti dell’Impero austroungarico, imploso anche per l’irriducibile diversità delle nazioni che lo componevano, da cui scaturì lo spirito irredentista delle minoranze oppresse. Più di recente, basta pensare alla Jugoslavia dove un progetto in provetta di unione tra popoli con storie e tradizioni differenti si è risolto – una volta cessato il regime dittatoriale che li cementava – in una guerra “civile” per riconquistare la libertà. Con l’URSS, solo un miracolo ha impedito la stessa degenerazione.

In secondo luogo, ammesso e non concesso che l’unificazione tra Stati (e popoli) diversi sia una garanzia di pace tra le nazioni compartecipi del piano di unificazione, non lo è di certo nei confronti degli Stati o delle alleanze di Stati esterni a quel piano.

Riflettete sul periodo della guerra fredda. Forse non c’è mai stata un’epoca storica così densa di “unificazioni”. Non a caso si parlava di mondo bipolare, di “due blocchi”: da un lato gli Stati Uniti d’America, dall’altro l’Unione Sovietica. Ciascuna superpotenza era, a sua volta, contornata da un numero impressionante di staterelli inglobati nella sfera di influenza di uno dei due colossi. Eppure, mai come allora siamo stati vicini a una devastante guerra mondiale, addirittura alla deflagrazione atomica totale. A dimostrazione che unirsi in blocchi, federazioni, alleanze non è affatto garanzia di pace. Implica, infatti, iniziare a competere con altri blocchi, altre federazioni, altre alleanze. E in effetti, oggi ci sentiamo ripetere a ogni piè sospinto che l’Unione europea deve “rispondere alle sfide” dei grandi player globali come Cina, USA, ecc., oppure che deve rafforzare le proprie strutture interne in una logica di sempre maggiore coesione centralizzata per “competere” nell’arena globale. Esattamente ciò di cui abbiamo parlato nel precedente capitolo, come ricorderete. Vi diranno: si tratta solo di competizione commerciale! Ricordategli (lo abbiamo già evidenziato in precedenza) che è proprio questa logica “bellicosa” negli affari ad aver condotto ai disastri dell’imperialismo e al primo conflitto mondiale.

E c’è dell’altro: non sta scritto da nessuna parte che popoli e nazioni dalla storia tribolata non possano imparare a convivere pacificamente pur mantenendo i propri confini, la propria autonomia politica e la propria indipendenza amministrativa. Sono i decenni immediatamente successivi al ‘45 a dimostrarlo.

I migliori anni della “nostra” vita sono stati quelli successivi al termine della seconda guerra mondiale, quando i popoli europei riuscirono a dimostrare a se stessi e all’intero pianeta di essere in grado di dar vita a uno dei periodi più prosperi, pacifici e solidali della storia umana senza per questo rinunciare alle proprie libertà e sovranità nazionali.

Quel magico ventennio dalla fine degli anni Quaranta alla fine degli anni Sessanta – prima dei successivi tumultuosi lustri della contestazione e del terrorismo rosso e nero – fu caratterizzato da cooperazione, intra-europea, certo. Ma senza alcuna delle sovrastrutture para- sovietiche che oggi, di fatto, inibiscono scelte e politiche, soprattutto economiche, ai singoli Stati del continente.

Insomma, non c’era Maastricht, non c’era Lisbona (intese come trattati), non c’erano l’attuale Commissione europea (pur essendo stata introdotta una Commissione già nella CEE) né il Parlamento Europeo né la BCE. Eppure, la pace regnava sovrana.

Ma vi è di più. Non solo la UE sicuramente non ci ha “garantito” la pace, come ci suggerisce la fallacia in esame, ma (per una sfortunata coincidenza, beninteso) ci ha “portato” la guerra in casa; o, quantomeno, ci ha introdotto a un periodo storico – quello successivo alla firma del Trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 – in cui abbiamo nuovamente sperimentato la belligeranza sul suolo europeo per la prima volta dopo la fine del secondo conflitto. Ci riferiamo, ovviamente, alla contesa armata nella ex Jugoslavia costata oltre 100.000 morti e a cui anche lo Stato italiano diede il suo contributo tramite la NATO.

E vogliamo parlare dei costi della crisi? In un interessante articolo apparso su Scenarieconomici.it il 27 giugno 2018, Claudio Bernabè dimostra, grafici e statistiche alla mano, come la crisi del 2008 (aggravata, se non proprio causata, dalla struttura della moneta unica e dalle politiche di austerity) abbia determinato conseguenze peggiori, in termini di PIL per i cittadini europei, delle guerre mondiali:

«Da questo raffronto si evidenzia in maniera palmare che, mentre la seconda guerra mondiale ha comportato pesanti perdite di reddito (complessivamente circa il 130% del Pil annuale), ma molto concentrate in termini temporali, la crisi del 2008 e l’austerità ad essa associata ha causato perdite più contenute in termini assoluti, ma costanti nel tempo (pari ad una perdita complessiva di oltre il 171% del Pil annuale). Detto in altre parole: la prima guerra mondiale ha azzerato l’equivalente di 7 mesi di reddito, la seconda guerra mondiale ne ha cancellati 16, mentre la crisi 2008 e le politiche procicliche hanno cancellato l’equivalente 21 mesi di reddito (quasi due anni di stipendio)! Ma non basta! La perdita di reddito causato dalle due guerre mondiali messe insieme sono paragonabili a quella che abbiamo avuto dal 2008 ad oggi, e la crisi non è ancora finita!»67.

Alla luce di questi dati potremmo addirittura concludere come segue: il miglior modo per rispondere a chi usa l’argomento ad misericordiam (per indurci ad avallare in tutto e per tutto, e fino in fono, il grande sogno degli Stati Uniti d’Europa) è ricordargli che, proprio “ad misericordiam” – e cioè per il bene di tutti i popoli europei – sarebbe meglio far finire al più presto questo esperimento scellerato.

Chi usa tale argomento vi sta imbrogliando, felice di farlo.

Per fortuna, come abbiamo dimostrato, onde rintuzzarne le intenzioni e disinnescare l’efficacia del “trucco”, è sufficiente un po’ di conoscenza della storia europea e mondiale.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com

Suggerimenti di lettura: Manuale di autodifesa per sovranisti – Byoblu editore


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