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La Cina si allea alle élite per controllare l’Asia centrale, ma si rischiano rivolte

 

Le proteste anti-cinesi sono diventate all’ordine del giorno in Asia centrale. Solo negli ultimi due anni, la regione ha visto più di quaranta manifestazioni contro quella che i manifestanti vedono come espansione cinese. Le loro lamentele sono disparate e vanno dalla locazione a lungo termine di terreni alla persecuzione dei musulmani nella provincia cinese dello Xinjiang, e vedono muoversi non solo contro Pechino, ma anche contro le èlite locali sempre più filo cinesi.

La partigianeria delle classi dirigenti locali è alimentata dal fatto che queste raramente prendono una posizione contro l’espansionismo cinese,  anzi sembrano piuttosto fredde a movimenti di carattere autonomista. Del resto sono evidentemente intimoriti dalla superpotenza economica cinese e dalla grande suscettibilità del Partito Comunista Cinese a qualsiasi forma di critica.

Del resto Pechino è stata molto attenta ad allearsi commercialmente con i potenti locali, facendoli parte dei propri affari, rendendoli ricchissimi, corrotti ed amici. Però l’atteggiamento della gente comune nei suoi confronti è peggiorato, con una crescita del nazionalismo e della xenofobia diretta però specificamente contro i cinesi han e non contro i russi o gli americani, visti comunque come distanti.

I sondaggi del Barometro dell’Asia centrale rendono chiara la portata dell’antipatia per la Cina da parte degli asiatici centrali, con il 35% degli intervistati in Kirghizistan e il 30% degli intervistati in Kazakistan indicano  la Cina come un elemento negativo . In Uzbekistan, sempre più intervistati si dicono preoccupati per il crescente debito del loro paese nei confronti della Cina e per l’affitto a lungo termine di terreni ai cinesi.

La Cina si è resa conto di questo cambiamento ed ha cercato di investire molto nel miglioramento anche della propria immagine, anche per i sempre più frequenti scandali che vedono i politici locali corrotti ed avidi. Per il PCC è stato semplice in primo acchito , legare al proprio carro questi paesi riempiendone i govenrnanti di denari, ma ora questa strategia sta rivelandosi un boomerang, con larga parte della popolazione insoddisfatta e, francamente, in una posizione ostile verso il vicino orientale.

Le ambizioni di Pechino naturalmente giocano ancor un grosso ruolo nella regione ed ancora riescono a giocare un ruolo importante nella politica dell’area.  Nell’ottobre 2020, il presidente del Kirghizistan Sooronbay Jeenbekov è stato estromesso e sostituito da Sadyr Japarov, la cui presa  di potere è stata sostenuta da numerose figure imprenditoriali legate alla Cina come del resto lo stesso neo-capo di stato, che ha ricevuto finanziamenti diretti da società a direzione cinese. questo può indicare un cambio di atteggiamento del PCC verso la politica locale: da sostenitore passivo delle classi al potere a decisore dei nuovi equilibri dei vari paesi dell’area.

Sinora gli interessi di Pechino sono stati legati all’economia e allo sfruttamento delle risorse naturali, minerarie e agricole. Però è indubbio che il prossimo passo, già in corso di realizzazione, sarà invece di carattere militare, con la creazione di punti di interesse in tutti questi stati in funzione di controllo dell’India e degli interessi USA nell’are. Sinora la Russia ha avuto un atteggiamento completamente passivo nella vicenda: Mosca si rendeva conto di non potersi opporre economicamente alla penetrazione cinese, per cui la soluzione migliore era quella di non opporsi, ma di collaborare nell’espansione. Però ultimamente l’ingerenza di Pechino sta diventando un problema, rovinando equilibri stabiliti da lungo termine. Presto Putin, o il suo successore, si troveranno a dover scegliere la propria posizione strategica nell’Are.

 

 


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