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La Cina lancia la sfida dell’autarchia tecnologica sulla AI entro il 2027. Una mossa vincente ?
La Cina non vuole solo partecipare alla corsa per l’Intelligenza Artificiale: vuole dettare il ritmo e, soprattutto, fare da sola. Pechino svela la strategia per integrare l’Intelligenza Artificiale nell’industria e sganciarsi dalla tecnologia USA. Un piano massiccio tra chip, dati e nuovi campioni nazionali, ma la sfida con l’America è appena iniziata.

Pechino preme sull’acceleratore della politica industriale. Mercoledì scorso, in una mossa coordinata degna dei migliori piani quinquennali, ben otto dipartimenti governativi – tra cui i pesi massimi del Ministero dell’Industria e dell’Information Technology (MIIT) e la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme (NDRC) – hanno rilasciato un piano d’azione che lascia poco spazio all’interpretazione: entro il 2027, la Cina punta a una fornitura “sicura e affidabile” delle tecnologie chiave dell’IA.
L’obiettivo non è solo software, ma una completa integrazione verticale con il settore manifatturiero, per creare quelle che il Partito chiama “nuove forze produttive di qualità”. In termini keynesiani, è un massiccio intervento statale per stimolare la domanda aggregata di tecnologia e l’offerta di capacità industriale.
I numeri del piano: concretezza contro slogan
Il documento è denso di obiettivi numerici, un classico della burocraziaorientale che però indica una direzione precisa. Entro il 2027, il piano prevede:
- L’applicazione profonda di 3-5 modelli di IA generici direttamente nel settore manifatturiero, su larga scala.
- Lo sviluppo di modelli specifici per l’industria a copertura totale (“full-coverage”).
- La creazione di 100 set di dati industriali di alta qualità, il vero “petrolio” per addestrare le macchine.
- La promozione di 500 scenari applicativi tipici, per mostrare alle aziende come si fa.
Non si tratta solo di codici. Pechino vuole coltivare due o tre imprese “leader dell’ecosistema” con influenza globale (i futuri campioni nazionali da contrapporre alle Big Tech USA), oltre a una schiera di PMI specializzate che sappiano il fatto loro sia in termini di algoritmi che di bulloni.
L’ossessione per la sicurezza e l’hardware
Il piano tocca un nervo scoperto: l’indipendenza. Si parla esplicitamente di “sviluppo coordinato di hardware e software per chip AI”. La Cina sa che senza il “ferro” (i chip), il software non gira. Il documento delinea misure per sostenere l’innovazione nell’addestramento dei modelli e, aspetto cruciale, la sicurezza degli algoritmi industriali.
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il Pacifico
Ovviamente, questo è il piano del governo, che investirà massicciamente su questo settore con la classica potenza di fuoco della spesa pubblica cinese. Tuttavia, come spesso accade in economia, tutti i piani devono poi incontrarsi (o scontrarsi) con la pratica applicazione.
L’integrazione tra robotica avanzata e IA generativa non è una passeggiata, nemmeno per il Dragone. Inoltre, gli altri player globali non staranno a guardare: gli Stati Uniti, in testa, continuano a stringere le maglie dell’export tecnologico e a investire a loro volta. La Cina cerca l’indipendenza strategica sull’IA, una mossa comprensibile in un mondo frammentato, ma non è detto che l’autarchia conduca automaticamente alla superiorità tecnologica. A volte, chiudersi nel proprio ecosistema rischia di rallentare l’innovazione, non di accelerarla. Vedremo se la “mano visibile” di Pechino riuscirà dove il mercato puro talvolta fallisce.
Domande e risposte
Perché la Cina ha fissato il 2027 come data chiave?
Il 2027 non è una data casuale, ma rappresenta un orizzonte di medio termine che coincide con la fine di cicli di pianificazione industriale e, probabilmente, con le stime interne di Pechino sulla “finestra di opportunità” prima che il divario tecnologico con gli USA sui chip diventi incolmabile o, al contrario, si possa chiudere. È un lasso di tempo sufficientemente breve per forzare le aziende ad accelerare l’adozione dell’IA, ma abbastanza lungo per permettere lo sviluppo di infrastrutture fisiche e digitali complesse.
Che impatto avrà questo piano sulle aziende occidentali?
L’impatto potrebbe essere duplice. Da un lato, le aziende occidentali che operano in Cina potrebbero trovarsi di fronte a nuove barriere normative o alla richiesta di utilizzare tecnologie “locali” per la sicurezza dei dati, complicando le supply chain. Dall’altro, se la Cina dovesse riuscire a integrare massicciamente l’IA nella manifattura, il costo e la qualità della produzione cinese potrebbero diventare ancora più competitivi, costringendo Europa e USA a rincorrere con propri piani di politica industriale per non perdere ulteriore terreno nel settore secondario.
L’indipendenza tecnologica cinese è davvero realizzabile?
È la grande scommessa. Sul lato software e dei dati, la Cina ha un vantaggio enorme grazie alla vastità del suo settore industriale che genera moli di dati uniche. Tuttavia, il collo di bottiglia rimane l’hardware: la produzione di chip di punta necessari per l’addestramento dei grandi modelli. Sebbene il piano spinga per la “coordinazione hardware-software”, senza l’accesso alla litografia più avanzata (attualmente in mano occidentale), l’indipendenza potrebbe tradursi in un sistema affidabile e sicuro, ma forse meno potente dei vertici assoluti raggiunti nella Silicon Valley.








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