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La “Bomba” Petrolifera dell’Iran: 166 Milioni di Barili in Mare Pronti a Far Crollare i Prezzi (e Trump Osserva)
Mentre il mondo si distrae con le scaramucce in Venezuela, l’elefante nella stanza sta nuotando silenziosamente nel Golfo Persico e nello Stretto di Malacca. L’Iran ha accumulato una riserva galleggiante mostruosa che, se rilasciata, potrebbe riscrivere le leggi del mercato energetico per il prossimo anno.

Mentre il mondo si distrae con le scaramucce in Venezuela, l’elefante nella stanza sta nuotando silenziosamente nel Golfo Persico e nello Stretto di Malacca. L’Iran ha accumulato una riserva galleggiante mostruosa che, se rilasciata, potrebbe riscrivere le leggi del mercato energetico per il prossimo anno.
Se pensavate che il Venezuela fosse il fulcro delle tensioni energetiche globali, vi sbagliavate. O meglio, stavate guardando il dito invece di osservare la luna. Certo, Caracas è nel mirino, ma il vero game changer, l’attore capace di far saltare il banco del mercato petrolifero, parla farsi e si trova a migliaia di chilometri di distanza. L’Iran, stretto nella morsa delle sanzioni e con un regime che affronta turbolenze interne, ha preparato una sorpresa che galleggia placidamente sugli oceani: una flotta fantasma carica di 166 milioni di barili di greggio.
Non stiamo parlando di spiccioli. Questa massa di oro nero rappresenta una “bomba” di offerta pronta a esplodere su un mercato già saturo, capace di deprimere i prezzi ben oltre le attuali previsioni degli analisti. Se pensiamo che la Guyana non arriva ancora a 800 mila barili al giorno di produzione e un noto produttore come la Libia supera di poco il milione di barili, vi rendete conto di quanto petrolio sia in ballo. E tutto questo accade mentre Donald Trump torna a far sentire la sua voce minacciosa verso Teheran, creando un paradosso geopolitico: un conflitto potrebbe alzare i prezzi nel breve, ma un cambio di regime li farebbe crollare rovinosamente nel medio periodo.
I Numeri della “Flotta Fantasma”
Andiamo dritti al punto, con i dati forniti da Kpler. Nella settimana conclusasi l’11 gennaio 2026, il volume di greggio e condensato iraniano stoccato su petroliere in transito o ferme come depositi galleggianti ha toccato un record storico: 166 milioni di barili.
Per dare una dimensione a questa cifra, che ai non addetti ai lavori potrebbe sembrare solo un numero astratto:
Equivale a circa 50 giorni di produzione totale del Paese.
Rappresenta quasi 4 mesi di consumi di una nazione industrializzata come la Spagna.
È pari a un giorno e mezzo dell’intera produzione mondiale di petrolio.
Perché tutto questo petrolio è in mare? Semplice: nessuno lo vuole, o meglio, nessuno può comprarlo facilmente. La Cina, storico acquirente di ultima istanza del greggio sanzionato (spesso etichettato come “malese” per aggirare i controlli), ha rallentato gli acquisti, anche nel timore dei nuovi dazi del 25% minacciati a chi compra da Tehran. Le raffinerie cinesi sono piene, le quote di importazione sono esaurite e Pechino sta giocando una partita attendista. Di conseguenza, Teheran non ha chiuso i rubinetti (fermare un pozzo è costoso e rischioso tecnicamente), ma ha continuato a pompare, stoccando l’eccedenza su vecchie superpetroliere.
L’Impatto Economico: Un Surplus Devastante
Qui entra in gioco l’analisi macroeconomica. Il mercato petrolifero attuale è fragile, caratterizzato da un eccesso di offerta (surplus). Secondo le stime di UBS, il 2026 vedrà un surplus medio di circa 1,9 milioni di barili al giorno (bpd).
Ora, ipotizziamo uno scenario – non così remoto – in cui le sanzioni vengano allentate, magari a seguito di un collasso del regime degli Ayatollah o di un accordo a sorpresa. Se l’Iran iniziasse a riversare sul mercato questa riserva strategica, diciamo al ritmo di 500.000 barili al giorno, l’effetto sarebbe sismico.
L’Iran potrebbe sostenere questo flusso extra per un anno intero.
Questo aumenterebbe il surplus globale del 30%.
In termini economici, un tale shock dell’offerta, in assenza di una domanda elastica pronta ad assorbirla, porterebbe inevitabilmente a un crollo dei prezzi.
È ironico, ma il “tesoretto” che il regime ha accumulato per sopravvivere alle sanzioni potrebbe diventare l’arma che affossa le quotazioni del greggio proprio quando Teheran avrebbe più bisogno di petrodollari freschi.
La Strategia Logistica: Singapore e la Flotta Parallela
Non si tratta solo di quantità, ma di posizionamento strategico. Circa la metà di questo stoccaggio galleggiante si trova ancorato al largo di Singapore, il cuore pulsante del trading di materie prime in Asia.
L’Iran non si limita a lasciare le navi nel Golfo Persico, dove sarebbero facili bersagli in caso di escalation militare con Israele o gli USA. Spostando il greggio nel Sud-est asiatico, Teheran ottiene due risultati:
Sicurezza: Protegge l’asset da attacchi diretti.
Prontezza: Avvicina la merce al cliente finale più probabile (la Cina), riducendo i tempi di consegna una volta trovato un acquirente disposto a rischiare.
Tutto questo è reso possibile dalla cosiddetta “flotta parallela”. Mentre gli occhi dell’Occidente erano fissi sulle petroliere russe post-guerra in Ucraina, l’Iran ha perfezionato l’arte del trasporto clandestino. Secondo S&P Global, questa flotta comprende circa 170 navi, tra cui 86 VLCC (Very Large Crude Carriers), gestite da società fantasma, che spengono i transponder AIS per navigare come fantasmi e beffare i satelliti americani, che le individuano solo quando specificamente mirate verso di loro.
Confronto: Iran vs Venezuela
Per capire perché l’Iran è il vero “elefante nella stanza”, è utile un confronto diretto con il Venezuela, l’altro paria del petrolio globale. I dati sono impietosi e mostrano chiaramente dove risieda il vero potere di mercato.
| Indicatore | Iran (L’Elefante) | Venezuela (La Distrazione) |
| Export Stimato | ~2.000.000 barili/giorno | ~350.000 barili/giorno |
| Peso sull’OPEC | 3° Produttore (4% domanda globale) | Marginale (1% domanda globale) |
| Infrastruttura | Operativa, bassi costi di estrazione | Fatiscente, necessita investimenti enormi |
| Capacità di reazione | Immediata (Stock in mare) | Lenta (Anni per riavviare la produzione) |
Come sottolinea Andreas Goldthau dell’Università di Erfurt, l’Iran esporta quattro volte più del Venezuela. Mentre Caracas ha bisogno di anni e miliardi di dollari di investimenti esteri per riparare infrastrutture colabrodo, l’Iran ha il petrolio già estratto, raffinato o grezzo, letteralmente parcheggiato fuori dalla porta di casa dei consumatori asiatici.
Lo scenario geopolitico: Trump, Israele e l’Anatra Zoppa
Il contesto politico è incandescente. L’amministrazione Trump, forse guardando alle elezioni di medio termine e temendo di perdere il controllo del Senato (diventando una “anatra zoppa”), potrebbe essere tentata da un colpo di mano.
Gli analisti di BCA Research e Julius Baer sono divisi.
Intervento Militare: Un attacco mirato, magari per mano israeliana con il benestare USA, potrebbe mirare a destabilizzare definitivamente il regime, sfruttando le massicce proteste interne, ma potrebbe anche rafforzarlo. Tutto dipende dall’obiettivo e dalla capacità di perseguirlo.
Il Rischio: Un attacco farebbe schizzare il prezzo del petrolio nel brevissimo termine (paura di interruzioni). Tuttavia, se l’operazione avesse successo e portasse a un cambio di regime e alla fine delle sanzioni, l’effetto rimbalzo sarebbe opposto: un’inondazione di greggio iraniano sul mercato.
C’è poi un calcolo politico interno agli USA: Trump vuole prezzi alla pompa bassi per placare l’elettore medio colpito dall’inflazione. Un conflitto prolungato che alza i prezzi è un rischio elettorale. Ma un cambio di regime rapido che libera 166 milioni di barili? Quello sarebbe un toccasana deflazionistico formidabile.
Cosa potrebbe fare l’Iran?
In conclusione, Teheran si trova in una posizione precaria ma potente. Ha tre opzioni:
Continuare l’accumulo: Costoso e rischioso, dato che le navi invecchiano e i costi di nolo passivo erodono le riserve di valuta. Inoltre, prima o poi, lo spazio disponibile si esaurisce.
Vendere sottocosto (Dumping): Offrire sconti ancora più aggressivi alla Cina, forzando la mano alle raffinerie indipendenti (le “teapots”), deprimendo però i margini. Potremmo assistere a una serie di giochi di prestigio di Blending”, mescolamento con altro petrolio, tramite travasi in mare, in modo da poterlo certificare da altre provenienze.
Usare il petrolio come scudo: La presenza di tali volumi in punti strategici (Singapore) rende qualsiasi azione militare un rischio ecologico e commerciale globale, fungendo da deterrente passivo.
In ogni caso, per chi investe o semplicemente fa il pieno all’auto, è meglio tenere d’occhio lo Stretto di Malacca piuttosto che le piazze di Caracas. È lì che si decide il prezzo del vostro prossimo rifornimento.
Domande e risposte
Perché l’Iran continua a estrarre petrolio se non riesce a venderlo tutto?
Fermare la produzione di un pozzo petrolifero non è come chiudere un rubinetto di casa. È un processo tecnicamente complesso e costoso; riavviarlo può richiedere mesi e si rischia di danneggiare permanentemente il giacimento riducendone la pressione. Inoltre, mantenere l’industria attiva preserva i posti di lavoro interni e l’infrastruttura tecnica, evitando il degrado degli impianti che ha colpito, ad esempio, il Venezuela. L’Iran preferisce sostenere i costi di stoccaggio piuttosto che perdere capacità produttiva futura.
Che cos’è la “flotta parallela” e come fa a non essere vista?
La flotta parallela (o shadow fleet) è composta da petroliere, spesso vecchie e prive di assicurazioni occidentali standard, gestite da società opache. Queste navi disattivano i transponder AIS (il sistema di identificazione automatica) per scomparire dai radar civili, effettuano trasferimenti di carico in mare aperto (Ship-to-Ship) per confondere l’origine del greggio e spesso battono bandiere di comodo. Questo permette di aggirare le sanzioni occidentali e consegnare petrolio, principalmente in Asia, senza lasciare tracce documentali immediate.
Se questo petrolio arrivasse sul mercato, il prezzo della benzina in Italia scenderebbe?
In teoria, sì. Un aumento improvviso dell’offerta globale di petrolio, come l’immissione di 166 milioni di barili, creerebbe un surplus che spingerebbe al ribasso il prezzo del greggio (Brent). Dato che il costo della materia prima incide significativamente sul prezzo industriale dei carburanti, ci si aspetterebbe una diminuzione dei prezzi alla pompa. Tuttavia, l’entità del calo dipenderebbe anche dal tasso di cambio Euro/Dollaro e dalla componente fiscale (accise e IVA), che in Italia è fissa e molto elevata.








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