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La BCE sta perdendo il controllo della nuova finanza

Non è il costo del denaro il vero problema, ma la perdita di controllo sull’architettura finanziaria europea

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Continuare a discutere di tassi di interesse come se fosse ancora quello il baricentro della politica monetaria rischia oggi di essere fuorviante. Il vero punto non è più il livello del costo del denaro, ma la capacità delle autorità europee di mantenere il controllo su un sistema finanziario che sta cambiando natura sotto la spinta congiunta del debito, della tecnologia e dell’innovazione nei mercati.

Il primo segnale di questa trasformazione è nella dinamica dei rendimenti sovrani, che non può essere letta come una semplice funzione delle aspettative sui tassi BCE. L’Eurozona resta un’area monetaria incompleta, in cui la trasmissione della politica monetaria continua a essere disomogenea e in cui i differenziali riflettono ancora premi per il rischio che non sono mai stati davvero riassorbiti. L’assenza di un vero asset sicuro europeo e la crescente dipendenza da capitali internazionali rendono il sistema strutturalmente esposto. Non è un caso che la BCE, con strumenti come il Transmission Protection Instrument, si sia già spinta ben oltre il proprio mandato originario, assumendo di fatto il ruolo di garante implicito della stabilità dei debiti sovrani.

Ma è sul terreno dei pagamenti che si gioca una partita ancora più decisiva e meno visibile. La competizione globale non riguarda più soltanto le valute, ma le infrastrutture attraverso cui esse circolano. Oggi queste infrastrutture sono sempre più spesso controllate da operatori extraeuropei, mentre le principali innovazioni si sviluppano fuori dal perimetro dell’Unione. Le stablecoin denominate in dollari e le piattaforme tecnologiche che dominano l’interfaccia con l’utente stanno progressivamente ridefinendo gli equilibri, con il risultato che l’euro rischia di perdere centralità proprio nei circuiti più avanzati.

È però sul fronte delle cripto-attività che si sta producendo il cambiamento più rilevante e, al tempo stesso, meno compreso. Non si tratta più soltanto di strumenti speculativi, ma di asset che stanno entrando nel meccanismo stesso della leva finanziaria. Non è un’ipotesi teorica, ma una dinamica già osservabile nei mercati più avanzati, come dimostrano anche le analisi più recenti della Banca dei Regolamenti Internazionali e i lavori di Federico Cornelli, già direttore centrale dell’ABI responsabile dei rapporti istituzionali con Bruxelles, oggi commissario CONSOB.

Il punto è che questa trasformazione avviene in assenza dei presupposti che caratterizzano le attività finanziarie tradizionali. Le cripto non generano flussi di cassa, non incorporano diritti su attività reali e mostrano una volatilità che resta elevata anche nelle fasi di maturazione del mercato. Quando vengono utilizzate come garanzia, introducono quindi un elemento di fragilità sistemica che non è immediatamente visibile ma che può amplificare in modo significativo le fasi di correzione.

Di fronte a questo scenario l’Europa ha scelto un approccio prudenziale, coerente con la propria tradizione regolatoria. Le cripto vengono trattate come attività prive di sottostante adeguato e quindi sostanzialmente escluse dal perimetro delle garanzie finanziarie. È una scelta razionale sul piano teorico, ma che rischia di produrre effetti opposti a quelli desiderati, spingendo l’innovazione verso altre giurisdizioni e accentuando il divario competitivo.

Il vero rischio, tuttavia, non sta in ciascun elemento preso singolarmente, ma nella loro convergenza. Debiti elevati e sensibili ai tassi, infrastrutture di pagamento sempre meno controllate e nuove forme di collateralizzazione possono interagire in modo non lineare, dando luogo a una configurazione inedita. Non si tratterebbe di una crisi tradizionale, ma di una crisi ibrida, in cui tecnologia e finanza si rafforzano reciprocamente, riducendo i tempi di reazione e aumentando l’intensità degli shock.

È questo il punto che il dibattito europeo continua a sottovalutare. La BCE non è più soltanto chiamata a gestire l’inflazione, ma a presidiare un sistema che sta perdendo progressivamente i suoi punti di ancoraggio. Senza una vera visione dell’evoluzione dei mercati dei capitali, senza infrastrutture europee dei pagamenti competitive e senza una strategia coerente sull’innovazione finanziaria, il rischio è quello di una marginalizzazione silenziosa ma crescente.

E quando la perdita di controllo diventa strutturale, i tassi di interesse smettono di essere lo strumento principale e diventano soltanto il sintomo. Il problema, allora, non è più quanto costi il denaro, ma chi controlla il sistema attraverso cui quel denaro si muove.

Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

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