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Juncker sullo Stato dell’Unione: un discorso ideologico fra contraddizioni e controfattuali fantastici di Alfredo Sciocchetti.

Juncker sullo Stato dell’Unione: un discorso ideologico fra contraddizioni e controfattuali fantastici

Il discorso sullo Stato del Unione del Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker è un esempio paradigmatico della palude logica in cui ormai si dibatte il progetto di Maastricht.

Ogni singolo passaggio saliente del suo intervento rivela, come vedremo, una dicotomia insanabile fra una realtà ideologizzata e la realtà oggettiva.

Vi è una motivazione ben precisa alla base dell’auto-contraddittorietà permanente della narrazione europeista: l’unica forma di discorso politico nel quale le contraddizioni fattuali possono coesistere (e, anzi, essere valorizzate) è quella puramente ideologica.

A quasi 30 anni dalla sigla del Trattato di Maastricht, ciò che rimane del progetto europeo sono infatti due retaggi principali: da un lato, uno sviluppo di contraddizioni storiche, politiche, sociali eeconomiche; dall’altro una veemente comunicazione ideologica tesa a motivare i popoli europei verso un obiettivo che non solo è in-definito, ma, anzi, viene continuamente ri-definito in base a contingenze estemporanee e utilitaristiche.

Solamente nel discorso ideologico (originato da una volontà identitaria fantasmatica e narcisistica, direbbe il filosofo SlavojZizek), le contraddizioni oggettive possono coesistere in un processo di assimilazione permanente: la crisi diventa opportunità, il dissenso un difetto di comunicazione, il fallimento motivazione per rilanciare il progetto.

Analizziamo alcuni passaggi salienti di Juncker per evidenziare come la struttura fine della logica europeista non può non prestare il fianco a contraddizioni interne. Tutte le citazioni sono tratte dalle agenzie stampa dell’ANSA.

Basta col triste spettacolo della divisione tra stati europei. No al nazionalismo malsano, che avvelena. Sì invece al patriottismo, il quale è una virtù.

Contraddizione evidentissima: chi sancisce la differenza fra nazionalismo malsano e patriottismo virtuoso? E’ possibile escludere aprioristicamente che non possa esistere un nazionalismo europeo malsano o un patriottismo nazionale virtuoso? Per quale ragione, anche solo semanticamente, ciò che è afferisce alla dimensione europea è tout-court virtuoso, mentre ciò che inerisce allo Stato nazionale è malsano?

Questa suddivisione, manichea e fantasmatica, fra virtuoso e malsano è, naturalmente, ideologia allo stato puro, mancante com’è di qualsiasi fondamento di natura storica e culturale.

Viene anzi in mente una stantia retorica ideologica da Guerra Fredda: per i paesi comunisti tutto ciò che proveniva dall’Occidente capitalistico era fonte di corruzione morale e iniquità sociale, mentre per i governi occidentali tutti gli aspetti del modello economico alternativo erano oppressivi e inefficienti.

A livello puramente logico, la parola ‘patriottismo’ non può essere associata ad un’istituzione sovranazionale come l’UE che esiste proprio come progetto antitetico alle istanze politiche sovrane dei popoli che la costituiscono.

“L’Europa deve diventare un attore sovrano nelle relazioni internazionali”, ha spiegato Juncker, precisando che “la sovranità europea deriva dalla sovranità degli Stati membri” e “non sostituisce le nazioni”.

Questa asserzione è la madre di tutte le contraddizioni: se la sovranità europea deriva dalla sovranità degli Stati membri, l’indebolimento della sovranità degli Stati nazionali, tramite le auspicate cessioni, comporterebbe anche il conseguente indebolimento della sovranità europea. Senza cessioni non ci sarebbe, infatti, un’oggettiva sovranità europea. Questa è un impasse ineludibile.

Potremmo anche parafrasare altrimenti: per favorire la nascita di un’ideale democrazia europea, l’Europa dovrebbe limitare l’esercizio della democrazia reale nei singoli stati membri (il voto sulle sanzioni all’Ungheria di Orban è un plastico esempio di questo processo).

Nella realtà, i popoli europei hanno, de facto e ripetutamente, bloccato i tentativi di integrazione politica, in prima istanza con i referendum di Olanda e Francia (2005) sulla ratifica dellaCostituzione Europea.

Parimenti, in Germania la Corte Costituzionale di Karlsruhe (con la nota sentenza Lissabon-Urteil del 2009 sul Trattato di Lisbona) ha sostanzialmente sancito la preminenza della Costituzione Federale sui trattati europei.

Alla stessa conclusione porta un’interpretazione lineare della Costituzione italiana che all’Art.11 consente espressamente le “limitazioni di sovranità” (sotto specifiche e limitate condizionalità) ma non fa alcun riferimento a possibili “cessioni”.

Giova ricordare il contributo di un esperto di scienze politiche del calibro di Giandomenico Majone che, lucidamente, evidenzia come nel progetto dell’UE manchi costantemente l’aspetto principale di qualsiasi progetto: un obiettivo definito che costituisca, nel contempo, il fine delle scelte adottate e un parametro di valutazione oggettivo della validità di tali scelte.

“L’Europa è il guardiano della pace. Dovremmo essere grati del fatto che viviamo in un continente pacifico, reso possibile grazie all’Ue. Dobbiamo mostrare più rispetto per l’Ue” e “smettere di trascinare il suo nome nel fango”.

L’UE ha assistito impotente agli eventi geopolitici più destabilizzanti degli ultimi anni: dai massacri etnici nella ex-Jugoslavia alla campagne militari occidentali in Medioriente, dalla Libia alla Siria, al conflitto civile in Ucraina.

Questo atteggiamento passivo non è motivato da contingenze o dauna mera mancanza di coordinamento; è piuttosto la manifestazione di un’ulteriore contraddizione: l’Unione non può strutturalmente esprimersi con una sola voce in materia di difesa perché gli interventi militari sono sempre l’espressione di specifici interessi politici o economici, mentre le aspettative dei singoli Stati sono divergenti e spesso conflittuali.

Si pensi alla questione libica che vede contrapposti gli interessi economici immediati della Francia a quelli dell’Italia: la Francia ha concorso militarmente, in modo unilaterale, al regime changedi Gheddafi mentre all’Italia non è rimasta altra opzione se non la gestione del problema migratorio, generato dalla strategia francese, e la difesa disperata dei propri interessi economici a rischio.

Parimenti, la Germania mostra un interessante strabismo gepolitico: mentre da un lato sostiene le sanzioni alla Russia, dall’altra tratta unilateralmente per approvvigionarsi delle risorse energetiche.

Un soggetto politico proteiforme composto da portatori di interessi contrapposti non può diventare portatore di un interesse unitario, a meno di non sacrificare sull’altare dell’autoritarismo democratico le istanze di alcuni dei suoi membri.

“La Commissione propone oggi una nuova alleanza tra l’Africa e l’Europa per degli investimenti e dei posti di lavoro duraturi. Questa alleanza permetterebbe di creare fino a 10 milioni di posti di lavoro in Africa nei prossimi 10 anni[…] Anche il commercio tra Africa e Europa è importante. Ma gli scambi commerciali tra di noi non sono sufficienti. Sono convinto della necessità di un’evoluzione dei numerosi accordi commerciali euro-africani per arrivare a un accordo di libero scambio da continente a continente”.

E’ ormai un fatto stilizzato, nella letteratura scientifica, che gli accordi di libero scambio penalizzano lo sviluppo economico dei Paesi meno produttivi che vi aderiscono. Per aiutare l’Africa occorrerebbe, in prima istanza, tutelare l’infant industry delle economie emergenti con una politica di dazi protettivi asimmetrici a favore delle produzioni locali. Solo in questo modo sarebbe possibile favorire il processo di accumulazione di capitale che condurrebbe, sul medio-lungo periodo, ad un effettivo aumento della produttività del lavoro.

Ed ecco la contraddizione: se l’Eurozona è un’area di scambio informata dal mercantilismo ordoliberista, dove, stando alla lettera dei Trattati, viene favorita un’economica “fortemente competitiva” (ex art. 3 TUE), applicare una politica protettiva nei confronti dell’Africa significherebbe confliggere con gli stessi principi fondanti dell’UE. Creare una zona di libero scambio Europa-Africa significa condannare la seconda ad un perdurante sottosviluppo e la prima ad una continua deflazione salariale.

Per il Presidente della Commissione, è necessario “ aprire delle vie di immigrazione legale verso l’Europa. Abbiamo bisogno di migranti qualificati. Le proposte della Commissione ci sono. Sono sul tavolo già da tempo”.

In questo passaggio, il Presidente Juncker ha parzialmente (ma temo involontariamente) ragione perché le vie di immigrazione legale verso l’Europa sono effettivamente “sul tavolo già da tempo”: semplicemente, esse esistono già da almeno 70 anni.

A partire dal dopoguerra, per fare un esempio che riguarda il nostro Paese, milioni di italiani sono emigrati per motivi economici verso i paesi del Nord Europa e sono stati accolti da un corpus normativo molto rigoroso che delimitava esattamente i confini giuridici dell’immigrazione legale. Stessa cosa è accaduta in Francia con i flussi di emigrati economici provenienti dai paesi delle ex colonie africane.

Forse che l’UE vuole prendersi il merito di ciò che esiste da prima che il suo progetto prendesse forma? Saremmo alla categoria dell’intenzionalità retroattiva.

Tuttavia, la profonda contraddizione in termini di queste parole è segnatamente un’altra: da un lato si ripete che l’accoglienza è un dovere puramente umanitario, e bisogna quindi accogliere senza discriminazioni tutti coloro che fuggono non solo dalla guerra ma anche dalla povertà; dall’altro si auspica che questi flussi migratori siano costituiti da immigrati qualificati, dimostrando così che le motivazioni umanitarie vengono, al più, relegate al livello di pretesto per far accettare gli immensi costi sociali che l’immigrazione comporta.

Incidentalmente, Juncker dovrebbe anche specificare da dove nasce l’esigenza di importare forza lavoro qualificata quando in Europa vi sono almeno 15 milioni di disoccupati già perfettamente qualificati, nella cui formazione gli Stati hanno già investito ingenti risorse.

“Nonostante le Cassandre che abbiamo sentito, l’euro ha alle sue spalle un percorso ricco. L’euro è diventata la seconda valuta al mondo dopo il dollaro”, ha detto Juncker nel suo discorso sullo Stato dell’Unione all’Europarlamento, ricordano che “60 paesi legano in un modo o nell’altro la loro valuta all’euro”.

Sul percorso ricco dell’euro, sarebbe forse il caso di chiedere direttamente ai Greci, agli Italiani o ai Portoghesi per sondare se effettivamente si sentano più ricchi dall’introduzione della moneta unica.

Tuttavia, in questo passaggio ci interessa il concetto di forza/valore di una moneta che qui è impiegato con studiata ambiguità ideologica.

Innanzitutto, parlare di valore in senso assoluto è una reductio logica approssimativa: le valute sono quotate secondo tassi di cambio bilaterali e non ordinate secondo una scala di “forza” come i terremoti o i risultati agonistici.

Il tasso di cambio di una valuta dipende dai fondamentali dell’economia sottostante, quindi la conseguente ‘forza’ sul mercato dei cambi si esprime solo se alle spalle c’è un’economica solida; in caso contrario, se la valuta è sopravvalutata rispetto alla produttività e al valore dell’output nazionale, un tasso di cambio elevato costituisce una debolezza e un ostacolo.

Nuovamente, la narrazione europeista incorre in contraddizione: non solo perché non è vero che, in campo monetario, one-size-fits-all, ma soprattutto perché la definizione rigida dei cambi intraeuropei confligge con quelle ‘naturali’ leggi del mercato che proprio gli ordoliberisti intenderebbero garantire.

In termini tecnici, pensando alla sintesi neoclassica IS-LM del pensiero keynesiano, diremmo che per Juncker il prezzo sconta tutto solo sul mercato dei beni, ma non in quello della moneta.

“Non posso accettare che tutte le colpe di qualsiasi fallimento, e ce ne sono stati pochi, siano addossate solamente alla Commissione. Le nostre proposte sono lì da vedere: devono essere adottate e implementate[…]”

Sorvolando sull’autoreferenziale passaggio celebrativo in merito ai fallimenti imputabili all’attuale governance dell’Unione, rileviamo una contraddizione ineludibile: è proprio la Commissione Europea che ha il monopolio dell’iniziativa normativa/legislativa e quindi la conseguente responsabilità delle scelte politiche intraprese, mentre il Parlamento rimane un attore passivo. A chi vanno imputati i fallimenti, se non all’attività della Commissione?

Questo assetto istituzionale meriterebbe inoltre una serie di considerazioni: prima fra tutte, un grave deficit democratico strutturale in seno all’UE in cui il potere politico è fortemente sbilanciato sul versante dell’esecutivo.

Se si lascia al Parlamento solo la funzione di ratifica delle iniziative della Commissione, si accentua il carattere tecnocratico e dirigistico dell’Unione, andando nella direzione opposta rispetto a quell’ideale di unità europea nella quale la dialettica democratica dovrebbe essere ricomposta in maniera pluralistica e non rimossa grazie ad un assetto dirigistico.

Non voglio vivere in mondo fatto di odio.

Neanche noi, Presidente. Per questo esprimiamo seri dubbi sullo stato questa Unione.

Alfredo Sciocchetti


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