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ITALIA, PAESE PER VECCHI E BADANTI, MA NON PER IL PUBBLICO IMPIEGO. TREND STORICI CHE SI RIPETONO

 

Cari amici

 

Uno dei miti che vengono regolarmente falsamente diffusi da parte di certi media approfittatori dotati di conduttori dalle voci stridule,  è che l’Italia sarebbe il paradiso del lavoro pubblico per cui basterebbe licenziare  migliaia e migliaia di funzionari per riequilibrare la situazione ecnomica, rilanciare il paese etc.

Come sempre la libertà è molto più complessa di quanto si pensi. Prendiamo ad esempio i dati pubblicati da Eurostat e ripresi anche dal Corriere .

In generale l’Italia presenta un numero di dipendenti pubblici che è inferiore a quello della media dell’Unione Europea, anzi è fra gli ultimi cinque:

Meno di noi fanno solo Slovenia, Repubblica Ceca Bulgaria e Romania, mentre in testa vi sono i paesi nordici dello stato sociale. Il tutto nonostante in Germania, ad esempio, i dipendenti della sanità non siano conteggiati fra i dipendenti pubblici.

Qual’è il rapporto fra PIL prodotto e numero di dipendenti. Dove sono in eccesso ed in scarsità i lavoratori, rispetto al prodotto interno lordo?

In rosso vi è la percentuale dei lavoratori, ed in blu quella del PIL sul totale. Chiaramente vi sono degli importanti aggiustamenti legati alla produttività relativa: ad esempio la nostra agricoltura non è di tipo estensivo , ma intensivo, quindi con un forte impiego di forza lavoro mentre al contrario il settore immobiliare muove grandi valori con un numero limitato di dipendenti. In generale però vediamo che il numero dei dipendenti pubblici è sproporzionato rispetto al Pil prodotto. Questo è indicativo di una produttività scarsa, non di un numero eccessivo, come abbiamo visto prima, ma questa  dipende da un lato dai modelli organizzativi, dall’altro dagli investimenti. Quindi c’è un problema di redistribuzione del lavoro pubblico e di investimenti nel settore pubblico.

Vediamo anche che vi è uno squilibrio molto forte sul lato dei servizi in generale (commercio, professionali, personali). Vediamo come il settore dei servizi alla persona abbia avuto un vero e proprio boom.

Non siamo un paese per giovani, ma siamo un paese per badanti. In realtà questo boom dei servizi riprende un trend direi epocale per l’economia italiana.

Quando all’inizio del XVII secolo le manifatture tradizionali italiane, soprattutto la tessitura di qualità, persero mercato nei confronti dei prodotti pre industriali nord europei vi fu un equivalente processo di terziarizzazione della forza lavoro con lo sviluppo di servizi alla persona, chiaramente di tipo completamente diverso rispetto agli attuali, di cui è rimasta traccia nella commedia dell’arte. Allo stesso modo durante la crisi industriale degli anni ’70 la mano d’opera in eccesso fu trasferita nel settore del commercio tradizionale.

Bisogna dire che una parte dei posti di lavoro nei servizi, soprattutto di carattere professionale o nel commercio, sono ad alto rischio per l’evoluzione informatica che tende da un lato verso la disintermediazione, dall’altro le tecnologie IT ridurranno la domanda di una serie di servizi professionali intermedi ora molto diffusi.  Si salvano solo le badanti, e solo perchè, al contrario del Giappone, siamo disposti ad importale.

 

 


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