Economia
Intelligenza artificiale, l’Italia punta in grande: Genova in corsa per la gigafactory europea

La sovranità digitale si costruisce anche con una scelta industriale: dotarsi delle infrastrutture necessarie per sviluppare le tecnologie dalle quali dipenderanno imprese, servizi e sicurezza. La candidatura italiana a una gigafactory europea dell’intelligenza artificiale va in questa direzione. Il governo punta alla dimensione “large” e Genova è tra le città che potrebbero entrare nel progetto. Una partita ancora aperta, nella quale il lavoro del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, contribuisce a collegare capacità di calcolo, ricerca e sistema produttivo.
Il sottosegretario all’Innovazione Alessio Butti ha confermato l’ambizione dell’esecutivo: presentare una proposta di taglia superiore rispetto all’opzione “medium”. Per Genova ha indicato la possibilità di inserirsi nella squadra italiana, valorizzando le competenze già presenti sul territorio. Secondo quanto riferito da Adnkronos, l’impostazione allo studio prevede una struttura distribuita tra diverse città, con un grande campus Eni in Lombardia al centro del progetto. Il capoluogo ligure potrebbe dunque partecipare a una rete nazionale, capace di mettere insieme risorse industriali e scientifiche.
È proprio la capacità di fare squadra a rappresentare il primo banco di prova. L’Italia dispone di competenze importanti, ma la competizione europea richiede una proposta coerente: infrastrutture adeguate, imprese disponibili a investire, ricerca avanzata e applicazioni utili all’economia. Riunire questi elementi significa dare una prospettiva industriale a un settore troppo spesso raccontato soltanto attraverso le novità dei software.
Qui si colloca il contributo di Urso. Il Mimit ha seguito il percorso del consorzio IT4LIA per la candidatura alle prime AI Factories, sfociato nella selezione del progetto destinato al Tecnopolo di Bologna. Nel documento sulla strategia industriale “Made in Italy 2030”, il ministero descrive inoltre il proprio lavoro di accompagnamento alla preparazione della proposta italiana per le AI Gigafactories europee. Sono due passaggi distinti, ma collegati: consolidare le capacità esistenti e preparare il salto verso infrastrutture di dimensioni maggiori.
L’impegno del ministro ha avuto anche una dimensione internazionale. Nel confronto del 30 maggio a Parigi con il ministro francese Philippe Baptiste, Urso ha illustrato gli obiettivi della candidatura italiana, inserendoli nella strategia per rafforzare il supercalcolo, le infrastrutture digitali e gli impieghi industriali dell’intelligenza artificiale. Portare questo dossier nei rapporti con i partner europei significa riconoscergli il peso di una scelta strategica per il Paese.
C’è poi il rapporto con le imprese. Il 15 gennaio scorso, al Mimit, è stata ufficializzata l’adesione di Stellantis all’Istituto italiano di intelligenza artificiale AI4I, con sede a Torino, e alla Fondazione Chips-IT di Pavia. Il primo è dedicato all’applicazione dell’AI all’economia reale; la seconda alla ricerca industriale sui semiconduttori. In quell’occasione Urso ha richiamato il valore della collaborazione tra pubblico e privato per rafforzare ricerca, competitività e autonomia tecnologica. È un esempio concreto del lavoro necessario per avvicinare l’innovazione alle filiere produttive.
Perché il valore di una gigafactory si misurerà anche da ciò che permetterà di fare. Per un’impresa manifatturiera, accedere a strumenti avanzati potrebbe significare progettare più rapidamente un componente, individuare difetti, ridurre sprechi o programmare meglio la manutenzione. Per una realtà più piccola, la disponibilità di servizi e competenze potrebbe rendere affrontabili investimenti oggi troppo complessi. La questione decisiva sarà trasformare la potenza di calcolo in opportunità accessibili.
La lettura politica di questo percorso è chiara: il governo sta trattando l’intelligenza artificiale come una componente della politica industriale. Il merito del lavoro di Urso consiste nel contribuire a costruire i collegamenti tra infrastrutture, ricerca e imprese, dai quali dipenderà la credibilità della candidatura.
La scelta europea deve ancora arrivare e il ruolo definitivo di Genova resta da definire. Serviranno investimenti sostenibili, disponibilità energetica, tempi autorizzativi certi e personale qualificato. Ma puntare a un progetto di dimensione “large” esprime un’ambizione giusta: mettere l’Italia nelle condizioni di partecipare alla produzione delle tecnologie che cambieranno la sua economia. Ora quella scelta va sostenuta fino a tradurla in capacità industriale, lavoro e servizi per le imprese.









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