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INFLAZIONE E DEFLAZIONE

 

La moneta-merce è quel bene che, per la sua (più o meno grande) standardizzazione e (quando possibile) per la sua divisibilità, si presta a favorire gli scambi. In questo senso sono stati usati come monete le pecore (purtroppo indivisibili, da “pecora” derivano pecunia e peculio), il sale, l’argento, e soprattutto l’oro (incorruttibile e divisibile). La circolazione aurea non permette l’inflazione, se non in misura molto limitata. Infatti, per aversi inflazione, dovrebbe aumentare di parecchio la quantità d’oro circolante: evento improbabile, anche se in qualche misura si è verificato con la scoperta dell’America.

Chi paga in oro, dà un bene in cambio di un bene, chi paga con cartamoneta paga con una “promessa” di prestazione, in beni o servizi. Il dottore paga con cartamoneta (una promessa) la carne del macellaio e il macellaio, quando avrà bisogno di essere curato, rimunererà il dottore presentando all’incasso quella promessa. Naturalmente, nella realtà, la cartamoneta-promessa può essere “spesa” nei confronti di chiunque, perché lo Stato ne rende il corso forzoso, cioè impone a tutti di accettarla.

Il fatto che lo Stato possa stampare cartamoneta a volontà, fa sorgere il problema di quanta debba stamparne. Immaginiamo, semplificando molto, una società in cui cento soggetti producono cento beni che scambiano al prezzo di uno scudo (cartaceo) l’uno (100/100/100). Se, ad un certo momento, i beni prodotti divengono novanta, dal momento che le unità di moneta rimangono cento, si avrà una svalutazione della moneta. Infatti per acquistare un bene occorrerà uno scudo e dieci centesimi (100 scudi per 90 beni). Si chiama svalutazione. Se viceversa si producono centodieci beni a fronte di cento unità di moneta, dal momento che la moneta sarà divenuta più rara rispetto ai beni, ciò ne farà aumentare la domanda, e dunque il valore: per acquistare un bene, basteranno novanta centesimi. Si chiama deflazione.

Negli esempi fatti, inflazione e deflazione dipendono dall’andamento dell’economia. Ma esse possono anche dipendere dall’azione dello Stato che, detenendo il potere di stampare denaro, teoricamente può provocare la deflazione o l’inflazione, secondo la quantità di moneta che mette in circolazione. E a questo punto il problema diviene di politica economica. Dal momento che si ha la possibilità di fare tanto l’una quanto l’altra cosa, lo Stato deve scegliere: se mantiene la circolazione della moneta al livello della produzione di ricchezza, anche se questa aumenta o diminuisce, i detentori di denaro o i percettori di reddito fisso mantengono inalterato il loro potere d’acquisto. Sarebbe l’ideale. Invece con la deflazione i cittadini potranno comprare più beni con lo stesso denaro di prima, con l’inflazione dovranno sborsare di più per avere gli stessi beni di prima. La scelta è dello Stato, ma le conseguenze ricadono sui cittadini. In particolare saranno beneficiati o defraudati i risparmiatori oppure i debitori, senza loro merito o demerito, esclusivamente per volontà dello Stato.

Se si è attenti alle cronache economiche, si sarà notato che in questo periodo di bassissima inflazione, si sente dire da ogni parte che “bisogna far ripartire l’inflazione”, “bisogna evitare ad ogni costo la deflazione”, “bisogna che l’inflazione risalga almeno al 2% annuo”. Come spesso avviene, quando di un imperativo non si dà la spiegazione, si lascia intendere che la cosa è ovvia. In questo caso, in particolare, non è così.

L’idea corrente è che lo Stato dovrebbe immettere denaro in circolo – anche provocando inflazione – per rilanciare l’economia. Ma questo rimedio è discutibile. Per anni lo Stato italiano ha immesso denaro nell’economia, e il risultato non è stato la prosperità: è stato l’enorme debito pubblico. Siamo lontani dall’ovvio. Meglio limitarsi alle conseguenze sicure.

La deflazione beneficia il creditore (il risparmiatore, il percettore di reddito fisso), l’inflazione beneficia il debitore (chiunque abbia un debito, perché restituirà meno di quanto ha ricevuto). Ed è ammissibile che lo Stato voglia beneficiare o l’uno o l’altro, ma non può pretendere di farlo in obbedienza ad una legge economica per la quale la deflazione sarebbe un male e l’inflazione un bene. Né può appellarsi ad una legge morale, per la quale il debitore sarebbe moralmente migliore del creditore. La decisione è semplicemente politica. In particolare, se lo Stato favorisce più spesso i debitori, è perché in democrazia comandano i più e ci sono più debitori che creditori. Dunque che lo Stato faccia ciò che crede opportuno, magari arrivando a creare un debito pubblico di 2.130 miliardi di euro, ma non dica di farlo in obbedienza ad una legge economica o morale. Che almeno questa beffa ci sia risparmiata.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

2 gennaio 2015

 

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