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INFLAZIONA O MUORI

Inflaziona o muori
Milton Friedman ha scritto: «l’inflazione è sempre e dovunque un fenomeno monetario» (A Monetary History of the United States 1867–1960). Invece va affermato: l’inflazione è sempre e dovunque un fenomeno politico. L’aggregato monetario è infatti regolato dal «consorzio» istituti di emissione/governi senza il quale non ci sarebbe inflazione. L’inflazione è il risultato dell’eccesso di offerta di moneta sulla domanda. Se l’offerta supera la domanda, il prezzo della moneta, cioè il suo potere d’acquisto, cala. Non esiste inflazione da domanda o da costi. Dato un aggregato monetario, se il costo di alcuni beni e servizi aumenta, il costo degli altri deve diminuire lasciando invariato il volume della spesa, livello dei prezzi e potere d’acquisto corrispondente. Se, ad esempio, metà della collettività spende di più, l’altra metà, di necessità, deve spendere meno. L’inflazione è dunque manipolazione monetaria il cui effetto è l’aumento dei prezzi con la conseguenza che al nuovo aggregato monetario corrisponde un minor livello di spesa reale. Il fenomeno opposto è la deflazione, la contrazione dell’aggregato monetario con la conseguente discesa dei prezzi. Poiché la spesa reale non diminuisce, il valore dell’unità monetaria aumenta. La deflazione è il fenomeno che caratterizza lo sviluppo economico. Infatti, aumentando produzione e produttività, i prezzi diminuiscono e pertanto lo stesso aggregato monetario è compatibile con un maggiore volume di spesa il che significa che i prezzi calano e i redditi reali aumentano. Intere generazioni, nei periodi di pace, hanno beneficiato della deflazione dei prezzi dei prodotti di uso comune, dagli elettrodomestici alle auto, dai computer ai cellulari, e quindi dell’aumento dei redditi reali.

Deflazione buona…
Il fenomeno fu appariscente nel 19°secolo, dalla fine delle guerre napoleoniche al 1914 quando in Inghilterra la discesa dei prezzi elevò gli standard di vita senza precedenti. Si poteva spendere di più perché la crescita della produttività superava quella dell’aumento della quantità di moneta, cioè la produzione cresceva più velocemente dei mezzi di pagamento. Lo stesso avvenne per gli Stati Uniti che si industrializzarono velocemente trasformandosi da paese da agricolo nella più ricca, più produttiva e dinamica potenza industriale. Secondo il Department of Commerce’s Statistical Abstract degli USA, l’indice del livello generale dei prezzi dal 1801 al 1900 diminuì del 19% in forte contrasto con l’aumento del 2,280% dal 1913 al 2013 che ha svalutato il dollaro di oltre il 90%. Non è un caso che il dramma inflazionistico sia iniziato nel 1913, anno di fondazione della Federal Reserve. Lo sviluppo economico è sempre deflazionario perché si traduce nell’offerta di beni associata a una riduzione di costi e prezzi e quindi all’aumento del potere d’acquisto. La naturale discesa di prezzi indotta dall’aumento di produttività, comportando una minore quantità di moneta per acquistare beni e servizi libera liquidità «reale». Infatti in un sistema in cui la quantità di moneta è misurata in termini di assoluto potere d’acquisto il denaro a disposizione è più abbondante.

…e cattiva
Ormai politici economisti e banchieri hanno propalato l’idea che la deflazione è il male economico assoluto. Poiché la depressione comporta scarsità di denaro, ravvisano nella discesa dei prezzi il sintomo di una crisi che cercano di prevenire con stimoli monetari cioè con inflazione. Ma ogni depressione si verifica per il crollo della produzione reale e dei redditi su cui si basa la spesa, non perché il livello dei prezzi cala. Confondendo le cause con i sintomi, gli istituti di emissione inflazionano sempre, alimentando così il male che pretendono di curare. La deflazione è una minaccia perché comporta il crollo del credito creato dal nulla per sostenere il debito e il mercato finanziario cioè bolle che altrimenti scoppierebbero se non fossero continuamente reflazionate con stimoli. L’inflazione è dunque la morfina monetaria per prevenire la deflazione e tenere artificialmente in vita l’economia. Ma si crede seriamente che possa sopravvivere ai sovradosaggi iniettati dalle banche centrali? Si crede seriamente che riducendo il potere d’acquisto l’economia prosperi? E che fine ha fatto la teoria della domanda? Non si afferma di continuo che la ripresa dipende dal rilancio dei consumi? E verrebbero stimolati riducendo il potere d’acquisto e facendo salire il costo della vita? Ecco una delle tante contraddizioni insanabili della teoria economica ortodossa! La verità è che si vuole l’inflazione per svalutare il debito che la deflazione, rivalutando l’unità monetaria, fa aumentare. Ma l’inflazione distrugge lo sviluppo perché è una tassa sui redditi reali. Se questo è ovvio per i redditi fissi lo è meno per quelli variabili o di impresa. Ma come sanno bene gli analisti di bilancio, il regime inflazionistico sopravaluta i profitti e sottovaluta le perdite perché fa aumentare i prezzi di vendita più velocemente rispetto ai costi storici. Quando arriva il momento di rinnovare il capitale tecnico/fisico, il prezzo maggiorato dall’inflazione assorbe l’extra profitto nominale. Inoltre, poiché la tassazione ricade sui profitti inflazionati ed è quindi più elevata, il profitto reale sarà ancora più insufficiente a pagare i più alti costi di sostituzione. Da qui la contrazione di capitale, il rallentamento dell’innovazione tecnologica, della produttività e dei redditi che dipendono dall’intensità del capitale. Quante aziende sono fallite per aver distribuito utili o pagato bonus da profitti reali inesistenti! I presunti profitti erano in realtà perdite nascoste nelle pieghe dei bilanci inflazionati.

C’è del metodo nella follia
Se l’inflazione fosse il motore dello sviluppo Argentina, Venezuela, Zimbabwe sarebbero modelli di crescita. E di quanto dovrebbe essere l’inflazione per fortificare lo sviluppo? Del 2, del 3 e perché non del 4% o anche di più per velocizzarlo? Un’inflazione intorno al 2/3 per cento all’anno, considerata innocua, dimezza il potere d’acquisto nel corso di una generazione. Se raddoppia al 6\8 lo dimezza in un decennio. All’aumento dei prezzi, dovrebbe seguire quello dei tassi di interesse per compensare la perdita del potere di acquisto, ma i regolatori monetari non l’ho permettono. L’interesse deve essere mantenuto a zero affinché abbia pieno efficacia la «repressione finanziaria», fenomeno politico, non economico. Se il capitale non produce reddito, il risparmiatore, per sopravvivere, finirà per consumarlo. Nel migliore dei casi, prevedendo una forte inflazione, tesoreggerà in preziosi, consumando quindi di meno (altro schiaffo alla balorda teoria della domanda). Ora il consumatore/risparmiatore che tiene in banca 1000 riceve interesse zero. Ma l’inflazione è sempre al di sopra dello zero per cui se per ipotesi è il 3% il consumatore perde ogni anno questo potere d’acquisto. Dove va a finire? Si trasferisce nelle tasche dei grandi emittenti, governi e banche, che svalutano nella stessa misura il loro debito. La repressione finanziaria è l’opzione al default immediato del debito degli emittenti pagata nel tempo dai consumatori. Per accelerare questa dinamica è necessario aumentare l’inflazione con la strategia del quantitative easing di cui si è creato pure il brand: «inflaziona o muori». Ma, come abbiamo visto, l’inflazione serve a far sopravvivere i governi, non i consumatori. Un momento. Il quantitative easing, ci dicono, serve a ristabilire fiducia nei mercati finanziari. Ma quando mai nella storia remota e recente, la follia di coniare denaro ha mai salvato i mercati? Quando mai un debito la cui unità di misura è 1018, un trilione, può dare fiducia ai mercati finanziari senza distruggere quelli valutari? Questa verità, troppo imbarazzante per ammetterla, spinge politici, banchieri, accademici e apologeti del regime inflazionista a convincerci, con una propaganda da fare invidia a Goebbels, che l’inflazione è necessaria e che la sua conseguenza, la distruzione del potere d’acquisto è la nuova terra promessa dell’economia. Non possiamo molto contro di loro, ma capire come stanno i fatti, senza farsi prendere per i fondelli, è già qualcosa.

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