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“In difesa della lingua di Dante” di Raffaele SALOMONE MEGNA

“In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio ed il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.”.
Il prologo di Giovanni è quanto di più bello si possa trovare in letteratura.
Un incipit potentissimo, meraviglioso e nel contempo un utile strumento di comprensione di quanto diremo in seguito.

Giovanni nel suo Vangelo usò il termine “λόγος” (logos) che in greco antico significava “parola” ma nel contempo anche “ragione”.
Il binomio parola-ragione o ragione-parola, che è lo stesso, è inscindibile.
Non si può articolare un ragionamento se non si conoscono le parole appropriate e per contro, ove anche avvenisse l’attività raziocinante, nessun ragionamento può essere esternato compiutamente senza le parole e, quindi, si ritorna all’inscindibilità di partenza.

La questione non è di poco conto se Renè Descartes, meglio conosciuto come Cartesio, giungeva a dire, quasi 1600 anni dopo, “ Cogito ergo sum” ossia “Penso pertanto sono”.
Il pensiero è quindi consustanziale all’umanità.

In questi anni si è assistito ad un rapidissimo impoverimento del vocabolario conosciuto dai nostri giovani e meno giovani, cosa che non avvenne neanche durante il periodo di occupazione alleata subito dopo la II guerra mondiale. Addirittura sino agli inizi degli anni settanta esistevano le versioni italiane dei maggiori successi canori stranieri.

Precisiamo che i dizionari più accreditati e diffusi, quali il De Mauro, il Devoto-Oli, lo Zingarelli, contengono in media 120.000 voci.
Orbene, negli anni settanta alcuni studi indicavano attorno a 10.000 le parole utilizzate e conosciute da un italiano medio e 30.000 per un uomo colto.
Nei primi anni duemila la conoscenza è scesa a circa 6.500 parole del vocabolario di base, che rappresentano meno del 5,5% del lessico italiano.
Attualmente moltissimi italiani, soprattutto i giovani, posseggono la conoscenza di poco più di un migliaio di parole, all’incirca quanto padroneggia un extracomunitario che si industria per sopravvivere nel nostro paese.

Quali sono le cause?
Alcuni dicono che il motivo è dovuto al fatto che le persone leggono sempre di meno.
Altri invece all’uso compulsivo di “tweet” e di “sms”, che non consentono una comunicazione particolarmente forbita, ma semplice e molto informale.
Forse in queste osservazioni c’è una parte di verità, ma non tutta la verità.
Io, invece, credo che la distruzione della nostra cultura non sia dovuta all’uso di tablet e smartphone, che in fin dei conti sono solamente degli strumenti.
La genesi del problema ha sicuramente altre motivazioni, ben più profonde ed occulte, e per questo il fenomeno è più pervasivo e pernicioso per i nostri giovani e per la società tutta.

Depauperare la lingua italiana, quella dei nostri avi, significa far scendere l’oblio sulla nostra cultura e quindi sulle nostre radici e soprattutto, per quanto detto sopra, inficiare la capacità dei nostri figlioli di elaborare pensieri complessi, soprattutto quelli critici.

Chi ha sicuramente interesse a tanto?
E’ quell’un per cento della popolazione mondiale che controlla il novantanove per cento di tutte le ricchezze mondiali, la plutocrazia apolide internazionale che, grazie alla globalizzazione, governa il mondo.
Infatti le grandi banche d’affari, i fondi d’investimento, le multinazionali non vogliono barriere doganali, men che meno frontiere, stati, costituzioni, religioni ma desiderano una società transnazionale che sia una “tabula rasa”.
Lavorano per un futuro distopico dove un indistinto meticciato sia incline solo all’appagamento di falsi bisogni, con l’illusione di autodeterminarsi.
Per contro, le diversità, le peculiarità ostacolano la circolazione delle merci, le transazioni finanziarie e la possibilità, per le lobbies internazionali, di fare ulteriori e più lauti profitti anche con l’arbitraggio fiscale.

Le lingue madri sono pertanto un ostacolo, perché forniscono gli strumenti per pensare e la gente non deve pensare, ma solo consumare.
Sta così trionfando il “globish”, un idioma creato con neologismi di origine inglese mutuati dal mondo dell’economia, del commercio e della pubblicità, tipo “ Don’ t Touch My Breil”.
Non è certo la lingua di William Shakespeare o, per restare in tempi più recenti, di Philip Larkin o di George Orwell ma, neutra e sterile, quando va bene, utile e funzionale solamente ai semplici scambi commerciali oppure ad epidermiche comunicazioni interpersonali, altrimenti è il “vacuum”.

Anche il nostro mondo politico ha adottato il “globish”.
Uno degli artefici di questa adozione è sicuramente il giovane Matteo Renzi.
Ormai dimentico dell’operato del suo più importante concittadino, il Sommo Poeta, creatore della lingua italiana, durante il suo governo abbiamo avuto un florilegio di “Jobs act”, “Spending review”, “Bail in” e compagnia cantando.
Questi politici, sacerdoti “dell’austerity” e salmodianti del “quantitative easing”, in realtà oscillano tra l’essere paesanotti ignoranti alla Totò e Peppino “ noio volevan savuar ” o squallidi Azzeccagarbugli di manzoniana memoria.
Infatti quante persone sanno cosa sia il “ bail in”, anche se in Etruria ed in zone limitrofe è purtroppo abbastanza conosciuto?

Con grande contrizione, da docente, rilevo come anche nella scuola italiana si adoperino tanti anglismi che in realtà sono dei veri e propri barbarismi.
Un esempio?
Il mitico e magico termine “staff del dirigente”.
In italiano si dovrebbe dire “gruppo di lavoro del dirigente”, anche se in alcuni casi sarebbe più aderente al vero tradurlo con “cricca del dirigente”. Ma per carità solo in rarissimi casi.

E che dire dell’abusato “team”?
Si potrebbe usare il termine “squadra”, ma forse il Ministro o, meglio (scusate), la Ministra dell’Istruzione, persona di raffinata cultura e convinta sostenitrice della teoria “gender”, potrebbe indignarsi perché desueto, inconsueto ed obsoleto.

A costoro rammento che Ferrari e Ducati, ambasciatori dell’italico ingegno, in tutti i circuiti del mondo davanti alle loro officine scrivono ancora rispettivamente “Scuderia Ferrari” e “Ducati Corse” e ricordo altresì che negli anni ‘60 Ruggero Orlando parlava da “Nuova York” e non da “New York”.

Conclusioni. Per dirla parafrasando Dante: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai con un idioma oscuro, che la diritta via ai più s’era smarrita”.
Raffaele SALOMONE MEGNA.

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