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IMMORALE E DANNOSO

 

Immorale e dannoso sono ambedue termini “negativi”, ma non sempre ciò che è immorale è dannoso – per esempio la masturbazione, per la Chiesa – e non sempre ciò che è dannoso è immorale, per esempio uno scivolone sul ghiaccio. Le due categorie sono contigue ma non coincidenti e tuttavia la maggior parte delle volte la gente le identifica. Come già fa, ancor più a monte, fra norma religiosa e norma morale. In realtà, se si vuole ragionare con la propria testa, bisogna tenere tutti questi dati ben distinti.

Dannoso va considerato in generale ciò che fa soffrire qualcuno, anche in totale assenza di una volontà che lo determini. E infatti è dannoso un terremoto. Né importa che l’azione nello stesso tempo dia piacere a qualcun altro: il sadico che frusta qualcuno provoca un evento dannoso anche se lui personalmente ne gode.

Immorale è ciò che va “contra bonos mores”, cioè contro le costumanze che un popolo considera positive ed anzi doverose. Anche se, per ipotesi, quelle costumanze sono diverse in altri tempi e in altri luoghi, e anche se la loro violazione non provoca nessun danno. Il dovere di andare in giro vestiti non ha nessuna relazione con un possibile danno. In un clima molto caldo la nudità potrebbe addirittura rappresentare un vantaggio, a meno che non consideriamo “danno” il senso di fastidio che può provare chi vede qualcuno nudo.

Queste distinzioni hanno importanti conseguenze. Una perdita economica o un dolore fisico sono un danno in qualunque tempo e in qualunque luogo. Mentre non può dirsi altrettanto per l’omosessualità. Questa è una pratica che non arreca nessun disturbo ai terzi. È “immorale” se tale la considera una società, ma non diviene per ciò stesso “dannosa”. Ed è una buona ragione perché un uomo intellettualmente indipendente cessi di essere omofobo, anche se l’omofobia è obbligatoria nella società in cui si è trovato a nascere.

Qualcosa di analogo vale per la prostituzione. Anche in questo mestiere non si ravvisa nessun elemento dannoso. Tutti i lati negativi che si possono riscontrare in esso non derivano dall’attività in sé, ma dalla considerazione che ne ha la società. Se si considera la prostituta una donna schifosa ed intoccabile, la donna non soffrirà dell’essere una prostituta, ma dell’essere considerata schifosa ed intoccabile. Nulla esclude che si possa concepire una società in cui ella sia considerata un’artigiana che usa come utensile il proprio corpo, non diversamente da un acrobata da circo.

La considerazione morale di alcuni fenomeni rischia di aggravarli terribilmente. Si prenda la violenza carnale. Accanto alla violenza propriamente detta, che va in ogni caso condannata (ecco un danno “eterno”), vi è in essa una componente aggiuntiva che la rende orrenda e gravida di conseguenze: la vittima si sente definitivamente “sporcata” e quasi immorale essa stessa. Può ricavarne per lungo tempo un disgusto invincibile per il sesso, può vivere come un gravissimo trauma un episodio che, se non le ha fatto alcun male fisicamente (per esempio se la penetrazione è ottenuta soltanto mediante una minaccia) potrebbe in sé e per sé essere superato come un momento soltanto disgustoso, non estremamente diverso da quelle innumerevoli occasioni in cui una donna permette al marito che non ama più di usare il suo corpo.

Non si tratta di sminuire la gravità della violenza carnale o di punire meno severamente il colpevole. Basterebbe già il fatto che si parli di violenza, per condannarla: si tratta soltanto di non vedere esagerata, per motivi morali, la distanza fra la violenza in generale e la violenza sessuale, aggravandone di molto le conseguenze. Si arriva al punto che il semplice fatto di esserne le vittime fa sentire colpevoli e definitivamente degradati.

La stessa pederastia è stata esageratamente influenzata dalla morale. Che essa possa essere concepita diversamente lo dimostra la storia. Nell’antica Grecia essa era abitudine, aveva scopi formativi ed educativi, ed era piuttosto caratteristica delle élite che del popolo minuto. Quando infine il ragazzo cresceva, diveniva un rispettabile cittadino della comunità, si formava una famiglia e magari diveniva il mentore di un altro adolescente. Ecco un mondo in cui nessuno avrebbe parlato degli “incalcolabili danni” degli abusi sessuali, proprio perché essi non si verificavano. Era una società “sessualmente innocente” che considerava quelle pratiche del tutto lecite.

Non si deve ricavare dalle considerazioni che precedono l’idea che si stiano propagandando le pratiche che la società considera immorali. Ché anzi si sconsiglia vivamente di mettersi contro la società. Non perché se ne approvino in toto i principi, ma al contrario perché la società, a forza di essere morale, è capace di essere crudele con chi non le ha arrecato nessun danno.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

29 marzo 2014

 

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