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Il terrore funziona nel breve periodo. Poi il popolo si stanca e rivuole la normalità (di Giuseppe Palma)

10 mesi. Tanto è durata la dittatura dei giacobini in Francia durante la Rivoluzione francese. Dal settembre del 1793, quando si insediano coi loro uomini nel Comitato di salute pubblica, alla fine di luglio del 1794, con la ribellione della Convenzione nazionale (il Parlamento) nei confronti del governo del Terrore.

Eppure, solo tre mesi e mezzo prima (aprile 1794), quella stessa Convenzione mandava a morire – su minaccia del governo di Robespierre e Saint-Just – l’Uomo simbolo della Rivoluzione, l’Uomo “del 10 agosto”, Georges Jacques Danton.

Un consenso popolare, quello per il Terrore, che dopo la morte di Danton sembrava non dovesse mai tramontare. Se il popolo era rimasto indifferente alla morte del suo tribuno più grande, il tuono della Rivoluzione, voleva dire che Robespierre poteva dormire sonni tranquilli. Il popolo era con lui e con il Terrore.

In apparenza. Nell’animo collettivo covava infatti il desiderio di un ritorno alla normalità.

La gente di Parigi, i francesi in generale, e soprattutto gli uomini della Convenzione nazionale, iniziarono a non sopportare più di vivere con la paura quotidiana che, prima o poi, chiunque di loro poteva finire davanti al tribunale rivoluzionario, accusato delle peggiori invettive, quindi sotto la mannaia della ghigliottina.

Lo stato di terrore permanente, giustificato dal fatto che il governo doveva a tutti i costi salvare la Rivoluzione e la Repubblica da nemici ormai costruiti a tavolino, portò alla caduta dei giacobini e alla morte di Robespierre, Saint-Just e tanti altri, ghigliottinati a Parigi il 28 luglio 1794.

Lo stato di agitazione dell’anima, soprattutto se quotidiano, porta all’esigenza di normalità. L’essere umano non può vivere sotto perenne ricatto, prima o poi si ribella e va alla ricerca della normalità.

Tirare la storia per la giacca è sempre sbagliato, ma alcuni tratti di quello stato di terrore permanente li vedo anche adesso. Il perenne stato di emergenza, la paura di sessanta milioni di persone che – da un momento all’altro – potrebbero essere rinchiuse in casa con un semplice atto amministrativo, senza più lavoro né reddito, è una situazione a tratti similare al Terrore giacobino instaurato dal comitato di salute pubblica.
Tutto questo, prima o poi, porterà all’esasperazione e alla voglia di normalità. Ieri come oggi.

Non c’è giorno che passi che il governo, le Tv, il comitato tecnico-scientifico o i famosi giornaloni non facciano terrorismo psicologico. Aumentano i contagi! Arriverà un nuovo lockdown! Le scuole non riapriranno più! I vostri figli saranno messi nello sgabuzzino Covid!! Saranno rinviate le elezioni! Chiuderemo di nuovo tutto!

Peccato però che dimentichino di dire che non ci sono quasi più morti (una decina) e che i ricoverati in terapia intensiva – in tutta Italia – sono appena una settantina. Insomma, l’emergenza non c’è più nonostante i contagi aumentino. Ma aumentano perché aumentano i tamponi, questo non lo dice nessuno.

Il messaggio che passa tutti i giorni è la paura del domani, l’assenza di speranza per il futuro. In tempi di guerra la popolazione civile vive su una speranza: finirà la guerra e torneremo alla normalità. E a guerra finita, la normalità è di fatto ripristinata.

Oggi no, quella speranza è soffocata dal continuo terrore, dalla paura permanente che da un giorno all’altro vengano nuovamente imposti gli “arresti domiciliari” e chiuse milioni di attività commerciali, professionali e produttive.

Parecchi imprenditori, dal più piccolo al più grande, non hanno più riaperto non solo per le regole demenziali imposte dai protocolli del comitato tecnico-scientifico, ma soprattutto perché non vedono una speranza nel futuro: se ad ottobre ci rinchiudono di nuovo, per quale motivo dovrei investire i miei soldi a fronte di nessuna certezza nel domani? Questo il ragionamento – più che comprensibile – di milioni di partite Iva.

Lì dove regnano terrore e paura, muore la speranza. Del resto, col rinnovo dello smart-working fino a fine anno il governo ha dichiarato guerra a milioni di bar, ristoranti, negozi e altre attività commerciali. Si vive alla giornata, non si sa nulla se riapriranno le scuole o se potremo continuare a lavorare senza la minaccia di un nuovo lockdown. Vivere sul filo del rasoio senza alcuna speranza nel domani, questa l’unica certezza.

Tutti i giorni è terrore, paura per il futuro. Nel giro di un pomeriggio il governo ha accusato i ragazzi di essere irresponsabili ed ha chiuso le discoteche. Domani forse i bar, tra un mese gli alberghi o gli studi professionali, poi chissà. La paura è dietro l’angolo, in agguato.

Ma il Terrore ha le gambe corte. Il popolo si stanca della paura e cerca il ritorno alla normalità. A breve sessanta milioni di persone si getteranno tra le braccia di chiunque prometta loro la speranza, di chiunque prospetti un concreto ritorno alla normalità. E i “terroristi” saranno confinati all’opposizione per decenni.

Non è vero quel detto che dice: “chi di speranza vive, disperato muore“. In realtà muore chi non vede speranza, chi convive col continuo terrore negli occhi e nella mente. Come scriveva il grande Leopardi, “il più solido piacere di questa vita è il piacere vano delle illusioni“. Se si uccidono le illusioni, le speranze, l’Essere Umano cercherà – in ogni modo – il ripristino della normalità contro chiunque rappresenti la paura.

Conte non è Robespierre, non ne ha né la cultura né le capacità. Ma sta commettendo gli stessi errori del demonio verde. Dal Terrore giacobino allo stato terapeutico permanente, la paura regna sovrana, ieri come oggi. Alla fine il popolo si stancherà dei giallorossi e chiederà – con forza – un ritorno alla normalità. La storia resta sempre la più grande maestra di vita.

Giuseppe PALMA

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Consigli letterari:

1) di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, “Una riforma sbagliata. Dodici motivi per dire NO al taglio dei parlamentari“, Gds, febbraio 2020. Qui per l’acquisto 👇: https://www.amazon.it/Una-riforma-sbagliata-Dodici-parlamentari/dp/8867829920/ref=mp_s_a_1_1?dchild=1&keywords=una+riforma+sbagliata&qid=1597305132&sr=8-1

2) di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, “DEMOCRAZIA IN QUARANTENA. Come un virus ha travolto il Paese“, Historica edizioni.

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